Trump ritira le truppe dalla Siria. E’ davvero un danno per Israele?

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

Trump ritira le truppe dalla Siria. E’ davvero un danno per Israele?

Israele, Medio Oriente
Ugo Volli
Ugo Volli

C’è stata molta polemica intorno alla scelta di Donald Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria e in parte dall’Afghanistan, con le conseguenti dimissioni del ministro della difesa Mattis. Tutti gli antitrumpiani e gli “antipopulisti” di ruolo e di complemento hanno intonato un coro di lamenti e deprecazioni. Per citare qualche titolo del “Foglio”, che per onestà verso i lettori potrebbe benissimo ormai cambiare il nome in “L’Unità”, “Iran e Stato islamico festeggiano” perché “L’America abdica da superalleato” e quindi dobbiamo fare fronte ai “disastri della fuga di Trump dalla Siria” o addirittura (questo lo dice Sofri) al “miserabile tradimento di Trump”. Tutti gli altri giornali italiani ed europei, almeno quelli “autorevoli”, sono compattamente schierati a spiegare che Trump sta distruggendo il “soft power” dell’America, che si è spaventato per le minacce turche (!?) e dunque coi suoi “madornali errori” compie un “suicidio strategico”, è uno sciocco, se non un collaboratore della Russia. Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così? L’unanimità in questi casi lascia sospetti.

Meglio seguire l’opinione di Caroline Glick, la più acuta commentatrice israeliana di politica estera e di sicurezza, che sostiene il contrario. Le truppe americane in Siria, spiega Glick, non hanno mai combinato granché sul piano militare e sono un’eredità di Obama che le mise lì per combattere l’Isis, ma anche per marcare il rovesciamento di rapporti con l’Iran, presentato come il nemico giurato dell’Isis che l’America doveva aiutare a diventare potenza egemone della regione e considerare suo alleato (anche se gli ayatollah hanno incassato i regali, ma mai contraccambiato). E’  vero che sul terreno le cose sono andate in maniera un po’ diversa, i soldati Usa hanno fatto da schermo ai curdi contro la Turchia e messo un po’ di bastoni fra le ruote russe. Ma il senso strategico della loro presenza  alla frontiera nordorientale della Siria con Turchia e Iraq non era certo difendere Israele: chi l’avesse pensato probabilmente non ha mai guardato bene la carta geografica e si fa delle illusioni.

Non è mai accaduto in settant’anni e passa che Israele si sia fatto difendere sul terreno da un altro stato, anche perché non ce n’è mai stato uno disposto a farlo. L’America ha aiutato Israele con rifornimenti d’armi, copertura internazionale (impedendo cioè all’Urss di usare la sua potenza contro lo stato ebraico e usando il veto per togliere ai nemici l’arma del Consiglio di sicurezza dell’Onu), assistenza di intelligence e di controllo dello spazio aereo e marittimo. Anche questo non è sempre avvenuto, neppure durante le guerre, almeno non con la tempestività necessaria. Talvolta gli Usa sono stati piuttosto ostili, per esempio durante le presidenze Carter e Obama. Trump è di gran lunga il presidente più favorevole a Israele dalla fondazione e ha assicurato di nuovo, proprio in questi giorni l’appoggio e l’aiuto in caso di necessità.

Ma Israele sa benissimo di doversela cavare da solo, non è una colonia americana e talvolta i suoi interessi sono diversi da quelli degli Usa. L’opinione pubblica americana vuole chiudere una fase costosa (in termini di soldi ma anche di perdite umane) di impegni militari all’estero. Trump aveva promesso durante la campagna elettorale di muoversi in questa direzione e come sempre sta rispettando le sue promesse elettorali. Il Medio Oriente non è più vitale per l’America, il petrolio arabo è molto meno importante di un tempo. La principale ragione di impegno americano nella regione, come Trump ha detto giustificando i rapporti con l’Arabia, è proprio Israele e non è affatto detto che tenere truppe in Afghanistan o a est dell’Eufrate sia il modo migliore per tutelarli. Questo disimpegno toglie alcuni freni a Israele (gli stessi problemi di “non disturbare la coalizione” che obbligarono lo stato ebraico a non reagire ai missili di Saddam Hussein durante la Prima Guerra del Golfo) e gli permette di impegnarsi di più e non di meno nella difesa dall’Iran in Siria, come ha detto Netanyahu.

Israele deve usare ora la copertura americana per consolidare il fronte antiraniano, per minimizzare i pericoli che vengono dalla Siria e dal Libano, per non farsi imporre troppi vincoli nei rapporti con Hamas e l’Autorità Palestinese – anche se è inevitabile che debba essere molto prudente, capace di cogliere freddamente il limite politico del rapporto fra costi e benefici nelle sua azioni militari. Insomma, non è vero affatto che Trump abbia abbandonato Israele o che lo stato ebraico sia più solo di prima. La situazione strategica non è molto cambiata, anche perché in questa fase quel che conta è il dominio aereo, non sono previste in Siria operazioni sul terreno. E Israele su questo piano è fortissimo anche di fronte alla Russia. Dunque è ancora vero che la situazione politico-militare di Israele è la migliore dalla creazione dello stato. E resterà tale, soprattutto se alla guida dello stato continuerà a esserci, nonostante trame politiche e giudiziarie, quel grandissimo statista che è Bibi Netanyahu.

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