Cassazione, due sentenze che fanno discutere

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I Protocolli dei savi di Sion non sono antisemiti, l’incitazione al martirio non è reato. Due sentenze della Cassazione che stanno facendo molto discutere in questi giorni.

Cassazione che ha accolto il ricorso dell’editore piemontese Roberto Chiaramonte dei Protocolli dei savi di Sion, condannato per diffamazione dalla Corte di appello di Torino che nel giugno dello scorso anno, in via provvisionale, aveva stabilito anche un risarcimento di duemila euro di alla Comunità ebraica torinese costituitasi parte lesa.

I Protocolli dei savi di Sion sono un baluardo dell’antisemitismo moderno, ideato da polizia zarista all’inizio del ‘900 e composto da falsità su una cospirazione mondiale ebraica e massonica, accusa che peraltro è ben viva ancora oggi.

Nonostante questo, la Suprema Corte ha annullato la sentenza, con rinvio per nuovo esame davanti al giudice civile d’appello, anche il risarcimento stabilito, sostenendo che Chiaramonte inneggiava al carattere “veritiero” dei Protocolli che anche se “probabilmente falsi” divulgano “fatti che, dovendo ancora avvenire, sono puntualmente accaduti e continuano ad accadere”, possono entrare a far parte nel diritto di critica al sionismo e non vanno lette in maniera diffamatoria verso tutti gli ebrei.

La Cassazione ha rilevato anche che Chiaramonte:

“aveva rivolto i propri strali non verso gli ebrei, ed ancora meno verso la comunità ebraica torinese, bensì contro quei soggetti non necessariamente di religione ebraica coinvolti, secondo la teoria sostenuta dallo stesso autore, per quanto incredibile od inaccettabile, in una cospirazione giudaico-massonica”.

Ad alimentare le polemiche c’è stato l’altro verdetto della Cassazione, secondo cui il proselitismo, l’incitazione e l’indottrinamento in nome del martirio non costituiscono reato. I giudici sono intervenuti nella vicenda dei tre tunisini e un magrebino intercettati dagli inquirenti e accusati di pianificare un attentato terroristico, tutti facenti parte della moschea di Andria.

I filmati girati che inchiodano i quattro mentre fanno propaganda non sono sufficienti per sostenere l’accusa di terrorismo. In più, dai filmati all’arresto, avvenuto nel 2013, è trascorso molto tempo, in cui non è stato commesso alcun atto di terrorismo.

Per concludere: un caposaldo contro gli ebrei è stato spogliato del suo carattere antisemita e l’incitazione al martirio non costituisce. Più di qualcosa non torna…

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