Ebrei espulsi dal Roma Pride: il cortocircuito nel mondo dell’inclusione. Il 20 giugno il Roma Pride sfilerà per le strade della Capitale senza il carro di Keshet Italia, l’associazione che riunisce le persone ebree LGBTQIA+. La ragione, dichiarata dagli stessi organizzatori, è che Keshet non ha sottoscritto il manifesto del Pride, un documento che condanna esplicitamente «il genocidio e le violenze in corso a Gaza ad opera dello Stato di Israele». In assenza di quella firma, ha spiegato il coordinamento, «non vi sono le condizioni» per la presenza di un loro carro.
Conviene fermarsi su questo punto, perché contiene l’intero problema. A un gruppo di cittadini italiani ebrei e omosessuali viene chiesto, come condizione per partecipare a una manifestazione per i diritti civili, di pronunciarsi su un conflitto in Medio Oriente. Non sul tema della manifestazione – i diritti delle persone LGBTQIA+ – ma su Israele. La loro identità queer, per essere ammessa, deve prima superare un esame di posizionamento geopolitico che a nessun altro gruppo viene richiesto.
Una sceneggiatura già scritta
Chi conosce la storia recente degli spazi queer occidentali avrà avuto un senso di déjà-vu. Perché quanto accaduto a Roma non è un incidente locale: è l’ultima replica di una sceneggiatura collaudata, andata in scena identica in mezzo mondo.
Nel giugno 2017 – ben prima del 7 ottobre, alla Dyke March di Chicago, tre donne furono allontanate dal corteo perché portavano bandiere arcobaleno con una stella di David al centro. Gli organizzatori spiegarono che quei vessilli «facevano sentire le persone insicure», che la marcia era «antisionista» e «filo-palestinese», e che la stella di David era «visivamente troppo simile alla bandiera israeliana». Due anni dopo, nel 2019, la Dyke March di Washington D.C. fece esattamente la stessa cosa, vietando le bandiere dell’orgoglio ebraico. Stessa motivazione, stesso copione.
La struttura è sempre identica, e per questo merita di essere chiamata per nome. Primo: si dichiara uno spazio «sicuro» e «inclusivo». Secondo: si stabilisce che un simbolo ebraico – non israeliano, ebraico – rende quello spazio «insicuro» per altri. Terzo: si chiede all’ebreo di dimostrare la propria innocenza prendendo le distanze da Israele. Quarto: se rifiuta di sottoporsi al test, lo si espelle, spiegando che non è stato espulso in quanto ebreo, ma in quanto sionista. La sostanza non cambia tra una bandiera vietata a Chicago e un carro negato a Roma.
Dove si rompe la distinzione
Esiste una distinzione legittima, e va difesa con inderogabile fermezza, tra critica delle politiche di un governo e ostilità verso un popolo. Si può criticare l’esecutivo israeliano, anche aspramente, senza essere antisemiti – esattamente come si può criticare qualunque governo democratico. Questa distinzione è il presidio che separa il dibattito politico dall’odio. Ed è precisamente la distinzione che, nel meccanismo di esclusione, viene fatta volutamente saltare.
Il cortocircuito, che poggia su una base solida di evidente ignoranza e senso di protagonismo non giustificato, si produce nel momento esatto in cui si chiede a un ebreo – in quanto ebreo – di rispondere per Israele. All’associazione Keshet Italia non è stato chiesto di firmare una generica dichiarazione sui diritti umani. È stato chiesto di prendere posizione contro Israele come prezzo d’ingresso. La domanda implicita è: «Tu, ebreo, da che parte stai?» Ed è una domanda antica, che ritorna immutata nei secoli: la presunzione che ogni ebreo sia ostaggio e portavoce di una lealtà esterna, sospetta, da cui deve continuamente discolparsi. La definizione operativa dell’IHRA la elenca tra gli esempi di antisemitismo in modo inequivocabile: accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele che alla propria comunità di appartenenza.
Non è antisionismo. È la riproposizione, in chiave progressista, del più classico dei meccanismi antisemiti: la colpa collettiva e la lealtà sospetta. Il fatto che a metterlo in atto siano spazi che si dichiarano antirazzisti e inclusivi non lo attenua. Semmai lo rende più insidioso, perché lo riveste di un linguaggio che riguarda diritti, inclusione, sicurezza che dovrebbe escluderlo.
L’intersezionalità che espelle
C’è un paradosso teorico che vale la pena nominare. L’intersezionalità nasce come strumento concettuale per riconoscere che le identità si sovrappongono, e che una persona può subire più discriminazioni insieme. Un ebreo queer è, per definizione, un soggetto intersezionale: porta due appartenenze minoritarie, due storie di persecuzione. Eppure è proprio negli spazi che fanno dell’intersezionalità una bandiera che questa figura viene espulsa.
Il motivo è che una certa vulgata militante ha costruito una gerarchia rigida tra oppressi e oppressori, e in questo schema all’ebreo – a prescindere e qualsiasi siano le sue origini, condizioni socio-economiche e storie di vita personale, è stato assegnato d’ufficio l’etichetta violenta dell’oppressore – bianco, potente, colonizzatore. Una lesbica ebrea che marcia con la stella di David non viene vista come una donna due volte minoritaria, ma come un’infiltrata del campo nemico. L’intersezionalità, nata per includere, viene piegata a strumento di esclusione. È il suo esatto rovesciamento. Un corto circuito palese a cui nessuno può rispondere mantenendo un briciolo di dignità.
Tel Aviv, senza propaganda
A questo punto è quasi inevitabile che qualcuno evochi Tel Aviv, e il suo Pride tra i più partecipati del Mediterraneo. Lo nomino con cautela, perché il rischio è scivolare nel suo opposto speculare: usare i diritti LGBTQIA+ israeliani come arma retorica per assolvere ogni politica del governo. Sarebbe pinkwashing, ed è una trappola in cui non intendo cadere. Ma questo vale solo per chi a Tel Aviv non ci è mai stato e non conosce quanto la società israeliana sia profondamente e orgogliosamente LGBTQIA+ friendly.
Il Pride di Tel Aviv non è un argomento a favore di nulla, e non «riscatta» alcunché. È semplicemente un fatto, che vale per ciò che è e per ciò che non è. Non dimostra che Israele sia un Paese perfetto; non cancella né giustifica le scelte di alcun esecutivo. Ma neppure può essere cancellato dal discorso. Esiste, e la sua esistenza è sufficiente a complicare lo schema manicheo che vorrebbe l’ebreo come puro oppressore. La realtà mediorientale è più intricata della sceneggiatura militante: e proprio per questo nessuna delle due semplificazioni – né quella che condanna, né quella che assolve – le rende giustizia.

