Israele: l’inchiesta su Netanyahu diventa un caso politico

Quello di Netanyahu non è un semplice caso giudiziario, è un conflitto politico per il futuro di Israele

Ugo Volli
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Israele

Israele: l’inchiesta su Netanyahu diventa un caso politico

Quello di Netanyahu non è un semplice caso giudiziario, è un conflitto politico per il futuro di Israele

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Ugo Volli
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Nessuno sa al momento come finirà la vicenda politica israeliana, se ci sarà un terzo ciclo di elezioni (come sembra probabile), se Netanyahu manterrà la leadership del Likud e dello schieramento di centrodestra (probabile anch’esso), per non parlare di come finiranno queste possibili elezioni e il processo a Netanyahu (se ci sarà, perché in Israele esiste l’immunità parlamentare, che può essere però superata con un voto parlamentare).

La tentazione forte è di vedere in questa vicenda gli aspetti piccini ed eticamente discutibili. Netanyahu è certamente un uomo che tiene al potere e che maltratta i suoi collaboratori, suscitando forti sentimenti di vendetta come quelli nutriti da Lieberman. I capi fra i suoi avversari mostrano scarso peso intellettuale e strategico (Gantz), sono vanesi e poco responsabili (Lapid), vendicativi (Ya’alon); erano disposti a fare alleanze con i partiti arabi sostenitori del terrorismo e non con i religiosi o i nazionalisti, o almeno non con i religiosi e nazionalisti alleati a Netanyahu, anche se questo blocco è chiaramente maggioritario nell’elettorato. Il sistema elettorale israeliano funziona male, perché privilegia la rappresentanza dei piccoli gruppi sociali alla loro fusione e conseguente governabilità: invano i maggiori leader dai tempi di Ben Gurion hanno cercato di correggerlo, come si legge in questa bella analisi.

Infine il caso giudiziario non regge: Netanyahu è accusato di aver accettato da suoi amici ricchi qualche decina di casse di vino pregiato e di sigari in tredici anni di premierato (come ne riceve a Natale qualunque avvocato di provincia da noi); di aver discusso con i padroni di un giornale e di un’agenzia di comunicazione la possibilità di migliorare il rapporto del governo con i loro media. Questo non è successo, essi continuano a essere aspri critici del governo. Nel 2014 Netanyahu fece una crisi di governo cui seguì lo scioglimento della Knesset per evitare un progetto di legge (sostenuto dai suoi critici attuali) che li favorisse danneggiando la concorrenza della stampa libera. Al di là del fallimento delle trattative, se si sostenesse che cercare l’appoggio della stampa è corruzione, tutti i governi democratici dovrebbero andare in galera. Il potentissimo procuratore generale Mandebit ha ignorato queste obiezioni, non ha aperto indagini su coloro che hanno effettivamente proposto leggi a favore dei giornali che li appoggiano (per esempio Lapid), né sulle indiscrezioni che hanno messo in imbarazzo Netanyahu in molti momenti decisivi dell’ultimo anno, e neppure sul trattamento subito da un testimone chiave dell’accusa che è stato costretto a cambiare versione sotto la minaccia di farlo fallire economicamente e di di rovinare la sua famiglia, fino al punto di fargli assistere all’interrogatorio di una sua amante, convocata dalla polizia benché non c’entrasse nulla con il caso. (per qualche chiarimento in più rimando qui) Per cose del genere in Italia gli inquirenti finirebbero subito sotto processo, come è accaduto a due magistrati di Trani.

Lasciamo stare queste miserie. Il fatto è che la vicenda di Netanyahu somiglia ad episodi accaduti anche altrove, compresa l’Italia: in tutti i paesi democratici c’è un conflitto fra giudici e sistema politico, perché i giudici cercano di avere l’ultima parola su provvedimenti approvati dal governo o approvati dal parlamento in seguito agli orientamenti dell’elettorato, e spesso cercano di eliminare politicamente coloro che si ribellano alle loro impostazione. Non è solo una questione di potere corporativo, anche se questo naturalmente c’entra assai. E’ un conflitto fra il principio della democrazia, e l’orientamento di un gruppo spesso autoselezionato sulla base di concorsi o meccanismi analoghi, che ritiene di essere il depositario di idee che secondo loro devono prevalere sulla volontà popolare. La democrazia è governo della maggioranza (con garanzia per la minoranza): la maggioranza elettorale identifica i principi dell’interesse nazionale scegliendo un gruppo di governo fra proposte concorrenti, e dunque privilegia un punto di vista fra i tanti, un principio, un orientamento, un interesse che percepisce come essenziale. I giudici credono di parlare a nome della giustizia “universale” (anche se spesso si tratta dei loro pregiudizi ideologici negli ultimi decenni molto chiaramente di sinistra, a causa della politicizzazione delle università). In nome di questa universalità pretendono di giudicare e spesso di bocciare le scelte della maggioranza. Per esempio in Italia sul tema dell’immigrazione, in Israele sulle questioni relative alla sicurezza e agli insediamenti oltre la linea verde.

In Israele questo conflitto è reso più acuto, oltre che dall’assedio che il paese subisce da sempre e dal terrorismo, che richiedono una forte capacità di direzione politica e la determinazione di combattere per il paese anche a costo di danneggiare chi sta dalla parte del nemico, anche da alcune caratteristiche della struttura statale. La prima è l’attivismo giudiziario in particolare della Corte Suprema, cioè la volontà di intervenire in tutte le decisioni pubbliche a “correggere le storture”, che è stata opera di un potente presidente della corte suprema Aharon Barak, che l’ha retta dal ‘95 al 2006. L’assenza di una costituzione scritta unitaria e la regola per cui chiunque, anche al di fuori di un giudizio istituito può rivolgersi alla corte rafforzano questo attivismo. Un sommario di questa vicenda, ricco di dettagli allarmanti, si trova in questo intervento della grande giornalista Caroline Glick.

La seconda è il funzionamento dello Stato Maggiore delle Forze Armate, in sostanza autoselezionato e fortemente permeato dalla vecchia ideologia laburista: gli altissimi ufficiali spesso finiscono la carriera facendo i politici, in grande maggioranza a sinistra. Del resto si tratta dello stesso stato maggiore che è stato spesso discusso per l’eliminazione del concetto di “vittoria” dalla dottrina strategica, sostituendola con quella di “gestione del conflitto”. Di Gantz stesso, l’ex capo di stato maggiore che capeggia la lista blu e bianco unita solo dall’ostilità per Netanyahu si è detto che fosse uno degli ufficiali che rifiutò obbedienza a Netanyahu quando sette anni fa comandò di preparare un bombardamento degli apparati iraniani dove si preparava la bomba atomica (che ora è quasi pronta). Nella lista che si contrappone a Netanyahu ci sono addirittura, oltre a lui altri due ex capi di stato maggiore, il che è vicino a un pronunciamento dell’élite militare, cui si aggiunge la figura di un ex anchorman come Lapid a indicare l’allineamento dei media.

Insomma, anche se non si è consumato un “colpo di stato”, secondo la provocazione dello stesso Netanyahu dopo l’annuncio del suo rinvio a giudizio, certamente è in atto intorno alla sua persona un conflitto radicale che coinvolge l’elettorato, ma soprattutto un nucleo centrale della burocrazia statale, giuridica e militare. Il risultato segnerà il futuro di Israele per molti anni.

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