Il fattore Teheran. Perché l’instabilità mediorientale ha un nome, e non è Israele.

Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus
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Medio Oriente

Il fattore Teheran. Perché l’instabilità mediorientale ha un nome, e non è Israele.

Medio Oriente
Gianluca Pontecorvo
Gianluca PontecorvoVice Presidente Progetto Dreyfus

Il fattore Teheran. Perché l’instabilità mediorientale ha un nome, e non è Israele. Esiste una narrazione, diffusa e comoda, secondo cui la radice dell’instabilità mediorientale risieda nell’esistenza stessa di Israele. È una tesi che ha il pregio della semplicità e il difetto, decisivo, di non reggere alla prova dei fatti. Chi osserva la regione con lo sguardo dell’analista – e non con quello del militante – è costretto a una conclusione diversa: l’elemento sistemico di destabilizzazione del Medio Oriente, da quasi mezzo secolo, è la Repubblica Islamica dell’Iran.

Lo è non per natura, ma per dottrina. Dalla rivoluzione khomeinista del 1979, Teheran ha fatto dell’esportazione di un modello rivoluzionario il principio organizzatore della propria politica estera. Non un obiettivo tra gli altri ma proprio il suo principio fondante. È in questa cornice che vanno letti i quarant’anni successivi, e in particolare i fatti drammatici dal 7 ottobre 2023 ad oggi.

L’architettura della proxy war

Per oltre quarant’anni l’Iran degli Ayatollah ha investito miliardi di dollari, armamenti e competenza militare in un progetto di portata regionale: la costruzione di una rete di milizie – la cosiddetta «Asse della Resistenza» – capace di proiettare potenza ben oltre i propri confini senza esporre direttamente lo Stato iraniano. Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen, le Forze di Mobilitazione Popolare e la Resistenza Islamica in Iraq, Hamas e la Jihad Islamica a Gaza: un arco di influenza che da Teheran arrivava al vicino Mediterraneo e al Mar Rosso.

Questa è la natura strutturale del problema. Uno Stato che delega la propria politica di potenza ad attori non statali armati non destabilizza un singolo Paese: destabilizza un intero sistema regionale, perché sottrae il conflitto alla logica – per quanto imperfetta – dei rapporti tra Stati e lo consegna a quella, incontrollabile, delle milizie. Il fronte non è mai dove dovrebbe essere. La responsabilità è sempre affibiabile a qualcun altro. La deterrenza, di conseguenza, diventa quasi impossibile se non con la forza.

È significativo che proprio questa architettura abbia mostrato, negli ultimi due anni, segni di profondo cedimento. Dopo il 7 ottobre 2023, ciascuna componente dell’Asse ha subito colpi severi: la decapitazione della leadership di Hezbollah nel 2024, con l’eliminazione di Hassan Nasrallah; il logoramento progressivo degli Houthi sotto la pressione militare congiunta e di cui da mesi se ne sono perse le tracce; le fratture politiche tra le milizie irachene, divise nel dicembre 2025 sulla richiesta di consegnare le armi allo Stato. Come ha osservato Muhannad HageAli del Carnegie Middle East Center, l’Asse non è stato distrutto, ma si è ridotto in modo significativo, diventando un bersaglio in attesa anziché un’iniziativa.

La soglia nucleare

Il secondo pilastro della strategia iraniana è il programma nucleare, condotto per anni secondo la logica della «soglia»: avvicinarsi quanto più possibile alla capacità di costruire un’arma, senza varcare formalmente la linea che giustificherebbe una risposta militare definitiva. Una postura calcolata, che trasforma l’ambiguità in strumento negoziale e l’arricchimento dell’uranio in leva geopolitica permanente.

È una strategia che ha funzionato a lungo anche grazie alle politiche americane della presidenza Obama, ma che ha anche reso l’Iran il principale fattore di rischio nucleare della regione. Non Israele – la cui deterrente ambiguità è di natura difensiva e non espansiva – ma Teheran, che alla capacità nucleare ha sempre accompagnato una retorica esplicita e aggressiva di cancellazione dello Stato ebraico. La differenza tra una potenza che possiede armi per non usarle e una che ne minaccia l’uso come orizzonte ideologico è la differenza tra deterrenza e destabilizzazione.

L’asse revisionista

Sarebbe però un errore leggere l’Iran come un attore isolato. Teheran è oggi parte integrante di un asse revisionista della stabilità globale per come la conosciamo che include Russia e Cina, accomunate dall’obiettivo di erodere l’ordine internazionale a guida occidentale. La Russia fornisce all’Iran copertura diplomatica e cooperazione militare; la Cina ne assorbe il petrolio aggirando le sanzioni e ne consolida l’economia. In cambio, l’Iran offre a entrambe un fronte avanzato contro gli Stati Uniti e i loro alleati, e un laboratorio di destabilizzazione a basso costo. In mezzo la vita della povera gente, costretta a nascondersi nei rifugi da un lato o impiccata alle gru per dissenso dall’altra.

In questa prospettiva, la questione mediorientale cessa di essere regionale e diventa sistemica. Lo Stretto di Hormuz – attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale – è il punto in cui la geopolitica regionale si salda con quella globale. Non è un caso che il nodo di Hormuz sia oggi al centro dell’intesa in via di definizione.

L’accordo di Ginevra e il rischio dell’illusione

Dopo la recente guerra tra Iran da un lato e Stati Uniti e Israele dall’altro, Washington e Teheran si avviano alla firma di un memorandum d’intesa in quattordici punti, mediato da Qatar e Pakistan. Il testo prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz entro trenta giorni, la sospensione delle sanzioni energetiche, lo sblocco di circa venticinque miliardi di dollari di asset iraniani congelati, e una finestra di sessanta giorni per negoziare l’accordo definitivo sul programma nucleare. Trump con questa mossa ha proclamato di avere «messo fine alla guerra».

Qui l’analista lucido dovrebbe sospendere l’entusiasmo. Tre elementi impongono cautela.

  1. Dai negoziati restano esplicitamente esclusi il programma missilistico balistico e il sostegno iraniano ai gruppi armati regionali – cioè, esattamente, i due strumenti della destabilizzazione. Si congela il sintomo nucleare e si lascia intatta la patologia.
  2. L’intesa inietta nell’economia iraniana risorse ingenti senza garanzie verificabili sulla loro destinazione, in un sistema che ha storicamente convertito ogni respiro finanziario in nuova capacità di proiezione militare aggressiva verso l’esterno.
  3. Il terzo, e più rivelatore: l’annuncio dell’accordo ha colto (quasi) di sorpresa lo stesso governo israeliano, lasciato all’oscuro da Washington. Il Presidente Trump, spinto dalle proprie esigenze elettorali interne, sta spingendo verso un’intesa sulla sicurezza regionale negoziata scavalcando l’attore più direttamente esposto alla minaccia, non è una garanzia di stabilità: è una scommessa.

La storia recente suggerisce prudenza. Ogni volta che l’Occidente ha trattato l’Iran come un attore normalizzabile attraverso incentivi economici (ved. l’accordo del 2015 ne fu l’esempio più compiuto) ha ottenuto una costosa pausa, non una soluzione. Teheran ha utilizzato le tregue per ricostituire, non per riconvertire o cambiare politiche. Presumere che questa volta sarà diverso, senza che nulla nella dottrina del regime sia cambiato, significa confondere il proprio desiderio di pace con la realtà delle intenzioni altrui.

Una sfida ancora aperta

Sgombriamo il campo da un potenziale equivoco: parlare di islam radicale non significa parlare dell’islam. La grande maggioranza dei musulmani non ha alcuna parte in questa dottrina di potenza, e molti Stati a maggioranza islamica – dagli Accordi di Abramo in poi – hanno scelto la via opposta: quella della normalizzazione e dell’integrazione regionale. Lo dimostrano anche le numerose dimostrazioni del coragioso popolo iraniano contro l’arroganza e violenza degli Ayatolah, troppo a lungo ignorate dall’Europa di oggi. La faglia infatti non corre tra Occidente e islam, ma tra l’ordine internazionale e un progetto ideologico-rivoluzionario che si serve vergognosamente della religione come strumento copertura.

È questa la sfida che resta aperta. L’indebolimento militare dell’Asse della Resistenza e il congelamento del programma nucleare sono oggi risultati reali, non vanno minimizzati. Avere temporaneamente la serenità di non veder piovere centinaia di missili balistici sulla propria testa è un elemento che fa la differenza. Ma sono risultati tattici, ottenuti sul terreno e che purtroppo non hanno scalfito il nucleo dottrinale del regime. Un Iran indebolito non è un Iran riformato. E un accordo che premia la deterrenza ottenuta con la forza, ma rinuncia a incardinarla in vincoli strutturali e verificabili, rischia di restituire al regime, attraverso la diplomazia e i miliardi sbloccati, ciò che la pressione militare gli aveva sottratto.

L’Occidente ha vinto una guerra. Deve ancora dimostrare di saper vincere la pace — che è cosa assai più difficile, e nella quale, troppe volte, ha già fallito.

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