L’attacco chimico di Khan Sheikhoun e i suoi risvolti

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Niram Ferretti
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Medio Oriente

L’attacco chimico di Khan Sheikhoun e i suoi risvolti

Nel pantano siriano che dura da sei anni e rappresenta la più grave crisi umanitaria della nostra epoca, si è giunti a un ulteriore picco, quello dell’attacco con agenti chimici avvenuto a Khan Sheikhoun, in cui sono morte 72 persone tra cui numerosi bambini. Ad attacco avvenuto l’esercito dei depistatori e dei dietrologi si è mosso immediatamente a falange per cercare di discolpare il dittatore di Damasco, sostenendo che in realtà si sarebbe trattato di un azione delle milizie islamiche combattenti contro Assad. Il falso più vero del vero. E’ la malattia della nostra epoca ipertrofizzata dall’informazione pataccara per la quale vale il principio di Gresham trasferito dal contesto monetario a quello informativo, la notizia falsa scalza quella vera. Successivamente, un comunicato della Russia ha affermato che le vittime sono state provocate dal bombardamento di un deposito dove i ribelli avevano stoccato agenti chimici.

Poche ore dopo l’attacco, la Casa Bianca, per bocca del suo portavoce, Sean Spicer, annunciava che l’Amministrazione Trump era certa che il massacro fosse stato orchestrato da Assad. Poi è stato il turno di Israele. Avigdor Liberman, il Ministro della Difesa ha dichiarato senza mezzi termini, “L’attacco omicida con armi chimiche perpetrato nei confronti dei cittadini di Idlib e contro un ospedale locale è stato condotto dietro l’ordine diretto del presidente siriano, Bashar Assad, utilizzando aerei siriani”. Liberman ha poi aggiunto, “Sappiamo che questa è, dalla A alla Zeta una operazione di Assad”.

Nessuna cautela dunque da parte di Israele, nessun giro di parole, nonostante il rapporto interlocutorio con la Russia, principale alleato di Assad insieme all’Iran. Dal canto suo il dittatore alawita accusa da tempo Israele, senza esibire alcuna prova, di essere colluso con le forze ribelli per detronizzarlo. Israele farebbe infatti parte di un fantomatico asse composto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Quatar e altri stati non meglio specificati. La sindrome del complotto è un classico della psicopatologia dittatoriale e ha illustri predecessori a noi vicini, da Hitler a Stalin. Assad non fa eccezione.

La realtà racconta un’altra storia, in modo particolare relativamente agli Stati Uniti. Furono quest’ultimi, durante il periodo dell’Amministrazione Obama, a fare sì che la crisi siriana precipitasse a un punto di non ritorno. L’apice della inattitudine americana venne raggiunto quando, nel 2013, Obama decise di non onorare l’impegno che aveva preso se Assad avesse oltrepassato la linea rossa posta dagli Stati Uniti relativa all’uso di armi chimiche. La mancanza di risolutezza americana, il rifiuto da parte di Obama di appoggiare fin dall’inizio gli insorgenti nazionalisti siriani ha creato le condizioni favorevoli che hanno permesso ai gruppi radicali islamici di acquisire progressivamente terreno e autorevolezza, regalando alla Russia il ruolo di protettrice del regime di Damasco, propagandato come unico bastione contro quel radicalismo islamico che la stessa irrisolutezza americana ha contribuito a incrementare con la sua politica non interventista. Invece di accusarli, Assad dovrebbe ringraziarli gli Stati Uniti. E’ grazie alla loro irrisolutezza se si trova ancora al proprio posto, così come è sempre in virtù di quest’ultima se Vladimir Putin ha potuto ritagliarsi il ruolo determinante che ha sul teatro di guerra siriano.

Oggi Putin è, insieme al regime teocratico iraniano, la principale garanzia per la sopravvivenza del dittatore genocida. La crisi siriana ha evidenziato in modo lampante come, in mancanza di un ruolo americano in Medioriente, lo spazio lasciato vacante venga subito riempito da forze non democratiche i cui interessi strategici, (vedi Iran e Russia) sono in totale contrasto con quelli degli Stati Uniti e di Israele.

Relativamente a Israele il gioco di sponda dello Stato ebraico con la Russia, è tatticamente inteso a limitare il rafforzamento di Hezbollah sulle alture del Golan e dunque l’estensione regionale dell’Iran, di cui il gruppo terrorista libanese è una protesi. Né la Russia né Israele hanno interesse a che gruppi integralisti islamici occupino il territorio di quello che è ormai uno stato decomposto, ma l’offensiva contro le milizie dell’IS, di Al Nusra e altre sigle non può nascondere la realtà di una alleanza, quella russa-iraniana, che non ha alcuna appetibilità per gli interessi strategici israeliani, anche questa, un regalo dell’Amministrazione Obama.

Da una iniziale disponibilità nei confronti di Assad, dopo l’attacco di Khan Sheikhoun, l’Amministrazione Trump ha cambiato atteggiamento. La condanna della Casa Bianca e la certezza di quest’ultima sulla responsabilità del regime siriano nell’attacco chimico, ulteriormente rafforzata dalle dichiarazioni israeliane ha attivato la risposta americana nei confronti del regime genocidario siriano. L’attacco missilistico USA di mirato contro le postazioni siriane è, al contempo un avvertimento inequivocabile ad Assad e un chiaro monito alla Russia e a Teheran.

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