Abu Mazen alla sfilata contro il terrorismo. Quando l’ipocrisia la fa da padrone

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Micol AnticoliEditor & Event Manager
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Medio Oriente

Abu Mazen alla sfilata contro il terrorismo. Quando l’ipocrisia la fa da padrone

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Domenica 11 gennaio oltre cinquanta Capi di Stato hanno sfilato l’uno accanto all’altro per dare un segnale di unità e contrasto al terrorismo che ha ucciso dodici vittime nella strage al giornale Charlie Hebdo, quattro uomini in un supermercato kasher e una donna poliziotto a Parigi. Evitando di interrogarsi sul perché si difenda oggi la libertà di stampa, quando ieri non si difese la libertà di esistere dopo l’attentato a Tolosa dove un terrorista islamico imbracciò un mitra e uccise tre bambini ed un insegnante all’uscita di una scuola ebraica, è invece utile riflettere su una figura ambigua comparsa in prima fila durante la sfilata di ieri. Canuto e con gli occhiali, un vecchietto molto empatico, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) – Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese – si è espresso contro ogni forma di terrorismo che colpisca persone innocenti. Tutto andrebbe nel verso giusto, se non fosse che la sua incoerenza viene gridata dalle viscere della terra, dove sono seppellite tutte le vittime israeliane uccise dai terroristi che lui chiama “martiri” e che spesso sostiene economicamente.

Lettera abu mazen a famiglia di attentatore

Ne è un esempio calzante la lettera inviata il 1 novembre 2014 alla famiglia del terrorista che sparò all’attivista israeliano, Rabbi Yehuda Glick, al termine di una conferenza. Mutaz Hijazi apparteneva alla jihad islamica e aveva passato 11 anni in carcere per attività terroristiche; di lui Mahmoud Abbas scrisse: “ora andrà in paradiso perché morto come un martire”. Oggi Glick è miracolosamente vivo e può ancora esprimere le sue idee, nonostante Mutaz Hijazi avrebbe voluto tappargli la bocca per sempre. Si resta così in tema di libertà di espressione.

Il giorno prima, il 31 ottobre, sempre Abu Mazen istituì la giornata della rabbia nei confronti degli israeliani e chiamò tutti i suoi “combattenti e l’intero popolo palestinese ad aiutare la moschea di Al Aqsa e Gerusalemme occupata”, cercando di fermare “le mandrie di bestiame” (cioè gli ebrei) in qualsiasi modo . L’accesso alla moschea era stato limitato per un giorno proprio a causa dell’attentato a Glick per evitare ulteriori violenze.

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Colto l’invito del Presidente Abbas, diversi terroristi palestinesi iniziarono la loro guerra agli israeliani con la cosiddetta “car intifada”; una bambina di 6 mesi e una ragazza di 20 anni persero la vita investite da un’auto alla fermata dell’autobus, e su internet Al Fatah – il partito di Abu Mazen – rese omaggio al terrorista Abdel Rahman Al-Shaludi. Evidentemente quelle non furono considerate vittime innocenti. Era forse un crimine aspettare un autobus? E che colpa poteva avere Chaya Zissel Braun, appena neonata?

E tornando alla libertà di espressione, non sono passati molti mesi da quando le forze dell’ordine di Mahmoud Abbas prelevarono un farmacista palestinese dal suo negozio senza una spiegazione, per poi imputargli di esser stato troppo critico nei confronti di alcuni funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese. In quell’occasione, gli agenti mostrarono all’arrestato alcuni fogli stampati con frasi scritte sulla propria bacheca di Facebook.

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Non ultima, ma conviene finirla qui per non dilungarsi troppo, la vignetta che apparì sulla pagina Facebook di Fatah dopo il rapimento e l’uccisione di tre studenti ebrei di 16 anni il 12 giugno 2014 a Gush Etzion, nel West Bank: una canna da pesca che aggancia tre topi con una Stella di David sul dorso e la didascalia “Un colpo da maestri”.

Un appoggio quello di Mahmoud Abbas al terrorismo, che non si ferma ai singoli episodi, ma rappresenta una costante che si fa beffa della stessa popolazione palestinese come dell’Occidente intero; i terroristi palestinesi che si trovano nelle carceri israeliane per attentati di ogni genere sono infatti finanziati dall’Autorità Nazionale Palestinese e lo stipendio è più alto quanto più gravi sono i delitti commessi.

Quando la coerenza è tutto.

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