Primi provvedimenti antiterrorismo in Italia

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Mario Del MonteEditor
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“Siamo in uno stato di allerta massima”, queste le parole del Ministro degli Interni Angelino Alfano durante una conferenza stampa tenutasi al Viminale. Il numero dei foreign fighters aumenta da 53 a 59 ma il Ministro ha specificato che non si tratta di soli italiani, bensì di persone che hanno avuto in qualche modo un contatto diretto con il nostro paese: stranieri che hanno vissuto su suolo italiano e che magari in alcuni casi hanno anche ottenuto il permesso di soggiorno a lunga scadenza. Dei 59 identificati solo 5 sarebbero italiani di cui 2 con doppia nazionalità ma non è dato sapere se rientrano nei 14 dati per morti durante il conflitto siriano.

Oltre all’aggiornamento sulla consistenza di gruppi che si sono addestrati o hanno combattuto in Siria, Alfano ha annunciato i provvedimenti presi nei confronti di soggetti ritenuti radicali o pericolosi. Dalla fine di dicembre sono stati espulsi 9 individui: 5 tunisini, un turco, un egiziano, un marocchino e un pakistano. In assenza di prove per il loro coinvolgimento in attività terroristiche, l’espulsione rappresenta l’unica arma in mano alle forze dell’ordine. Gli allontanamenti potrebbero non essere finiti qui visto che sono state scansionate più di 100 persone legate anche ad attività di propaganda nelle moschee o sul web. Si tratta di soggetti quasi tutti radicati da tanti anni nel Centro-Nord Italia, soprattutto nella zona intorno a Milano, 2 di loro avrebbero persino tentato di portare la famiglia in Siria a combattere.

Secondo le fonti di SkyTg24 ci sarebbero altri 8 centri sotto osservazione, molto probabilmente moschee improvvisate o clandestine, dove alcuni imam predicano la jihad contro l’occidente. Il timore è che questi centri servano a dar copertura alle altre cellule che, finite ora al centro dell’attenzione, cercano posti dove nascondersi. Ad esempio i 2 fratelli marocchini fermati alla frontiera del Frejus potrebbero aver cercato di raggiungere l’Italia per cercare assistenza e rifugio.

Nel frattempo sono state rese pubbliche le carte dell’inchiesta Masrah con cui, il 24 Settembre scorso, i Ros hanno portato a processo una cellula di 5 persone attiva ad Andria. Fondamentali sono state le testimonianze di alcuni pentiti del gruppo che hanno fornito informazioni preziose per fotografare le caratteristiche di quel “terrorismo molecolare” di cui ha parlato il sottosegretario delegato all’intelligence Marco Minniti. Gli investigatori spiegano come il terrorismo qaedista ideato da Bin Laden è finito dopo la reazione occidentale all’11 Settembre 2001 a causa del suo essere gerarchico e strutturato. Al suo posto un’entità più rarefatta, capace di ispirare gesti estremi in chiunque aderisca all’ideologia e la elegga a fine ultimo di una esistenza spesso segnata da eventi cruenti, da condizioni estreme di povertà e di disagio sociale. Il modello è quello dell’Intifada palestinese: una decentralizzazione della resistenza, per quante cellule possano venire smantellate, l’intero movimento continuerà a crescere, fino ad assumere le dimensioni di una sollevazione generale, qualunque membro dell’organizzazione, in qualunque momento può aggredire la sicurezza del paese che giudica nemico o infedele. I pentiti hanno poi spiegato come il fenomeno di radicalizzazione sia avvenuto nella moschea di Andria dove gli imam mettevano in atto un vero e proprio lavaggio del cervello per convincere i giovani che morire per la religione è l’unico modo per rendersi davvero utili alla causa e rappresenta l’unica occasione di riscatto personale. Al termine dell’addestramento ideologico poi la cellula va “in sonno” in attesa di ordini per mettere in pratica ciò che ha imparato. Per fortuna le nostre forze dell’ordine hanno reagito tempestivamente arrestandoli prima ancora di poter progettare un attacco.

La lotta al terrorismo prosegue anche su altri fronti: L’Unita Informativa Frodi di Bankitalia ha segnalato circa 1000 transazioni sospette dal 2009 a oggi. Soldi che dall’Italia sono finiti in paesi a rischio come Siria, Yemen, Pakistan e Iraq e che potrebbero essere serviti a finanziare organizzazioni terroristiche o addirittura lo Stato Islamico. Capire dove sono realmente finiti è un lavoro molto difficile visto che i soldi che passano attraverso i canali ufficiali sono spesso somme esigue, per un totale negli ultimi quattro anni che non supera i dieci milioni di euro. Gli esperti di Bankitalia temono infatti il metodo dei money transfer o del frazionamento dei pagamenti. È stato documentato che alcuni soggetti legati ai combattenti islamici facevano più volte lo stesso versamento sotto la soglia stabilita dei 999 euro per la segnalazione alle banche, oppure molte persone mandavano soldi ad uno stesso soggetto in Paesi esteri. Oltre agli istituti di credito verso cui il denaro viaggia, a far drizzare le antenne all’UIF sono l’identità del soggetto che opera e l’eventuale utilizzo dei Bitcoin, la moneta virtuale spesso non tracciabile.

Ros e Digos stanno cercando anche di capire se le cellule terroristiche sono in contatto con i clan camorristi della Campania visto che Napoli è la principale città europea per la creazione e la distribuzione di documenti falsi. Inoltre c’è il precedente del terrorista implicato nell’attentato di Madrid che venne fermato in compagnia di alcuni esponenti del clan di Secondigliano pochi giorni prima dell’attentato e in possesso di una patente di guida italiana falsificata. Tra i vari cablogrammi resi pubblici da Wikileaks qualche anno fa se ne ricorda uno in cui l’FBI riteneva che il denaro di Camorra e ‘Ndrangheta, attraverso il traffico di droga, finanziasse gruppi terroristi islamici.

Proprio oggi si riuniscono a Bruxelles i Ministri degli Esteri dell’Unione Europea per trovare una linea comune nella lotta al terrorismo e affrontare l’argomento Pnr: un codice di prenotazione dei voli che consentirebbe l’accesso alle liste d’imbarco di tutte le compagnie aeree per ottenere informazioni immediate sui sospetti.

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