Dopo gli Accordi di Abramo la percezione di Israele tra gli stati arabi sta cambiando

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

Dopo gli Accordi di Abramo la percezione di Israele tra gli stati arabi sta cambiando

Israele, Medio Oriente
Ugo Volli
Ugo Volli

israele-accordi-abramo-sondaggio-arabi-progetto-dreyfusI sondaggi, si sa, valgono fino a un certo punto. L’abbiamo visto di recente con le elezioni regionali italiane e anche con quelle presidenziali americane. Ma se non servono a prevedere con esattezza percentuali dei candidati e dei partiti, permettono di cogliere con notevole approssimazione gli orientamenti generali dell’opinione pubblica, anche in situazioni in cui le elezioni non si svolgono o sono profondamente irregolari se non proprio false, come in quasi tutti gli stati arabi. E’ vero che chi risponde ai sondaggi in questi casi starà attento a non compromettersi; ma almeno si riesce a capire da quel che dicono ciò che essi ritengono di dover pensare. Per questa ragione è molto interessante vedere che cosa si pensa – o si dice di pensare – negli stati arabi dopo le recenti normalizzazioni fra Emirati Arabi, Bahrein, Sudan e Israele, che hanno avuto un effetto rivoluzionario sulle relazioni internazionali nella regione, ben al di là degli stati direttamente interessati.

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati due sondaggi che ci dicono cose interessanti in questo senso. Uno è firmato dall’Arab Center for Research and Policy Studies, che ha sede a Doha, negli Emirati e riguarda quel che pensano i cittadini di 13 stati arabi sulla politica interna e internazionale. I risultati principali si trovano qui. Il secondo sondaggio è stato pubblicato dall’ufficio di Gerusalemme della Fondazione Adenauer. I risultati si possono vedere qui.

Partiamo dal primo sondaggio. La domanda che ci interessa è “quale stato straniero costituisce la maggior minaccia per il vostro stato?” o in termini più semplici: “chi è il nemico?”. E’ interessante che le risposte a questa fondamentale questione strategica sono molto differenti. In Giordania, il 51% dice Israele, il 12% gli Usa, il 7% l’Iran. Molto simili quelle del Libano (48%,17%, 19%). Le risposte dell’Autorità Palestinese sono ancora più estremiste contro Israele: 81% lo individua come il nemico principale, mentre per il 13% il nemico sono gli Usa e solo per l’1% l’Iran. Se invece andiamo nella penisola araba, le cifre sono molto diverse: fra i sauditi 4% indica Israele, 3% l’America e il 39% l’Iran. E’ interessante che questa percezione dei rischi sia simile a quella dal Kuwait, che è più paranoico (23%, 25%, 34%) e del Qatar, invece molto più sicuro di sé su questo punto (3%, 7%, 9%), un po’ come il Marocco (3%, 3%, 1%). Infine va citata la percezione degli egiziani, che vedono il nemico in Israele per il 25%, negli Usa per il 10% , nell’Iran per il 4% , ma vi aggiunge la Turchia (18%), altrove assente, e “altri stati arabi vicini” (probabilmente la Libia) per il 14% . Questa stessa voce è citata anche da chi risponde in Marocco (20%; ma qui si tratta probabilmente dei vicini meridionali come la Mauritania) e soprattutto dal Qatar (55% e il riferimento va evidentemente all’Arabia e agli Emirati che lo boicottano). La cosa evidente è che l’ostilità forte a Israele dipende dalla collocazione geografica. I cittadini degli stati vicini si sentono ancora in guerra, quelli più lontani molto meno. Così anche per il pericolo dell’Iran, percepito nettamente dal Golfo Persico fino all’Egitto, ma non più. Questo è un altro segno importante di normalizzazione: l’antisionismo isterico non è più il motore della politica mediorientale e di questo gli statisti si rendono conto benissimo, meglio del pubblico di questo sondaggio e certamente meglio dell’Unione Europea e della sinistra americana, ancora dominate dalla vecchia ideologia antisionista.

Non bisogna farsi però troppe illusioni, non è nato l’amore neanche fra israeliani e cittadini degli stati che hanno deciso di normalizzare le relazioni. Lo mostra la seconda inchiesta. Mentre circa il 49% degli israeliani dice di vedere il Bahrein favorevolmente (e solamente il 32% esprime parere contrario), solo il 31% dei cittadini del Bahrein vede Israele in maniera positiva (e il 48% è sfavorevole). Allo stesso modo, mentre il 67% degli israeliani considera positivamente gli Emirati Arabi Uniti (e il 25% negativamente), solo il 46% degli emiratini ricambia il giudizio positivo (e il 43% la pensa all’opposto). Questo pregiudizio negativo su Israele non è purtroppo isolato. Altri paesi che valutano Israele più male che bene includono il Marocco (il 70% vede Israele in maniera sfavorevole rispetto al 16% che è positivo), l’Arabia Saudita (65% contro il 23% ), il Qatar (59% contro 28%). Sorprende il dato dell’Autorità Palestinese (“solo” il 56% ne do un giudizio sfavorevole e ben il 33% favorevole), fra i più positivi del mondo arabo; ma qui forse la vicinanza gioca un ruolo opposto a quello del primo sondaggio, perché le realizzazioni, il livello di vita e le garanzie economiche e sociali di Israele sono evidenti per chi vi vive accanto, magari anche se lo guarda con ostilità. Per si illude che l’odio contro Israele che sia solo uno dei frutti avvelenati della guerra secolare che gli arabi hanno condotto contro la presenza ebraica in Medio Oriente, spicca il dato della Germania (49% negativi contro solo il 26% di favorevoli a Israele). Qui non c’è guerra, c’è la colpa della Shoah e il tentativo, forse, di discolparsi pensando male dello stato degli ebrei. Fra i paesi che vedono favorevolmente Israele vi sono ovviamente gli Usa (53% contro 28%) ma spiccano anche gli Emirati (46% contro 43%) . Vale infine la pena di aggiungere che, secondo il sondaggio, l’86% degli israeliani appoggia gli “accordi di Abramo” contro il 69% degli Emirati e il 46% del Bahrein, che sono comunque in maggioranza.

Insomma, contro i soliti pregiudizi, radicati nell’antisemitismo, bisogna ribadire che gli israeliani, di fronte a una prospettiva concreta di pace, si entusiasmano e magari anche si illudono, come fecero dopo Oslo. Gli israeliani vorrebbero molto sentirsi non solo in una situazione di non-guerra, ma proprio in pace ed amicizia con i propri vicini. Non sono purtroppo ricambiati con altrettanto entusiasmo da costoro, ma certamente la piazza araba ha cambiato orientamento, sembra in maggioranza disposta a prendere atto della realtà e ad abbandonare il progetto dell’eliminazione dello stato ebraico, magari anche a esplorare qualche forma di collaborazione. Buona parte del merito va alla politica di Trump, che ha smosso una situazione congelata da un secolo. Questo smentisce i profeti di sventura della sinistra europea e americana che a ogni apertura di Trump prevedevano sconquassi, rivoluzioni, guerre, “aperture della bocca dell’inferno” (questa è l’espressione spesso usata dai palestinisti), che non ci sono state affatto. La normalizzazione procede. Si può solo sperare che un ritorno al potere dell’ideologia antisionista in America non uccida questo dialogo nella culla, in nome del vecchio Moloch palestinista.

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