All’ospedale Fatebenefratelli il riconoscimento “Casa di Vita” per aver salvato decine di ebrei

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David Spagnoletto
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All’ospedale Fatebenefratelli il riconoscimento “Casa di Vita” per aver salvato decine di ebrei

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Il Fatebenefratelli all’Isola Tiberina ha ricevuto dalla Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg il titolo di “Casa di Vita” in ricordo del salvataggio dell’ospedale di decine di ebrei romani durante le persecuzioni naziste. All’evento, patrocinato dalla Comunità ebraica di Roma e della Fondazione Museo della Shoah, erano presenti, fra l’altro, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin; Naor Gilon, ambasciatore dello Stato di Israele; il Rabbino Capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni; il presidente della Comunità ebraica Ruth Dureghello; l’assessore alla Cultura Giorgia Calò; il presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma Mario Venezia; i vice presidenti della Fondazione Wallenberg per l’Europa Silvia Costantini e Jesus Colina.

La cerimonia, avvenuta nella Sala Assunta del nosocomio, non potevano mancare i due “sopravvissuti”, Gabriele Sonnino e Luciana Tedesco, e uno dei medici protagonisti del salvataggio Adriano Ossicini. Cerimonia in cui è stato ricordato il professore Giovanni Borromeo, che il 16 ottobre 1943, nascose in un reparto del Fatebenefratelli decine di ebrei, scampati alla retata nazista. Ma non fu un semplice nascondimento. Per gli ebrei, infatti, Borromeo inventò una malattia infettiva molto pericolosa, chiamandola Morbo di K, dove K stava ad indicare l’ufficiale tedesco Herbert Kappler o il generale tedesco Albert Kesselring. Questo stratagemma diventò un deterrente per le SS che, temendo il contagio, non fecero mai irruzione nel reparto. Agli ebrei del nosocomio e alle loro famiglie fece avere falsi documenti rifugio in vari monasteri.

Per i suoi meriti, nel 2004, Borromeo ricevette dallo Yad Vashem il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni. Borromeo è stato un antifascista, partecipò attivamente alla Resistenza e assieme all’allora priore polacco fra Maurizio Bialek installò nell’ospedale una radio ricetrasmittente clandestina per rimanere in contatto con i partigiani del Lazio.

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