Il mito del bimbo partigiano di Palestina

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Rav Pierpaolo Punturello
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Israele

Il mito del bimbo partigiano di Palestina

La mia cultura è occidentale, la mia formazione accademica è occidentale, la mia educazione è occidentale ed in un certo senso il tipo di rabbinato nel quale sono cresciuto è di stampo occidentale.
Ad Occidente guardo cercando i miei riferimenti intellettuali ed anche le sicurezze etiche per poter andare avanti in questo mondo. Ma, oggi, con l’occhio ed il corpo che non solo guardano ad Oriente, ma vivono ad Oriente, credo che l’Occidente debba ripensare a molte sue simpatie ed agli sguardi con i quali illumina ciò che vuole vedere del conflitto arabo-israeliano. Un conflitto che oggi usa il paravento dell’esistenza di Israele per nascondere ben altri scopi e ben altre mire e ben altri progetti al di là di un mondo judenfrei, libero da ogni ebreo, sia esso Stato o privato essere umano.

Uno dei paraventi o paraocchi dell’Occidente è l’analisi della presenza dei bambini o dei ragazzini arabi nel conflitto. Dai tempi di Edmondo De Amicis, o forse ancora prima, ci portiamo nel cuore il tragico romanticismo della “piccola vedetta lombarda”, della vittima patriota di un sistema ingiusto, del piccolo eroe che lotta per la libertà e la dignità del proprio giovane e neonato paese. La tragicità di questo paravento si acuisce in tutta Europa con le storie di resistenza al nazifascismo, storie di giovanissime staffette partigiane che ancora una volta hanno sacrificato le loro vite per la dignità di un paese, l’Italia, che era stato fascista fino al midollo anche in nome del nazionalismo dei tempi della piccola vedetta lombarda ( anni del 1859) e che ha avuto come più giovane vittima partigiana un ebreo, un bimbo ebreo di Bologna, Franco Cesana z’’l. Ipocritamente, l’idea del “giovine patriota” accomuna, per esempio, storie di resistenza partigiana in Francia ( la patria del governo collaborazionista di Vichy che ha deportato con le proprie mani decine di migliaia di ebrei francesi ed anche bambini senza che l’alleato germanico ne avesse fatto richiesta) e storie di resistenza partigiana in Polonia, ( la patria dell’assenso allo sterminio di tre milioni di ebrei polacchi e di nessun aiuto concreto alla ribellione del Ghetto di Varsavia) creando quindi una sorta di condivisa empatia europea per il giovane armato, il tenero bimbo che si alza e si ribella in nome del proprio popolo.

Ovvio che questa empatia, accomunata da una antica cultura terzomondista per la quale il popolo più “povero” (anche quando in realtà non è povero per niente) è sempre “vittima”, ha messo sul podio del “giovine patriota” i ragazzi palestinesi. Sono ormai anni che l’Occidente, il luminoso Occidente, ha scelto di parteggiare per loro. Loro sono l’espressione arcaica di una coscienza occidentale che non vuole porsi domande e che accomuna il piccolo morto nella campagna di Voghera nel 1859 con l’immagine di Franco Cesana, il suo ricordo in benedizione, e le giovani lame che oggi assalgono le gole di noi ebrei israeliani. Ma non solo. Quando i bimbi dell’Isis sono stati filmati mentre sgozzavano vittime occidentali sotto gli occhi orgogliosi dei papà, poche voci occidentali hanno protestato per questa drammatica infanzia rubata. Sempre in Occidente sono in pochissimi a lottare contro la realtà dei bimbi soldato. Perché?

La domanda andrebbe posta ad un Occidente che da anni, storicamente, storiograficamente, culturalmente ha scelto di avere bimbi simpatici da considerare come le giovani staffette partigiane e bimbi meno simpatici, come i circa 120.000 soldati africani con meno di 18 anni. Un po’ come alcuni vegetariani che non hanno problemi a comprare una pelliccia o una borsa di coccodrillo. Perché il vitello è più simpatico del piccolo di coccodrillo. La cicala è più simpatica della formica che si difende, che lavora, che costruisce la propria realtà con fatica. Ed i figli della formica non possono e non devono mai essere accomunati al ricordo della giovane vedetta lombarda o a quello della bicicletta della staffetta partigiana. Dovrò, quindi, far capire ai miei figli che il ragazzo che potenzialmente ci salterebbe alla gola con il coltello di cucina che gli dà sua madre, per il mondo occidentale, è molto più simpatico ed ha tutti i diritti ad esistere e ad agire in questo modo, mentre noi, e nello specifico loro, i bimbi e giovani israeliani, di diritti all’esistenza non ne hanno. Nessun diritto ad andare in bicicletta, uscire liberamente di casa, andare a mangiare un gelato. Nessun diritto per l’Occidente. Perché così ha deciso l’Occidente. Così ha deciso la cultura nella quale siamo nati e che abbiamo contribuito a costruire. Un Occidente che ha deciso di non porsi mai la domanda del perché, mentre i nostri figli cerchiamo di proteggerli, anche rinchiudendoli in casa come in questi giorni terribili, i figli degli altri, quelli patrioti con sassi e lame insanguinati in pugno, sono armati dai loro stessi genitori, i loro stessi capi spirituali, i loro stessi insegnanti, i loro stessi governanti, tutti sicuri che l’immagine del giovine patriota (assassino) troverà in Occidente, ancora una volta, occhi benevoli e parole compiaciute.

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