La Corte di Giustizia UE contro Israele: un verdetto scontato e prevedibile

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Niram Ferretti
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Israele, pregiudizio antisraeliano

La Corte di Giustizia UE contro Israele: un verdetto scontato e prevedibile

Il verdetto della Corte di Giustizia Europea emesso il 12 novembre, secondo il quale i prodotti provenienti dai cosiddetti “territori occupati” israeliani devono essere etichettati come tali, non può giungere, e infatti non giunge come una sorpresa. Lo evidenzia con sfrontata franchezza la portavoce dell’ambasciata della Unione Europea a Ramat Gan, in Israele, quando afferma che la decisione della corte recepisce la “nota interpretativa” della Commissione Europea del 2015 la quale, per la prima volta, affermava la necessità di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti. D’altronde, è sempre la portavoce a ribadirlo:

“La Ue ha una consolidate e ben nota posizione, essa non riconosce alcun mutamento ai confini israeliani pre-1967, se non quelli pattuiti dalle parti in causa nel conflitto israeliano-palestinese. La UE considera gli insediamenti nei territori occupati, illegali sotto la legge internazionale”.

E’ di fatto la posizione espressa dall’ONU e fondata sulla mistificazione della realtà, apertamente contestata da Israele e da insigni giuristi, ma non per questo ormai determinata. Non esistono, infatti, “confini” di Israele pre-1968, ma unicamente line armistiziali convenute tra le parti dopo la guerra del 1948-49, così come non può essere illegale la presenza ebraica nella cosiddetta Cisgiordania sulla base del testo mai abrogato del Mandato Britannico per la Palestina del 1922, secondo il quale, agli ebrei veniva concessa piena disponibilità di insediarsi ovunque nei territori a occidente del fiume Giordano.

Non solo Israele ha il pieno diritto a trovarsi dove si trova, ma esso non “occupa” assolutamente nulla se per “occupazione” si intende la presa di possesso di una proprietà o di un territorio altrui, visto che i territori della cosiddetta Cisgiordania non hanno legalmente alcun detentore sovrano, e che Israele ha, sulla base del Mandato Britannico per la Palestina, una ben legittima rivendicazione su di essi. Non solo, gli Accordi di Oslo del 1993-1995 stabiliscono che la presenza israeliana nei territori “occupati”, nello specifico nell’Area B e C, sia dettagliatamente disciplinata dagli Accordi medesimi e riconosciuta come tale dall’Autorità Palestinese. Il “Diritto internazionale” invocato dalla portavoce della Unione Europea in Israele si fonda interamente su risoluzioni ONU venute in essere soprattutto in virtù della schiacciante predominanza dei paesi arabi e musulmani all’interno del Palazzo di Vetro, le quali non hanno alcuna autorevolezza giuridica vincolante.

Il verdetto della Corte di Giustizia UE, emesso a seguito della richiesta da parte della casa vinicola israeliana Psagot (che prende il nome dell’insediamento omonimo nella cosiddetta Cisgiordania), di esprimersi su un precedente verdetto emesso da una corte francese nel 2016, secondo cui i prodotti israeliani provenienti dalla cosiddetta Cisgiordania, Gerusalemme Est e le Alture del Golan, andavano etichettati, non poteva essere diverso. E non poteva esserlo per le ragioni esposte dalla portavoce della UE in Israele. L’Unione Europea considera illegali gli insediamenti e si esprime conseguentemente secondo questo assunto giuridicamente fraudolento.

Motivo per il quale, alcuni funzionari del governo coperti da anonimato avendo previsto anticipatamente lo scontato esito del verdetto e le sue dirette conseguenze, ritenevano che fosse opportuno che la casa vinicola abbandonasse la sua battaglia legale. Uno di questi funzionari, in una dichiarazione rilasciata al quotidiano online The Times of Israel, prima della formulazione del verdetto, aveva dichiarato:

“Il margine di manovra dei paesi europei diminuirà dopo il verdetto. Coloro i quali cercano di delegittimare Israele potranno usare questo verdetto sia sul piano legale sia nei termini della percezione pubblica”.

L’etichettatura dei prodotti israeliani provenienti dai territori considerati “occupati” è dunque una logica conseguenza della delegittimazione di Israele sul piano internazionale che inizia con la vittoria dello Stato ebraico nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 e prosegue ancora oggi. E’ infatti dal momento in cui Israele viene considerato forza occupante all’interno di territori catturati a un nemico che voleva annientarlo, territori che le disposizioni del Mandato Britannico per la Palestina gli assegnava, e dai quali vennero cacciati dagli arabi nella guerra del 1948, che discende tutto il resto, non ultima la decisione discriminatoria e politicamente orientata della Corte di Giustizia della UE.

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