Rula Jebreal, prezzemolina dei talk

Gerardo Verolino
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pregiudizio antisraeliano

Rula Jebreal, prezzemolina dei talk

Volete aver successo in Italia nel mondo del giornalismo che si occupa di politica estera? Volete essere invitati nei talk show a parlare delle questioni che riguardano il Medio-Oriente? Volete essere il punto di riferimento per quel ceto politico intellettuale che si vanta di saperla più degli altri, in genere della sinistra salottiera e terzomondista, al punto da essere candidata, predestinata, per volere dell’élite, alle prossime elezioni europee? Allora dovete fare come l’avvenente Rula Jebreal, la Wanda Osiris della politologia, presenza fissa dei talk nazional-popolari, la prezzemolina sparafuffa ossessionata da Israele. Una che da fisioterapista, nel giro di pochi anni, si è inventata un mestiere, se non un brand, non molto dissimile dalle influencer alla Ferragni spacciandosi per esperta di questioni mediorentali solo perché da cittadina israeliana, seppur “nata ad Haifa in Palestina” come sostiene lei, tuona, rabbiosa, contro Israele dalla mattina alla sera.

Per fare come lei ed essere invitati nel giro che conta bisogna, come prerequisito indispensabile, vantare un’appartenenza allo stato ebraico, o una pur lontana discendenza. Insistere costantemente su questo punto: se necessario esibire apposita ed inoppugnabile carta d’identità o passaporto che lo comprovi. Ripeterlo come un mantra ossessivamente così che nessuno lo dimentichi e si faccia la convinzione che se a criticare Israele è un’israeliana doc allora deve aver ragione.

Apparire, se possibile, intelligente. Non è importante esserlo. Avere “uno sguardo sfidante ed accogliente” secondo Davide Burchiellaro di Marie-Claire. Sposare le persone giuste, tipo artisti di fama o il banchiere Arthur Altschul Jr di Goldman Sachs perché può essere utile e la gente ne parla. Esibire, con orgoglio, la propria carnagione olivastra, simile a quella di tanti altri israeliani, come scudo protettivo che in tempi di politically correct esasperato aiuta. Così da poter zittire chi non la pensa come te con un “parli tu uomo bianco sessista che punti il dito contro di me?” come dice una volta verso il povero Nicola Porro reo solo di voler esprimere un’opinione diversa dalla sua. Al punto che, per strada, se qualcuno vuole chiederle un’informazione col dito alzato lei possa gridargli contro lo stesso rimprovero come taci “tu uomo bianco sessista” che sa tanto di vittima ancestrale del colonialismo che fu ma anche allo stesso tempo un’implicita ammissione di superiorità del tipo “io sono Rula e voi non siete un cazzo” a mo’ di Marchese del Grillo.

Atteggiarsi a depositari di verità assolute e far credere che quello che dici sia frutto di approfondite ricerche e non della monotona e infantile ripetizione di triti e ritriti slogan anti israeliani orecchiati, qua e là, alle stucchevoli manifestazioni filopalestinesi. Vantare un curriculum da assistente volontaria presso un campo profughi palestinese. Aderire al Movimento Palestinese per la cultura e la democrazia. Cosa che fa acquisire meriti agli occhi, non solo degli italiani (figuriamoci se avesse aderito ad un movimento analogo israeliano, la sua carriera sarebbe morta sul nascere perché l’unico israeliano buono è quello che abiura da suo popolo), ma di tutto quel circuito del main-stream che non sta nella pelle nel vedere una bella, rampante, impegnata, donna, peraltro di colore, inveire contro il “suo” Stato.

Attaccare costantemente Israele che ammazzerebbe bambini innocenti. Sceneggiare un film pedestre come “Miral” insieme all’ex marito il regista Julian Schnebel, boicottato in patria, e definito da Fiamma Nirenstein come la rappresentazione di un improbabile “Mulino Bianco palestinese” mentre Israele viene dipinto come uno Stato nazista e “gli ebrei” appaiono “come dei pazzi assetati di sangue che cercano in ogni occasione di tormentare i palestinesi”. Protestare veementemente all’estero contro il sistema dell’informazione. Come quella volta che sul canale americano della MSNBC, dove collabora, accusa pesantemente i media statunitensi e il network stesso dove parla di essere sbilanciati a favore di Israele. “Sono ridicoli oltre che disgustosamente e schifosamente di parte” dice. Aggiungendo che “Netanyahu e i suoi” ricevono troppo spazio, lamentando che nei canali americani manchino sufficienti commentatori di origine araba e prendendosela anche con lo sventurato conduttore che ha il “solo difetto” di essere ebreo.

Dare del “nazista”, un po’ a tutti, come fa lei, nei confronti del comico Bill Maher che dice una cosa ovvia e cioè che in molti paesi musulmani non c’è libertà.

Paventare l’esistenza di un complotto neonazista dietro l’uovo ricevuto in faccia dall’atleta italiana di colore, Daisy Osakue. Lasciare, sdegnosamente, l’Italia terra di razzisti. Per farvi poi, precipitoso ritorno quando si scopre che la povera Daisy è stata solo il bersaglio della bravata di tre balordi uno dei quali figlio di un consigliere del Pd.

Se farete tutte queste cose sarete anche voi come Rula Jebreal. Vi inviteranno nei talk. Passerete come i mejo figo del bigoncio. E sponsorizzerete, allegramente, come la nostra eroina, anche le borse della Carpisa.

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