Povertà e ignoranza non sono le cause del terrorismo jihadista

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David Spagnoletto
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Povertà e ignoranza non sono le cause del terrorismo jihadista

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David Spagnoletto

Le cause del fenomeno del terrorismo jihadista sono da attribuire alla povertà?

No.

All’ignoranza?

No.

Risponderebbero così Diego Gambetta (sociologo alla European University di Firenze e a Oxford) e Steffen Hertog (professore di politica comparata alla London School of Economics), autori del libro Engineers of Jihad (Princeton University Press), in cui raccontano le loro scoperte riguardo il jihadismo. I due studiosi, che hanno censito e studiato circa 4000 militanti attivi negli ultimi anni nel mondo islamico e in Occidente, portano alla ribalta un dato su cui riflettere:  tra gli estremisti islamici che hanno intrapreso studi universitari prevalgono gli ingegneri con una percentuale del 45%.

Secondo Gambetta e Hertog i jihadisti sono mediamente istruiti, con il 46,5% di iscritti negli atenei nel mondo musulmano e il 25,2% nei Paesi del Vecchio Continente. Comparando questi dati alla percentuale di iscritti nelle università nel resto della popolazione (l’11,3% nel mondo musulmano e il 43% in Occidente), si evince che uno studente dei Paesi islamici ha quindici volte più probabilità di convertirsi alla “Guerra Santa” di un suo collega occidentale. Percentuale che per l’appunto sale nel caso degli ingegneri: il 45%, contro l’11,6% degli ingegneri nella popolazione universitaria nei Paesi islamici e il 16,2% degli studenti occidentali.

Questo dato può essere frutto di un particolare reclutamento nelle facoltà tecniche?

No, perché la maggioranza dei militanti studiati aveva aderito alla jihad di propria volontà.

Gli ingegneri venivano chiamati dai gruppi estremistici per le preziose conoscenze in campo tecnico?

No, perché la maggioranza di loro occupa ruoli organizzativi, solo uno sparuto numero utilizzava quanto appreso nelle università per costruire le bombe.

Risponderebbero così Diego Gambetta e Hertog che hanno scoperto una differenza di fondo tra gli islamisti del mondo musulmano, soprattutto arabo, e quelli nati o cresciuti in Europa. Per quanto riguarda i primi c’è una prevalenza di militanti istruiti, con una proporzione di studi universitari decisamente superiore alla media. Per quanto riguarda i secondi, invece,  la maggioranza appartiene ad ambienti di piccola criminalità, disoccupati, disadattati, o criminali comuni.

In sintesi: il jihadismo nel mondo musulmano trova terreno fertile nell’élite, mentre in Europa nelle stessi ambienti che danno manovalanza alle mafie.

In conclusione: non si diventa un terrorista jihadista per “necessità”, ma per volontà. Quella volontà che li porta a uccidere cittadini inermi rei di non si sa quale colpa.

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