Ma chi vuole la pace in Medio Oriente?

Perché i palestinisti hanno rifiutato una mezza dozzina di accordi negli ultimi cento anni

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

Ma chi vuole la pace in Medio Oriente?

Perché i palestinisti hanno rifiutato una mezza dozzina di accordi negli ultimi cento anni

Si potrebbe fare la storia del conflitto arabo-israeliano usando solo i rifiuti arabi (o meglio della sua parte “militante” islamista o vicina alle dittature fasciste e comuniste) di fare la pace. Si potrebbe incominciare con l’accordo firmato il 3 gennaio 1919 fra Chaim Weizmann, leader dell’organizzazione sionista mondiale e l’emiro Faysal re della Siria e fratello del re di Giordania, in cui gli arabi accettavano la dichiarazione Balfour in cambio del riconoscimento della loro indipendenza. L’accordo non ebbe seguito, per l’opposizione britannica e della parte araba  intransigente. In effetti Faysal fu probabilmente avvelenato qualche anno dopo, nel mandato gli inglesi dettero potere al nemico suo e degli ebrei Amin Huseini, nominandolo Muftì di Gerusalemme. Anche suo figlio Abdallah, re di Giordania, che trattava con il neonato stato di Israele, fu ucciso sulla spianata del tempio di Gerusalemme da un cugino del Muftì:  due occasione d’accordo perse.

Nel 1936, su istigazione del Muftì, il Mandato di Palestina fu agitato da una  grande rivolta araba contro gli inglesi e soprattutto contro gli ebrei. Gli inglesi crearono la Commissione Peel, per trovare una soluzioneal conflitto La Commissione Peel, propose di creare due stati indipendenti: uno per gli ebrei e uno per gli arabi: la prima “soluzione a due stati”. La spartizione proposta da Peel era fortemente sbilanciata a favore degli arabi, che avrebbero avuto l’80% del territorio conteso mentre agli ebrei sarebbe dovuto bastare il restante 20%. Nonostante le dimensioni minuscole dello stato che veniva loro proposto, Il comitato sionista votò a favore dell’offerta. Gli arabi invece rifiutarono, e ricominciarono i pogrom.

Subito dopo la guerra mondiale ci fu un’altro rifiuto arabo, il più noto: di fronte al fallimento del mandato britannico, l’assemblea generale dell’Onu aveva votato nel ‘47 (col voto contrario degli stati arabi e l’astensione inglese) una spartizione anch’essa assai favorevole agli arabi. Ma anche questa volta essi rifiutarono e iniziarono una “guerra di sterminio” contro il neonato stato ebraico. Nel ‘49, avendo perso la guerra, rifiutarono di fare la pace e accettarono al massimo degli accordi armistiziali. Lo stesso avvenne di nuovo del ‘67, dopo la guerra dei sei giorni con la risoluzione dei “tre no” presa nel vertice dei paesi arabi a Khartoum il 1 settembre, tre mesi dopo la fine della guerra: “no peace with Israel, no recognition of Israel, no negotiations with it”.

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Dopo gli accordi di Oslo, che dovevano essere solo preliminari, il conflitto ricominciò. Nel 2000, il primo ministro israeliano Ehud Barak si incontrò a Camp David con il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Yasser Arafat per concludere un nuovo piano a due stati. Barak offrì ad Arafat uno stato palestinese su tutta la striscia di Gaza e sul 94% della Cisgiordania, con Gerusalemme est come capitale. Ma il leader palestinese respinse l’offerta. Come disse il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, “Arafat è stato qui 14 giorni e ha detto no a tutto”.  Ne venne fuori quella sanguinossisima ondata terrorista che è stata chiamata “Seconda Intifada”. Nel 2008 Israele tentò di nuovo. In un’intervista televisiva il presidente dell’Autorità Palestinese Abbas ha serenamente ammesso d’aver rifiutato, nel 2008, l’offerta dell’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert di creare uno stato palestinese che comprendesse, oltre alla striscia di Gaza, il 93,7% della Cisgiordania, più territori israeliani equivalenti a un 5,8% della Cisgiordania, più un collegamento fra Gaza e Cisgiordania anch’esso parte dello stato di Palestina e persino un trasferimento della Città Vecchia di Gerusalemme sotto controllo internazionale. “Non ero d’accordo – racconta Abbas – Rifiutai subito”. Più recentemente, il presidente dell’AP ha respinto il tentativo di riavviare i negoziati nel 2014 e nel 2016, benché condotti da un’amministrazione americana, quella di Obama, del tutto sbilanciata dalla sua parte.

La storia, purtroppo non termina qui. Perché, nonostante il silenzio dei media che si rifiutano di riferire quel che accade davvero in Medio Oriente, siamo nel pieno di un nuovo rifiuto pregiudiziale e immotivato della pace de parte dell’Autorità Palestinese.

“Il 24 giugno 2018, Jared Kushner, consigliere e genero del presidente Trump, annunciò che gli Stati Uniti avrebbero presto presentato un nuovo piano di pace. I commenti di Kushner hanno stimolato frenetiche ipotesi dei media. Meno ampiamente notato, tuttavia, è stata la risposta immediata dell’Autorità palestinese, l’entità che governa la West Bank (Giudea e Samaria) ed è guidata da Mahmoud Abbas del movimento Fatah. [… che]   hanno espresso senza mezzi termini il loro disprezzo per un piano di pace, a prescindere da ciò che potrebbe contenere. […] il funzionario di Fatah Jamal Muhaisin ha pubblicamente denunciato il piano inedito come “il crimine americano della nostra era”.[…] Fatah ha anche pubblicato e distribuito poster che proclamavano, tra le altre cose, “La Palestina non è in vendita” e “L’affare del secolo non ostacolerà la volontà della Palestina”. Un annuncio pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale di Fatah ha detto che il movimento spera di “chiarire i pericoli posti da questo accordo, notoriamente un cattivo affare, e spiegare come può distruggere la nostra causa nazionale proponendo soluzioni alternative che eludano i diritti eterni del popolo palestinese [a favore di] gesti umanitari e lusinghe economiche “. L’opposizione al piano di pace non ancora visto è stata approvata ai più alti livelli del governo dell’Autorità Palestinese. Numerosi dirigenti di Fatah hanno proclamato il rifiuto di accettare qualsiasi proposta avanzata dagli Stati Uniti.” (qui l’articolo originale).

Insomma, ancora una volta non è Israele, ma la parte araba che rifiuta ogni possibile pace, quali che siano i suoi contenuti. Se tre indizi fanno una prova, una mezza dozzina abbondante di rifiuti fanno una linea politica. Che è quella di gridare reclamando la pace quando essa è lontana e di impedirla nella maniera più decisa ogni volta che appaia anche vagamente possibile. Perché lo scopo delle organizzazioni palestiniste non è il benessere delle popolazioni che amministrano e tanto meno la costruzione di una regione prospera e pacifica, ma è la guerra razziale e religiosa contro gli ebrei.

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