Quanto la propaganda propal manipola i giovani europei

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Emanuel Segre Amar
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Daniel Borg, studente presso l’Università di Stoccolma, è un idealista. Cullato dalla propaganda pro-palestinese che regna nel suo paese, decide di partecipare ad un programma per volontari organizzato ad Hebron dal movimento Solidarietà internazionale. Convinto di partire per incontrare dei soldati di Tsahal carichi di odio, violenti, corrotti dalla “occupazione”, rimane estremamente sorpreso nel constatare che la realtà è molto diversa da quanto gli avevano raccontato. Egli quindi compie una svolta ideologica di 180 gradi ed oggi ha deciso di militare a fianco dei difensori di Israele. 

Una testimonianza forte che chiarisce molto bene la realtà.

Come molti giovani della sua età in Svezia, Daniel Borg, 28 anni, si definiva, fino all’anno scorso, pro-palestinese. Molto attivo nel partito socialista della cittadina nella quale viveva, nei pressi di Stoccolma, era persuaso che Israele fosse una potenza occupante crudele, una specie di “Golia” che schiaccia sotto i propri stivali un “Davide” palestinese debole e senza risorse. “Pensavo che Israele fosse uno stato illegittimo che pratica il colonialismo” ha spiegato al giornale “Makor Rishon”.

All’inizio del 2007 Borg, all’epoca ventenne, incontra il deputato Gustav Fridolin, del partito svedese dei Verdi, ed attualmente ministro dell’Educazione. Fridolin gli racconta di aver fatto atti di volontariato a Hebron nell’ambito del movimento Solidarietà internazionale. L’idea piace al giovane svedese che decide di seguirne l’esempio, e così parte per tre settimane per Ramallah ed Hebron. Sono tre settimane nel corso delle quali la sua visione sul conflitto israelo-palestinese, su Israele e su Tsahal, inizia a cambiare. Tre settimane che descriverà, sette anni dopo, in un sito di informazioni svedese, facendo luce sui metodi impiegati dai pro-palestinesi per compiere un lavaggio del cervello dei giovani europei, descrivendo Israele come il grande Satana.

Mi ricordo della prima volta che incontrai i soldati di Tsahal; ero a Tel Romeida, a Hebron, ed io avevo il compito di avvertire i membri dell’associazione se i soldati entravano nel quartiere. L’unica cosa che conoscevo dei militari israeliani era che si diceva che erano crudeli. Ma quello che ho visto è stato un bambino di 10 anni che si è avvicinato a loro e che è stato trattato con molta gentilezza. Sono rimasto sorpreso, ma ho pensato che fosse un’eccezione e che gli altri soldati fossero davvero cattivi, così come mi avevano sempre detto nel mio partito e come leggevo nei giornali svedesi. Non potevo immaginare che la realtà fosse del tutto diversa“.

Questa prima esperienza a Hebron finisce per segnare il giovane Borg, esattamente come il resto del suo soggiorno in Giudea e Samaria durante il quale non gli capita mai di assistere ad alcun atto, anche minimo, di violenza da parte di Tsahal. Tuttavia continua a definirsi come pro-palestinese ed anti-israeliano. Non sarà che due anni più tardi, quando, su richiesta di sua sorella, ritorna in Israele, che inizia a porsi delle domande. “Ho iniziato a discutere con degli israeliani, che diventeranno in seguito miei amici. Ho capito che, contrariamente a quanto leggevo sui giornali svedesi e nel sito di Haaretz (quotidiano israeliano di sinistra, la cui versione in inglese è molto popolare in tutto il mondo, ndr), gli israeliani sono degli umanisti. Loro non odiano i palestinesi e sono pronti a fare delle concessioni. Mia sorella ed io siamo ritornati in Israele numerose volte, anche se io continuavo a sostenere la causa dei Palestinesi. In occasione di uno di questi miei viaggi, ho discusso con degli arabi israeliani che mi hanno detto che la loro situazione era buona. Quando ho chiesto loro se l’apartheid e il razzismo imperversassero in Israele, mi hanno riso sotto il naso prima di affermare che amavano vivere lì e che la situazione dei Palestinesi in Libano, in Siria e negli altri paesi era ben peggiore che in Israele. E tuttavia, malgrado tutto ciò, non ho cambiato le mie posizioni. È stato, solo, circa un anno fa, quando ho ascoltato una conferenza di giuristi israeliani che erano venuti a raccontare la loro versione sul conflitto, che ho cambiato parere. Loro hanno parlato dei crimini commessi da Fatah e da Hamas e hanno dimostrato come l’Europa, grazie ai miei soldi di contribuente, versa dei doni ai Palestinesi che servono per finanziare il terrorismo. Sono rimasto choccato. Sono cose delle quali nessuno parla in Svezia, e nessun cittadino ha accesso a queste informazioni. Ho incominciato a pormi delle domande serie ed ho capito che non potevo più definirmi pro-palestinese perché sarebbe stata una falsità. Oggi ho preso coscienza del fatto che i Palestinesi fanno tutto ciò che è in loro potere per nuocere ad Israele, e non per ottenere la pace“.

Questo capovolgimento ideologico ha portato Borg a cambiare partito ed a pubblicare la sua testimonianza: “Prima di raggiungere il gruppo di Solidarietà internazionale a Hebron, ho passato due giorni di preparazione a Ramallah. Ci hanno insegnato come fare per bloccare i soldati, camminare liberamente nei quartieri per preavvertire i nostri contatti palestinesi dell’avvicinarsi di pattuglie di Tsahal, uscire dai nostri nascondigli in modo che poi loro non osino sparare verso di noi, trasformarci in “Scudi umani” nell’eventualità di distruzioni di case e gettare bottiglie incendiarie e pietre. Gli istruttori di Fatah ci hanno spiegato che, in quanto volontari, non saremmo stati implicati in alcuna violenza, ma, allo stesso tempo, facevano pressione su di noi perché operassimo da scudi umani per i Palestinesi che, loro, dovevano compiere violenze. Ci siamo pure, ed a lungo, allenati ad urlare per spaventare i bambini dei coloni. Abbiamo urlato fino a perdere la voce. Se per caso qualcuno, a Ramallah, leggesse queste parole, gli chiedo scusa per tutto il rumore che abbiamo fatto…” Borg descrive poi come i membri di Fatah incoraggiavano i volontari ad assumersi dei rischi. “Ci hanno spiegato chiaramente che, se fossimo stati feriti o uccisi da Tsahal, ciò avrebbe causato un danno immenso allo Stato di Israele, i media avrebbero diffuso con molta evidenza l’informazione e si sarebbe anche potuti arrivare alla fine dell’occupazione. Mi è stato detto molto chiaramente che, per il mio coinvolgimento nel partito socialdemocratico, il mio arresto o la mia morte avrebbe fatto pubblicare grandi titoli sui giornali svedesi…

Dopo aver descritto tutte le lacune dei giovani europei sul conflitto arabo-israeliano, Borg esclama: “Come avrei potuto sapere tutto ciò? Noi siamo plagiati dalle storie menzognere pro-Palestinesi. Noi siamo ingannati dalla CNN, dal New York Times, e da Le Monde. Non ho mai letto, nel Guardian, che i soldati israeliani sono gentili coi Palestinesi. Vengono sempre descritti come razzisti violenti e crudeli. Anche su Haaretz la storia è unilaterale contro Israele. Si fa vedere la reazione israeliana, ma mai la provocazione che l’ha preceduta“. E Borg conclude: “Anche se, in questi ultimi anni, numerosi violenti conflitti agitano il Medio Oriente, causando terribili perdite umane, come, ad esempio, in Siria ed in Iraq, questi non provocheranno mai delle manifestazioni di solidarietà. Nessuna protesta, nessun titolone sui giornali, nessuna condanna. È sempre Israele ad essere messo sul banco degli accusati“.

Articolo originale di Laly Deray postato sul sito Hamodia. Traduzione a cura di Emanuel Segre Amar

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