Il ritorno di un soldato, strappato all’industria dei sequestri

Ugo Volli
Ugo Volli
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Editoriali, Israele

Il ritorno di un soldato, strappato all’industria dei sequestri

Editoriali, Israele
Ugo Volli
Ugo Volli

Per chi vuol capire qualcosa del Medio Oriente, vale la pena di fermarsi a riflettere su un episodio che ha avuto moltissima eco in Israele e che invece non è stato quasi comunicato in Europa e sui media italiani, cioè il recupero delle spoglie di un soldato israeliano caduto 37anni fa in Siria, il sergente Zachary Baumel.

La prima lezione da trarne sta proprio nell’attenzione che il pubblico israeliano ha dedicato alla vicenda: Israele non dimentica i suoi caduti (come non dimentica i suoi nemici). Possono passare decenni, possono non esserci più i genitori che l’hanno pianto, ma resta immutato l’impegno di dare una onorata sepoltura a chi è morto per la collettività, soprattutto se si è sacrificato in guerra, ma anche se è stato ucciso dagli antisemiti. In fondo questo è anche il senso dei musei e dei ricordi della Shoah. Non a caso la più importante di queste istituzioni si chiama Yad vaShem, letteralmente “mano e nome”, che significa però l’impegno a restituire a ogni scomparso il suo nome e a dargli un luogo di ricordo.

La seconda lezione sta nel modo in cui questo recupero è avvenuto. Con l’impegno rischioso e lungo dell’intelligence israeliana, il cui valore è proverbiale, ma anche con l’aiuto di un paese straniero in teoria avversario, la Russia. Sembra  che anche i russi si siano molto impegnati in questa ricerca, usando le loro leve in Siria. Anche questo è un segno, vuol dire che, al di là degli annunci e delle polemiche diplomatiche, le priorità di Israele contano, sono prese in considerazione anche dalla superpotenze – naturalmente dentro un’ottica politica, non per pura buona volontà umanistica. E questo mostra che è vero ciò che continua a ripetere Bibi Netanyahu, che grazie al lavoro del suo governo Israele è entrato nel gruppo ristretto dei paesi che hanno peso internazionale.

La terza lezione è più amara, almeno per chi si fa delle illusioni sulla convivenza delle civiltà. Nel mondo dei palestinisti è scoppiata una polemica violenta su questo recupero: i vari gruppi si sono accusati a vicenda di aver contribuito all’operazione e per di più “gratuitamente”. La cosa si spiega con la pratica, purtroppo del tutto abituale, che i palestinisti e in generale gli islamisti adottano, di trattenere non solo degli ostaggi (anche civili non coinvolti affatto nel conflitto) per usarli come moneta di scambio con i terroristi detenuti in Israele, perché condannati per gravissimi reati, ma pure delle salme. Tutti ricordano il caso di Gilad Shalit, rapito e poi scambiato dopo anni con un migliaio di terroristi. Ma a Gaza oggi sono sotto sequestro oggi due civili, di cui almeno un beduino, e inoltre le salme di due soldati caduti nelle battaglie di quattro anni fa. Altri ancora sono in Siria: tutti trattenuti in attesa di un riscatto.

zachary-baumel-soldato-israele-progetto-dreyfusChe cosa c’è di più inumano della speculazione sui resti di un caduto? Anche la “bestia” Achille, nell’Iliade, cede alle richieste del padre Anchise e gli lascia i resti del figlio Ettore per i funerali. Ma nell’Islam questo basilare livello di umanità manca: secondo il corano un prigioniero di guerra, purché naturalmente sia “infedele”, può essere schiavizzato o ucciso, magari torturato per strappargli informazioni sui suoi averi una donna straniera può tranquillamente essere usata come schiava sessuale o uccisa anche lei, le tombe possono essere profanate, dei cadaveri si può fare commercio. E’ sempre stato così, ha iniziato Maometto e il traffico di schiavi in età moderna non è stato affatto un’invenzione occidentale, ma da sempre una fiorente industria islamica. Ancora oggi in diversi paesi musulmani vi sono schiavi e mercati di schiavi e concubine.

Israele naturalmente è impegnato a recuperare i resti dei suoi caduti, ma rifiuta di diventare oggetto del mercato islamico delle salme e questo provoca anche tensioni politiche fra le famiglie, che cercano assistenza a qualunque costo e il governo, che deve trovare il modo di recuperare sequestrati e resti dei defunti senza alimentare un’industria dei sequestri. Oggi è il momento di festeggiare questo ritorno di un ragazzo che ha dato la vita per Israele tanti anni fa. Ma è anche l’occasione di rendersi conto di che cosa significa la gloriosa e pacifica civiltà islamica, con cui la Chiesa si sente sorella.

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