La Palestina accede alla Corte Penale Internazionale, quali sono le conseguenze?

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Mario Del MonteEditor
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Israele

La Palestina accede alla Corte Penale Internazionale, quali sono le conseguenze?

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Da oggi, 1 Aprile, la Palestina è ufficialmente membro della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Sebbene questo avvenimento sia stato salutato da alcuni come un momento storico, in realtà non influenzerà in nessun modo il contenzioso fra Gerusalemme e Ramallah. Questo passaggio è puramente tecnico e potrebbe produrre una nuova ondata di violenze ma, allo stato attuale, nessuna delle due parti è interessata ad un escalation. Piuttosto possiamo aspettarci di vedere recriminazioni o al massimo azioni unilaterali reversibili come il ri-congelamento delle entrate fiscali palestinesi da parte di Israele o la minaccia da parte dei palestinesi di terminare il rapporto di cooperazione di sicurezza.

L’unica cosa capace di cambiare le carte in tavola è avvenuta a Dicembre quando il Presidente dell’ANP Abbas ha firmato un documento in cui dichiarava di accettare la giurisdizione della Corte per quanto riguarda “l’identificazione, la persecuzione e il giudizio dei colpevoli di crimini di guerra commessi nei Territori Contesi.” Una settimana dopo la CPI ha formalmente riconosciuto l’accesso allo Statuto di Roma, il documento fondativo della Corte, spianando così la strada per l’azione giudiziaria contro cittadini israeliani all’Aja. In seguito è stata aperta una indagine preliminare sulla situazione in Palestina, un’operazione che richiederà diversi anni e che non per forza porterà all’instaurazione di un’investigazione completa.

Cosa cambia allora l’evento di oggi? Per prima cosa la Palestina diviene automaticamente membro della Assembly of State Parties, un organo che vota su molti aspetti della Corte. Essendo però uno dei 124 Stati membri la sua influenza è marginale. La cosa più importante è che la Palestina sarà in grado di presentare il “rinvio di uno Stato membro” che conta di più rispetto a quello avanzati dalle entità non statuali: in pratica da ora ogni volta che i palestinesi lamenteranno dei crimini commessi sul suo suolo la Corte dovrà occuparsi del caso in modo più serio rispetto a quanto è stato fatto in precedenza. Tuttavia anche questa differenza non è così drammatica perché si tratta di un passo procedurale che ha poco impatto. Ad esempio, un “rinvio di uno Stato membro” comporta l’immediata apertura di un esame preliminare sul caso ma questa è stata già avviata circa tre mesi fa. Nel caso in cui questa venisse chiusa, la Palestina come Stato membro potrà opporsi e portare il caso davanti a una “camera di prova” costituita da tre giudici che esaminerà la questione.

Il significato dell’adesione alla CPI da parte dei palestinesi dipenderà in buona parte dalle iniziative che verranno intraprese dalle leadership politiche israeliane e palestinesi. Se la Palestina dovesse presentare il rinvio accusando formalmente Israele di aver commesso crimini di guerra le due parti saranno inevitabilmente dirette verso il confronto. Probabilmente il governo israeliano reagirà congelando le entrate fiscali che raccoglie per conto di ANP che, a sua volta, potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di terminare la cooperazione di sicurezza in West Bank. Molti funzionari di ANP hanno più volte dichiarato che l’accusa nei confronti di Israele sarà presentata appena possibile ma difficilmente Maliki, Ministro degli Esteri di ANP, userà immediatamente questo diritto durante la visita a l’Aja nei prossimi giorni per celebrare l’accesso alla Corte. Secondo il sito Times of Israel è già stato siglato un accordo segreto tra Gerusalemme e Ramallah per cui il rilascio delle entrate fiscali avvenuto venerdì per ragioni umanitarie è strettamente collegato alla promessa da parte dei palestinesi di non terminare la cooperazione di sicurezza e di non presentare nessun file alla CPI.

In questo caso entrambe le parti si potrebbero ritenere più o meno soddisfatte: i palestinesi hanno di nuovo i loro soldi e una investigazione preliminare automatica, gli israeliani possono temporaneamente evitare il confronto diretto che avrebbe comportato una notevole pressione internazionale, specialmente da parte degli Stati Uniti con cui è ai ferri corti. L’account Twitter dell’OLP ha negato qualsiasi patto segreto con gli israeliani ma lo staff di Maliki non ha voluto né smentire né confermare la notizia.

Per ragioni tattiche da Ramallah vorranno probabilmente attendere il momento giusto per presentare un rinvio alla Corte come l’annuncio di nuovi insediamenti da parte degli israeliani o un prossimo conflitto armato con Hamas in modo tale da ottenere una maggiore approvazione internazionale. Questo però potrebbe portare ad un nuovo congelamento delle entrate fiscali appena sbloccate di cui ANP necessita per non collassare. Ostilità diplomatiche come queste possono portare facilmente a tensioni e violenze, cosa che non è nell’interesse di nessuna delle due parti al momento. D’altronde i palestinesi sanno che l’arma del congelamento dei fondi sarà ancora per molto nelle mani degli israeliani e questi sanno che è ormai troppo tardi per prevenire un’indagine della Corte Penale Internazionale sul conflitto perciò non è importante se e quando i palestinesi presenteranno una lamentela ufficiale.

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