La Corte Penale Internazionale riapre il fronte contro Israele

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente, pregiudizio antisraeliano

La Corte Penale Internazionale riapre il fronte contro Israele

corte-penale-internazionale-israele-progetto-dreyfusLa Corte Penale Internazionale riapre il fronte contro Israele. Le conseguenze della caduta dell’amministrazione Trump, la più vicina a Israele dalla fondazione dello stato ebraico, si incominciano a vedere. Innanzitutto nella politica americana, che ha richiamato in servizio la vecchia guardia dei collaboratori di Obama, e soprattutto il loro progetto strategico “multilaterale” di rinuncia a tutelare gli interessi degli Usa e dei loro alleati, per dare soddisfazione alle pretese dei nemici. Nel Medio Oriente questo significa riprovare a ottenere dall’Iran il rinvio del suo armamento nucleare in cambio di ingenti finanziamenti e di una legittimazione del ruolo cui ambisce di potenza egemone sulla regione più delicata del mondo. Questi funzionari americani, di cui fa parte John Kerry (che oggi è formalmente responsabile delle politiche ecologiche, ma ha voce in capitolo su tutta la politica estera) e Robert Malley (già membro eminente della delegazione che trattò con gli ayatollah l’accordo JCPOA e oggi responsabile per Biden di Siria, Iran, Stati del Golfo), ha in mente un progetto in tre stadi.

Innanzitutto gli Usa rientrano nel trattato JCPOA, che vincolava fino al 2025 l’Iran a non arricchire l’uranio oltre al 3%, ma che è stato largamente violato da Teheran dopo l’abbandono americano, con l’accumulo di tonnellate di uranio al 20%, tanto che lo stesso Segretario di Stato americano Blinken ha parlato della possibilità che il materiale necessario a costruire la bomba sia accumulato in “qualche settimana”. Fatto questo e pagato il prezzo non certo basso che gli iraniani richiedono agli Usa per il privilegio di rientrare in un accordo che essi stessi stanno violando, si penserà a fare, si tratterà per un secondo accordo destinato a “rafforzare” questo (non si capisce bene se comprendendo anche l’armamento missilistico) e un altro ancora per frenare l’imperislismo dell’Iran, che ha i propri soldati o quelli dei propri burattini e le proprie armi oggi in Iraq, Siria, Libano, Gaza, Yemen. Peccato che gli ayatollah abbiano detto in maniera chiarissima che su queste cose non solo non sono disposti a fare accordi, ma non ne vogliono neppure parlare. E perché dovrebbero, se l’amministrazione Biden ha chiarito platealmente che vuole rinunciare alla “massima pressione” di Trump e tornare a favorire l’Iran sui “vecchi alleati” come l’Arabia e perfino Israele?

Ma le conseguenze del cambio di amministrazione si sono estese ben al di là del cambio di politica nei palazzi di Whashington. A 8000 chilometri di distanza, nella bella città olandese di Den Haag (in italiano L’Aia) si è avvertita l’aria nuova nella Corte di Giustizia Internazionale (conosciuta anche come Corte Penale Internazionale, CPI). Un comitato di tre giudici teneva in sospeso una decisione importante da circa un anno. Si trattava di rispondere alla richiesta del pubblico ministero della corte, la gambiana Fatou Bensouda, che chiedeva di poter aprire un’inchiesta su Israele per crimini di guerra che sarebbero stati commessi nella campagna “Piombo Fuso” a Gaza nel 2015 e in generale nella realizzazione degli insediamenti. Prima che fattuale, il problema è giuridico. La Corte Penale Internazionale è stata costituita con un trattato e dunque ha competenza solo su azioni commesse negli stati che lo hanno firmato (Israele, come gli Usa, non è fra questi). Inoltre la corte può muoversi solo su richiesta di uno stato e agisce solo quando non vi è un sistema giuridico che provvede a indagare sui reati segnalati, che sono azioni individuali di singole persone, non “colpe” politiche degli stati. Tutte e tre queste condizioni escludono un’indagine su Israele, che non aderisce alla CPI, ha un sistema di giustizia autonomo e attivo che ha indagato sulle denunce rispetto a “Piombo fuso” e gli insediamenti; inoltre l’Autorità Palestinese non è uno stato, in senso giuridico. Le ragioni di questo carattere non statale sono evidenti: l’AP non è davvero indipendente, non controlla un territorio in maniera autonoma, non ha un popolo ben definito. Rimando a questo articolo del grande giurista americano Alan Dershowitz per un’analisi più approfondita.

Queste considerazioni, e in particolare il carattere non statale dell’AP avevano bloccato le indagini durante il mandato del procuratore precedente a Bensouda, l’argentino Ocampo, come egli stesso conferma qui. Ma poi è successo che l’assemblea generale dell’Onu ha cambiato lo stato dell’AP da “stato osservatore” a “stato membro” e questo è stato sufficiente a trovare un pretesto giuridico a Bensouda, che ha cercato anche di indagare gli Usa per la campagna in Afghanistan. Quel che ha bloccato la Corte è stata la ferma reazione di Trump, che è arrivato al punto di applicare sanzioni a Bensouda e al suo vice Phakiso Mochochoko per aver ecceduto ai loro poteri e minacciato la sicurezza degli USA, cercando di indagare i militari americani. Ma ora c’è Biden e la situazione è del tutto diversa. Non sul piano giuridico: l’autorizzazione all’indagine, che comporta la competenza della Corte Penale Internazionale sui territori rivendicati dall’Autorità Palestinese, anche se non vi è base giuridica per questa rivendicazione ed essa non li controlla di fatto, è stata concessa con un voto controverso, due a uno nella commissione di tre, contro il parere del suo presidente, l’ungherese Péter Kovács, che ha anche scritto una relazione di minoranza, in cui si smonta la base giuridiuca del provvedimento. La potete leggere qui. Anche alcuni stati membri della corte, come Germania, Ungheria, Repubblica Ceca avevano mandato alla commissione dei pareri contrari alla decisione che poi è stata presa, mettendola in guardia dal rischio di eccedere i suoi poteri.

In effetti nella decisione della Corte Penale Internazionale si mescola l’interventismo giudiziario, che in tutto il mondo supera i limiti tradizionali, cercando di occupare gli spazi che secondo la divisione dei poteri sono riservati al processo democratico di direzione politica. E dall’altra parte la CPI fa parte dei quelle istituzioni internazionali in cui funziona una maggioranza automatica anti-israeliana e antiamericana. Non si tratta di un’accusa generica: la stessa Bensouda che vuole fortissimamente l’inchiesta contro Israele si è rifiutata di aprire un’indagine contro la Cina per il genocidio degli Uiguri e naturalmente non si è occupata di quel che la Turchia fa contro i curdi e gli armeni, l’Iran e la Siria contro i propri cittadini. Del resto lei stessa ha iniziato la propria carriera giuridica facendo da consulente e ministro della giustizia per Yayah Jammeh, il sanguinoso dittatore del Gambia, tanto che molti nel suo paese chiedono che sia indagata per la sua accondiscendenza alla tortura e agli omicidi di quel periodo.

Insomma è evidente che un’indagine contro Israele è un atto politico e non di giustizia, l’ennesimo attacco al diritto del popolo ebraico all’autoderminazione nazionale e all’autodifesa. Non è detto che l’inchiesta si apra davvero, anche perché essa non dipenderà più da Bensouda ma dal suo successore, che sarà eletto in questi giorni. Comunque essa durerà almeno un paio d’anni prima di giungere a una decisione che non potrà riguardare Israele come stato, ma i militari e i politici che hanno condotto di persona le azioni contestate: comandanti militari, ufficiali, politici, rispetto a cui la solidarietà in Israele è generale. Ma certamente si tratta di un atto grave, di un momento importante di quella guerra legale (lawfare) contro Israele che era stata sospesa durante la presidenza Trump e oggi riprende forza con Biden e i democratici.

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