Anche al confine libanese, la guerra è prosecuzione della politica con altri mezzi

Ugo Volli
Ugo Volli
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Editoriali

Anche al confine libanese, la guerra è prosecuzione della politica con altri mezzi

Editoriali
Ugo Volli
Ugo Volli

La crisi alla frontiera fra Israele e Libano è appena iniziata. Mentre scrivo, l’esercito israeliano ha scavato e reso inutilizzabili tre tunnel d’assalto che dal territorio libanese conducevano in Israele (ma probabilmente ce ne sono parecchi altri sui 130 chilometri del confine). C’è stato uno scambio a fuoco con un gruppetto di Hizbollah che il governo di Beirut significativamente ha definito “una pattuglia dell’esercito libanese”, una dichiarazione che dice molto su come il gruppo terrorista si è fatto Stato e può dunque anche usufruire degli approvvigionamenti militari americani e francesi.

Netanyahu ha personalmente informato il segretario di stato americano Pompeo degli sviluppi prima di iniziare lo smantellamento dei tunnel e l’ha fatto per telefono subito dopo con Putin. Inoltre ha guidato un gruppo di ambasciatori a vedere con i propri occhi la minaccia. 

La stessa dimostrazione è stata fatta fra capi militari col comandante della forza Uno in Libano Unifil,  l’italiano generale Stefano Del Col, che non ha potuto che confermare l’esistenza dei tunnel, aggiungendo che avrebbe “parlato con le autorità competenti”. Peccato che il compito dell’Unifil non sia affatto quello di comunicare con i politici libanesi, ma di “adottare tutte le misure necessarie in aree di schieramento delle sue forze e, nella misura delle sue capacità, di assicurare che la sua area di operazioni non sia utilizzata per attività ostili di alcun tipo” (così dice la risoluzione 2373 del Consiglio di sicurezza, adottata nell’agosto 2017). Difficile non considerare attività ostile lo scavo di un tunnel militare, capace di far passare truppe su carro e anche artiglieria oltre la frontiera. Difficile anche che Unifil non se ne fosse accorto, visto che un tunnel partiva proprio accanto a una sua postazione. Ma non ha fatto nulla. Un’altra dimostrazione dell’assoluta inutilità dei corpi di interposizione dell’Onu.

E però Israele ha fatto vedere i tunnel a tutti, che volessero o no sentire, come ha fatto vedere a tutti i documenti sull’armamento atomico iraniano. Come ha fatto circolare le immagini delle aggressioni di Hamas a Gaza. Senza agire precipitosamente, ma mostrando il livello di intelligence raggiunto e ponendo le basi per le azioni che deciderà di intraprendere quando lo riterrà opportuno. Molti strateghi da salotto in Italia e in Israele, e molti oppositori di Netanyahu in Israele a destra e a sinistra gli hanno rimproverato, addirittura come “vigliaccheria” la freddezza prudente con cui si è mosso in questi mesi. Ma in realtà si tratta di visione strategica, di fare le mosse una alla volta con calcolo preciso. Il problema è quello di affrontare una minaccia prossima su tre lati (Hamas, Autorità Palestinese, Hezbollah) evitando che i fronti si uniscano e tenendo che essi hanno una retroguardia reale e attiva (l’Iran, entro certi limiti la Russia, la Turchia, il Qatar) e un secondo retroterra potenziale, i paesi sunniti che hanno bisogno di Israele per opporsi al pericolo iraniano e stanno stringendo con esso alleanze operative, ma potrebbero essere costretti dalla pressione religiosa in caso di conflitto sui confini dello stato ebraico a schierarsi con gli attaccanti; e infine un terzo retroterra ostile, quello della dirigenza antisemita dell’Unione Europea.

In questo contesto, Netanyahu usa la superiorità tecnologica israeliana per distruggere le minacce immediate, i razzi e i tunnel di Hamas come quelli di Hezbollah, ma pone anche le premesse per poter tenere una condotta più attiva senza doverne pagare i prezzi politici e in parte quelli militari.

Pochi fuori dal Medio Oriente hanno notato l’ultimatum che Netanyahu ha dato al Libano: eliminare i missili di Hezbollah se non vuole che venga l’esercito israeliano a occuparsene. Questo è il discorso che deve aver fatto anche a Putin, mentre agli arabi e all’America deve aver detto che Israele è il solo argine all’egemonia iraniana sull’intero Medio Oriente. Il tema è quello di costruire uno schieramento per poter effettivamente combattere la guerra vera con l’Iran, in maniera politicamente vincente. Il pericolo militare è molto grave, ma può essere eliminato efficacemente solo con una logica più sofisticata di quella di coloro che invocano la “deterrenza” (cioè in soldoni, il far paura ai nemici) come unica soluzione.

Si tratta di far capire ai nemici che le loro forze sono nel mirino, che le loro strategie sono note e vi sono le contromosse, ma soprattutto di ottenere un appoggio più vasto di loro. L’incrocio disegnato da Netanyahu di alta tecnologia, tattica militare, intelligence, diplomazia degli annunci pubblici, serve proprio a questo. Perché, come insegnava Clausewitz, la guerra, per servire a qualche cosa e per compensare i suoi terribili costi umani, dev’essere “continuazione della politica con altri mezzi”, non semplice reazione automatica alla minaccia. L’operazione al confine libanese è appena iniziata. Senza dubbio nei prossimi giorni e settimane avremo nuove sorprese.

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