Riconciliazione palestinese: Hamas e Fatah ancora lontani

Giuseppe Giannotti
Giuseppe GiannottiGiornalista & Esperto di Medio Oriente
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Medio Oriente

Riconciliazione palestinese: Hamas e Fatah ancora lontani

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Giuseppe Giannotti
Giuseppe GiannottiGiornalista & Esperto di Medio Oriente

Dopo mesi di stallo, annunci e smentite, la riconciliazione fra Hamas e Fatah sembra ancora molto lontana. Le fazioni palestinesi restano arroccate sulle rispettive posizioni e ad ogni apertura, che sembra avvicinare un accordo, segue immediatamente una chiusura.

Vediamo gli ultimi aggiornamenti. Meno di un mese fa il capo di Hamas, Yahya Sinwar,  aveva dichiarato formalmente fallito il tentativo di riconciliazione, mediato dall’Egitto. Poi, nei giorni scorsi si sarebbe di nuovo aperta una porta alla trattativa. Secondo voci, peraltro non confermate ufficialmente, un rappresentante di Hamas a Ramallah avrebbe dichiarato che il suo movimento era pronto a consegnare le armi a Fatah, punto cardine dell’accordo di riconciliazione, respinto in un primo momento. Questa cessione di armamenti sarebbe stata decisa pur per  entrare a far parte a pieno titolo dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e del futuro governo palestinese. A dare la spinta in questo senso sarebbe stata la dichiarazione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Una decisione, secondo i palestinesi, da contrastare in modo unitario. E per questo, Hamas avrebbe bisogno di avere potere decisionale all’interno dell’Olp.

Ma in un’altra dichiarazione, pubblicata su “Al-Hayat”, giornale arabo con sede a Londra, il vice capo di Hamas, Saleh al-Arouri, ha dichiarato che il suo movimento non ha alcuna intenzione di consegnare le armi all’Autorità Palestinese. Il che fa supporre che dietro a queste dichiarazioni contrastanti ci sia in realtà una lotta di potere all’interno di Hamas.

Ma stando ai fatti, e non alle voci, che le divergenze siano tutt’altro che appianate lo dimostra il rifiuto di Hamas di partecipare a una riunione congiunta sulla risposta da dare a Trump sulla questione di Gerusalemme. Fatah aveva invitato i rappresentanti di Hamas, ma in un comunicato ufficiale, Hamas ha fatto sapere che “le condizioni in cui si svolgerà la commissione non consentiranno di svolgere una revisione politica globale e responsabile e impediranno decisioni che raggiungano il livello delle nostre aspirazioni”. Dunque, nessuna riunione congiunta e quindi nessun accordo.

Ma come ho già avuto modo di sostenere, le implicazioni per Israele non cambiano. Che la dirigenza palestinese non sia una controparte credibile lo stanno dimostrando le recenti dichiarazioni del presidente palestinese Abu Mazen, infuriato per la decisione di Trump su Gerusalemme. Il vecchio leader palestinese (a marzo compirà 83 anni) ha gettato la maschera, dicendo apertamente quello che probabilmente ha sempre pensato. Ha dichiarato decaduti gli accordi di Oslo, ha detto che non riconoscerà più lo Stato di Israele (ma in realtà lo ha mai fatto?), che rifiuterà la spartizione in due Stati (dunque solo quello palestinese?), di fatto assumendo una posizione estrema. Ma la sua popolarità è in netto ribasso, sia sul fronte interno, sia a livello internazionale e in particolare nel mondo arabo. E in molti si chiedono se non sia necessario a questo punto un cambio di leadership visto, fra l’altro, che il suo mandato presidenziale di quattro anni, è ormai scaduto nel 2008.

Israele resta alla finestra, con la consapevolezza che l’approccio internazionale alla questione israelo-palestinese sta finalmente cambiando. E il netto taglio dei fondi destinati dagli Usa ai palestinesi non è che il primo tassello.

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