Definizione antisemitismo IHRA: diffidate dalle imitazioni

Ugo Volli
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Antisemitismo

Definizione antisemitismo IHRA: diffidate dalle imitazioni

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Ugo Volli
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Che l’antisemitismo sia una brutta cosa, che essere antisemiti sia molto poco elegante, diciamo come mettersi le dita nel naso, in teoria sono d’accordo tutti. Non da sempre, naturalmente. I nazisti ottant’anni erano fieri del loro antisemitismo, ma anche molti cattolici lo erano allora, e ancor di più prima, ma lo sono stati anche dopo: ci sono imponenti documentazioni su questo, basta leggere “I papi contro gli ebrei” di David Kertzner per trovarne in abbondanza. E pure fra i socialisti, fino almeno alla prima guerra mondiale, gli antisemiti dichiarati erano maggioranza, tanto che August Babel, il fondatore della social- democrazia tedesca, nel 1893, in occasione di un congresso del partito, poteva definire l’antisemitismo “il socialismo degli imbecilli” (che è anche il titolo di un libro su questo problema, pubblicato nel 2010 da Michele Battini per Boringhieri). Dopo la Shoah però – non immediatamente ma più o meno a partire dalla grande presa di coscienza provocata da Ben Gurion col processo Eichmann del 1961 – e furiosamente contrastata da personaggi di sinistra come Hannah Arendt, si diffuse la consapevolezza dell’inaccettabilità dell’antisemitismo. Anche la Chiesa Cattolica, che aveva avuto la faccia tosta di difendere dopo la fine del fascismo la “parte buona” delle leggi razziste, aderì prudentemente ma progressivamente a questo cambiamento, a partire dalla dichiarazione “Nostra aetate” del 1965.

L’antisemitismo insomma è diventato improponibile ufficialmente, nessuna persona rispettabile avrebbe l’ardire di proclamarsi apertamente antisemita; ma purtroppo la spinta da cui nasce non è affatto cessata per questa circostanza, come non c’era molto tempo prima dell’invenzione del concetto di antisemitismo (ad opera del giornalista tedesco Wilhelm Marr nel 1881): è un “odio antico” che purtroppo non si spegne da decine di secoli  ma assume forme diverse nel tempo. E’ stato odio politico presso scrittori romani come Tacito e anche prima negli episodi raccontati dalla Bibbia in Egitto e in Persia; poi assunse vesti religiose con gli scrittori cristiani e col Corano; restò tale fino a poco tempo fa e in molti paesi è ancora motivato con pretesti religiosi o mitici. Divenne poi economico e sociale con l’identificazione in Marx e in molti altri a destra e a sinistra degli ebrei col capitale e l’usura, che invece derivava dalle proibizioni lavorative imposte dalla chiesa; infine fu razziale, a partire dalla deformazione del darwinismo che si diffuse dalla fine dell’Ottocento.

Oggi la variante dominante è di nuovo politica e se la prende con gli ebrei in quanto “occupanti” della Palestina e colpevoli pertanto almeno quanto i nazisti di genocidio e ogni altra efferatezza. C’è dunque la possibilità, anzi l’uso frequente di argomentare l’odio per gli ebrei dicendo “io non sono antisemita ma…”. Io non sono antisemita ma sono contro “il dominio mondiale degli ebrei”, sono contro “il capitale ebraico che affama i popoli”, contro “gli assassini di Dio”,  contro “il complotto antimusulmano”, soprattutto contro “il furto della terra palestinese, l’oppressione degli arabi, i crimini di guerra, il commercio degli organi dei bambini palestinesi”, in definitiva contro “quel cancro del Medio Oriente e della pace mondiale che è lo Stato di Israele”, contro “il nazionalismo ebraico”. Eccetera, eccetera.

In questi termini si sono espressi in tanti: giornalisti, leader politici e  religiosi, fanatici terroristi ma anche apparentemente innocui magistrati, preti e imam, economisti e poeti, romanzieri e musicisti – alcuni di loro anche ebrei, secondo la vecchia terribile abitudine degli oppressi di riprendere la propaganda dei loro carnefici sperando di cavarsela. Non si tratta di “semplici opinioni” ma di impliciti incoraggiamenti alla discriminazione che spesso si sviluppano in violenze, boicottaggi, azioni terroristiche o almeno nel loro appoggio e finanziamento. Più che l’antisemitismo tradizionale, la dichiarazione pura e semplice, ingenua e diretta che gli ebrei sono esseri inferiori, dannosi e addirittura demoniaci, che vanno eliminati,  oggi è pericoloso questo antisemitismo del “non sono antisemita, ma…”, l’antisemitismo che ama molto gli ebrei morti, le vittime, ma detesta quelli vivi che non si lasciano opprimere.

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Come combatterlo? Si tratta innanzitutto di una guerra concettuale, di un conflitto fatto con le parole e le immagini. E’ stato necessario dunque proporre delle definizioni, per permettere di distinguere e di capire quando una dichiarazione contro un ebreo, un’istituzione ebraica, gli ebrei come popolo, la cultura ebraica e soprattutto lo Stato di Israele, che oggi è il principale bersaglio, sia una semplice critica – giusta o sbagliata non importa, ma legittima in quanto semplice critica come si può fare a chiunque- e quando invece sia un’espressione di antisemitismo.

Il primo a impegnarsi in questo compito è stato Nathan Sharanski, dissidente russo emigrato in Israele dopo molte persecuzioni e qui divenuto ministro e poi responsabile dell’Agenzia Ebraica. La proposta di Sharanski è semplice e facile da ricordare: c’è antisemitismo quando una critica è caratterizzata da una delle tre parole seguenti (chiamate le 3 D, perché iniziano tutte con questa lettera): Demonizzazione, Delegittimazione, Doppio Standard. Non occorre spendere molto spazio sulla primaparola, Demonizzazione. E’ una pratica diffusissima nel Medioevo cristiano, fra i musulmani ancora oggi, nel nazismo. La seconda parola, Delegittimazione, indica l’atteggiamento diffuso di negare i normali diritti a individui, istituzioni e allo stato ebraico, privandoli di ogni legittimità: lo stato di Israele è illegale perché colonialista, gli ebrei non sono i veri discendenti dei patriarchi, che del resto naturalmente erano musulmani prima di Maometto, perché si tratta di immigrati Kuzari, turchi o almeno europei. I villaggi ebraici in Israele non sono residenze normale, ma colonie, il governo israeliano è fascista: cose così. La terza D è la più interessante, proprio perché meno banale: quando a Israele o agli ebrei si applicano dei criteri di giudizio che non si usano nei confronti degli altri (per esempio si dice che c’è apartheid perché Israele è lo stato della nazione ebraica, ma la stessa critica non viene fatta a Germania, Russia, Cina, che sono stati delle loro nazioni; o che la barriera di sicurezza di Israele è un “muro della vergogna”, a differenza da quelli eretti dalla Turchia a Cipro, dal Marocco nel Sahara orientale, Dal Vaticano intorno al suo territorio), allora si ricade nell’antisemitismo.

Si tratta di criteri molto sintetici. Nel 2016 la International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), un’organizzazione internazionale composta da 36 stati ha approvato a Stoccolma una definizione che è stata approvata da molti stati, parlamenti, città, università. La definizione di base è molto semplice:

“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. 

Ma quel che conta sono le spiegazioni ed esemplificazioni che fanno parte della dichiarazione.

Per esempio secondo la dichiarazione vanno considerati esempio di antisemitismo: 

“le manifestazioni [che hanno] come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica […] incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei […]fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività […] accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, […] accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti […] negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo […] applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico […] fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti. […]”

Il testo completo della dichiarazione si trova qui. Vi sono anche altre proposte del genere, ben sintetizzate qui.

La dichiarazione di Stoccolma ha avuto molto successo, è stata largamente adottata, perché chiarisce bene le strategie dell’antisemitismo contemporaneo; ma è evidente che non può andar bene agli antisemiti dell’ ”io non sono antisemita, ma…”  in particolare alla loro componente più importante oggi, che sono gli “islamo-gauchistes”, come gli chiamano in Francia o ai “woke” [cioè gli “svegli”], come si autodefiniscono negli Usa, che vogliono continuare a predicare la distruzione di Israele e l’interdizione agli ebrei di uno stato nazionale, senza neanche rispondere del loro antisemitismo. Nessuna meraviglia dunque che sia uscita in pompa magna un’altra dichiarazione, questa volta intitolata a Gerusalemme, tanto per confondere le acque. Se siete interessati a leggerla, la trovate qui.  La parte generale della dichiarazione (“Antisemitism is discrimination, prejudice, hostility or violence against Jews as Jews (or Jewish institutions as Jewish)”)  non è molto diversa da quella di Stoccolma anche se notevolmente più restrittiva e anche se nello sviluppo successivo si vede che l’antisemitismo è considerato una sottospecie del razzismo – il che è storicamente falso, se si pensa per esempio all’atteggiamento generale della Chiesa contro gli ebrei, che solo in certi casi come in Spagna nel 1400 ha assunto forme ereditarie, cioè razziste.

Ma tutto sommato sull’antisemitismo classico non c’è problema di definizione: non è difficile capire che cosa voglia dire negare la Shoah, dire che gli ebrei sono tutti ricchi o che i Rothschild dominino il mondo. E’ chiaro che è la premessa per dire che gli ebrei andrebbero limitati, imprigionati, magari in definitiva eliminati. Il problema vero è oggi l’applicazione dell’antisemitismo a Israele, che è l’ebreo fra le nazioni. E’ su questo che si applicano soprattutto i “io non sono antisemita ma…” Nella “Dichiarazione di Gerusalemme” c’è un’appendice che riguarda proprio Israele, con la curiosa costruzione di un decalogo di cinque mosse comunicative proibite e cinque permesse. Si riconosce come antisemita e dunque si interdice (1) l’applicazione a Israele dei simboli classici dell’antisemitismo come la svastica (e ci mancava), (2) ritenere gli ebrei tutti responsabili delle azioni di Israele o (3) chiedere loro, in quanto ebrei, di dissociarsi da esso, (4) sostenere che in quanto ebrei sono più leali a Israele che al loro stato – che sono tutti attacchi fatti in nome della guerra a Israele agli ebrei della diaspora. E infine, unico tema che riguarda quella buona metà del popolo ebraico che vive in Israele, (5)  è antisemita negare agli ebrei di Israele il diritto di vivere e fiorire come ebrei, ma beninteso solo “in nome del principio di eguaglianza”.

Invece vi sono delle cose molto interessanti che la Dichiarazione rifiuta di considerare antisemitismo, anche se possono essere “controverse”: (1) “sostenere la domanda dei palestinesi di godere pienamente dei loro diritti politici, civili e nazionali” (ma la dichiarazione ignora beninteso che questa “domanda” si è espressa col terrorismo  e che i “diritti politici” richiesti sono la distruzione dello stato di Israele). Il terrorismo nella dichiarazione non è considerato fra i sintomi dell’antisemitismo, anche quando fra tutti i passeggeri di un aereo o di una nave dirottata o fra tutti gli atleti che partecipano a un’Olimpiade si scelgono solo gli ebrei come esempi da ammazzare. Si sostiene invece (2) che è legittimo e non antisemita l’antisionismo e in particolare non lo è “sostenere qualunque varietà di sistemazioni costituzionali per ebrei e palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo”, “in ogni forma”, dunque inclusa la distruzione dello Stato di Israele. E’ solo una conseguenza di ciò il fatto che (3) non sia antisemita qualunque critica dello stato di Israele. “Quindi, anche se controverso, non è antisemita, di per sé, confrontare Israele con altri casi storici, incluso il colonialismo dei coloni o l’apartheid.” O, aggiungiamo noi, col nazismo. In fondo si tratta di paragoni storici, che male c’è? Questa “critica” può poi diventare tranquillamente discriminazione economica perché (4) il BDS non è antisemita. Infine (5 – cito letterlmente) “Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionato, moderato o ragionevole per essere protetto […] Le critiche che alcuni potrebbero considerare eccessive o controverse, o che riflettono un ‘doppio standard’, non sono, di per sé, antisemite. In generale, la linea tra discorso antisemita e non antisemita è diversa dalla linea tra discorso irragionevole e ragionevole.” Qualunque cosa, anche “eccessiva”, “irragionevole”, “controversa”, espressione di “doppio standard” va bene. Purché sia rivolta contro Israele. Anche se dico che bisogna fare una bella guerra per mandare il Piccolo Satana fuori dalla carta geografica.

E’ difficile non concordare con Ben Cohen, che in un articolo intitolato “Ancora un tentativo di sdoganare l’antisionismo”, ha scritto: “Il vero scopo della “Dichiarazione di Gerusalemme” è ritagliarsi uno spazio per l’eliminazione dello Stato ebraico senza essere accusati di antisemitismo.” In sostanza, la dichiarazione di Gerusalemme è la teorizzazione dell’ “io non sono antisemita, ma…

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