La logica del “come se” e le scelte politiche dell’Autorità Palestinese

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

La logica del “come se” e le scelte politiche dell’Autorità Palestinese

Un piccolo fatto di cronaca spiega molto sulla situazione attuale del conflitto fra Israele e autorità palestinese. C’è una premessa da conoscere per comprenderlo. La prima è che gli accordi di Oslo hanno garantito all’autonomia palestinese il controllo di certi territori, che comprendono i maggiori insediamenti arabi (denominate zona A) e in via accessoria delle loro periferie (denominate negli accordi zona B), per circa il 96% della popolazione araba. Questo controllo naturalmente è subordinato al patto (esplicito negli accordi di Oslo) che l’autorità palestinese impedisse che questi territori diventassero basi per il terrorismo. Quando l’Autorità Palestinese è venuta meno a tale obbligo fondamentale, Israele è intervenuto anche al loro interno, fino a occupare la sede della presidenza dell’Autorità durante l’ondata terroristica del 2000-2002. La zona C, invece, praticamente spopolata di arabi e di importanza strategica, è stata lasciata dagli accordi sotto l’amministrazione israeliana. Qui sono sorti, ormai da molti decenni, insediamenti israeliani in cui abita più di mezzo milione di persone.  Proprio perché spopolata e strategica, questa terra è molto ambita dai palestinisti, che sono riusciti a far passare nell’opinione pubblica l’idea che essa sia ingiustamente “occupata” da Israele e che “appartenga” allo “stato di Palestina” che attualmente non esiste ma è un loro desiderio.

Il fatto di cronaca è questo: qualche giorno fa il primo ministro dell’Autorità ha dichiarato che in seguito alla decisione del “presidente” (in realtà dittatore) dell’Autorità Mohamed Abbas di annullare tutti gli accordi con Israele, d’ora in poi lui avrebbe trattato la zona C “come se” fosse zona A e in particolare avrebbe vi accordato tutti i permessi di costruzione che i “palestinesi” avessero richiesto. Ci sono però due piccoli problemi. Il primo è che sul piano giuridico, questa decisione è insensata. Se io faccio un contratto, per esempio affitto una casa, non posso smettere di pagare l’affitto perché ho deciso di “annullare” il contratto. O meglio, per farlo devo liquidare le mie pendenze e uscire dai locali. Ma Abbas non intende tornare coi suoi terroristi in Tunisia, da dove li ha fatti venire in Israele lo sfortunato accordo di Oslo. Vuole smettere di pagare e conservare l’appartamento: troppo comodo.

Ma al di là del diritto, c’è un altro piccolo problema. Mentre il controllo che l’Autorità Palestinese esercita sulle sue zone è molto traballante (Hamas fa quel che gli pare a Gaza, che in teoria appartiene all’Autorità e le forze israeliane spesso sono costrette a intervenire anche in zona A, per difendere la sicurezza di Israele ma anche in parte la sua, perché se no Hamas avrebbe da tempo preso il potere con la forza anche a Ramallah), nella zona C c’è l’esercito israeliano e i permessi del primo ministro palestinista non valgono più della carta su cui sono scritti.  Tutto il senso di questa dichiarazione sta nella piccola locuzione “come se”: tratteremo la zona C “come se” fosse zona A. Peccato che non lo sia. Abbas lo vorrebbe tanto, peccato che non possa. Il “come se” è la base del palestinismo: l’Autorità Palestinese, che è solo un’autonomia, senza un territorio preciso, senza una moneta, senza una popolazione ben definita, senza il controllo del suo stesso territorio, è “come se” fosse uno Stato. Dunque tutti devono riconoscerlo, per non fare dispiacere ai palestinisti. Molti “pacifisti”, “progressisti” e antisemiti – al governo di alcuni paesi, alla testa di certe istituzioni religiose, di sindacati, di giornali e istituzioni internazionali – accettano ciecamente il “come se”, o fingono di farlo, perché in questa maniera danno fastidio a Israele e agli ebrei.

Ma Abbas? Non può crederci davvero, sa benisimo di non contare nulla in particolare nella zona C. Perché parla così? La prima ragione è che cerca di intervenire nella campagna elettorale israeliana per danneggiare Netanyahu, mettendolo nella posizione se far finta di nulla e sembrare impotente o reagire alla prima provocazione, apparendo violento e intollerante. La seconda ragione, che probabilmente è quella principale è che l’Autorità Palestinese ha il problema di non contare più niente per i suoi interlocutori naturali, gli stati arabi sunniti come l’Efitto e l’Arabia, che trovano conveniente collaborare con Israele contro Iran, Fratellanza Musulmana e Isis, anche se certamente non lo amano nel profondo del cuore, e dunque considerano Abbas un petulante rompiscatole. Certo, c’è sempre l’Europa che pende dalle sue labbra, ma è lontana e impotente anch’essa; e poi c’è la Turchia, che ha i suoi guai da risolvere e parla molto ma conclude poco, E c’è l’Iran, che invece cerca davvero di distruggere Israele. Ma è un vicino scomodo, che non sopporta alleati ma solo servitori, e ha già scelto Hamas… Insomma il povero Abbas deve tentarle tutte per far sentire almeno un po’ di esserci ancora, e ogni mezzo è buono, incluso il “come se” che a tratti lo ha fatto sentire “come se” fosse un personaggio importante, il capo di un popolo (“come se” i palestinisti fossero davvero un popolo). Ma i “come se” assomigliano ai sogni: spesso piacevoli, se uno non ha mangiato troppo pesante. Fatti apposta per soddisfare virtualmente i desideri, come ci ha spiegato Freud. Poi però ci si risveglia e la realtà è sempre lì, poco sensibile ai nostri bellissimi progetti.

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