Silvia Romano, paragoni choc con i lager nazisti

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Silvia Romano, paragoni choc con i lager nazisti

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Siamo tornati alle tristi consuetudini pre-Covid. La volontà di essere moralmente vicini e la coesione popolare che ha caratterizzato la prima parte della pandemia sono già finite. Viene da chiedersi se sia stata solo un’illusione oppure, semplicemente, sia durata poco, come gran parte delle cose della società contemporanea.

Siamo tornati all’Italia litigiosa e cinica, che troppo spesso ha la meglio su quella pensante e riflessiva. Perché quando si leggono determinati paragoni viene da chiedersi se davvero arrivano da persone che hanno ragionato sui propri pensieri.

Da annoverare in questa non invidiabile lista è il ritorno in Italia di Silvia Romano, la volontaria milanese che nel 2018 era stata rapita in Kenya e consegnata al gruppo jihadista salafita somalo al-Shabaab. Le prime immagini hanno colto la ragazza con un abito integrale islamico di colore verde, segno di una conversione resa nota poco dopo dalla diretta interessata.

Da lì il tritacarne mediatico è stato acceso ed è sfociato addirittura nella domanda: “Perché l’Italia ha trattato per Silvia Romano e per Aldo Moro no?”

Un paragone inesistente, ma forse “capibile” per una coincidenza temporale, non certo nella forma  o nella sostanza: Silvia Romano, infatti, è atterrata a Roma il 10 maggio, il giorno dopo il 42esimo anniversario dell’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana.

Un paragone che non trova neanche una coincidenza temporale è quello fatto da Simone Angelosante, consigliere regionale della Lega e sindaco di Ovindoli (Abruzzo), e da Alessandro Sallusti, direttore responsabile del quotidiano il Giornale.

Il politico del Carroccio ha scritto sui social:                                

“Avete mai sentito di qualche ebreo che liberato da un campo di concentramento si sia convertito al nazismo e sia tornato a casa in divisa delle SS?”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Alessandro Sallusti:

“Silvia è tornata, bene ma è stato come vedere tornare un prigioniero dei campi di concentramento orgogliosamente vestito da nazista. Non capisco, non capirò mai”.

Frasi raggelanti, che sono state commentate anche da Enrico Mentana:

“A tutti quelli che in queste ore fanno orrendi e insensati paragoni con chi tornò da Auschwitz (come quel consigliere regionale leghista che ha scritto “avete sentito di qualche ebreo che liberato da un campo di concentramento si sia convertito al nazismo e sia tornato a casa in divisa delle SS?”) voglio solo sommessamente ricordare che il campo di Auschwitz sorgeva nella cattolicissima Polonia, e che lo stesso Hitler era cattolico battezzato e cresimato. Provate a riformulare il paragone ora”.

Chi sperava che le polemiche fossero finite si sbagliava di grosso, perché  al direttore del tg di La7 è seguita la replica dell’ambasciata della Polonia in Italia, quella stessa Polonia che appena si parla di Auschwitz, sente il bisogno fisiologico di intervenire:

“È vero che la Polonia ai tempi della Seconda guerra mondiale era molto cattolica. Ė necessario però, sempre e soprattutto, sottolineare che durante quel conflitto globale la Polonia ERA OCCUPATA DAI NAZISTI, quindi ogni affermazione che può suggerire o far presupporre che Auschwitz era stato costruito in Polonia, perché essa era cattolicissima, mettendo quindi in relazioni questi due elementi, è PROFONDAMENTE SBAGLIATO, INGIUSTO e INGIUSTIFICATO. Il più grande campo di concentramento è stato localizzato in Polonia, ma certo non per questa ragione, ma piuttosto è in Polonia che viveva il maggior numero di ebrei in Europa e che la posizione era facilmente raggiungibile da trasporti da tutti i territori occupati dai nazisti”.

Il ritorno a casa di una missionaria rapita non ha alcun legame con i sopravvissuti ai campi di sterminio. Anche solo doverlo ribadire ci dà la misura del dibattito pubblico nel nostro paese.

(Grazie a Mosaico)

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