La soluzione a due stati è più una ricetta per la guerra che una condizione per la pace

Ugo Volli
Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

La soluzione a due stati è più una ricetta per la guerra che una condizione per la pace

palestinesi-due-popoli-due-stati-progetto-dreyfusQualcuno anche in Israele ha ricominciato a parlare di una obbligatoria “separazione dai palestinesi” nella forma di “due stati per due popoli”, dando per scontato che questa sia la premessa di quella pace che tutti in Israele vogliono. Nel resto del mondo questo tema dei “due stati” come formula della pace futura è sempre rimasto fra i luoghi comuni che nessuno pensa di sfidare. Ma siamo sicuri che la separazione di popoli che si contendono un territorio sia davvero la formula magica per farli convivere pacificamente?

Dato che il tema è così importante, vale certamente la pena di ragionarci attentamente. Naturalmente nessuno è in grado di conoscere il futuro, per cui vi propongo due criteri. Il primo sono gli impegni dei protagonisti. Israele è certamente in grado di rinunciare a territori che controlla  senza ritornare sui suoi passi. Lo dimostra chiaramente l’esempio del Sinai, abbandonato in seguito al trattato con l’Egitto e non più rivendicato. Ma i palestinesi/palestinisti? Bisogna partire dal fatto che in tutti i loro simboli che includono un riferimento geografico, nelle loro mappe, nei libri di testo, in televisione, nelle dichiarazioni dei politici, nei loro documenti fondativi si mostra esplicitamente che il loro scopo è prendere il potere su tutto il territorio “fra il fiume e il mare”, senza distinzione fra l’Israele delimitato dalle linee di armistizio del ‘49 e quello attuale. Perfino il rifiuto di accettare Gerusalemme come capitale dice la stessa cosa: tutte le istituzioni dello stato hanno infatti sede ad ovest della linea armistiziale, ma questo per loro non conta.  La domanda è allora: se ci fosse una pace a due stati, sarebbero disposti a una rinuncia solenne e definitiva a tutte le rivendicazioni sul territorio assegnato a Israele? Nelle trattative Israele ha sempre chiesto questa clausola “finale” fra le condizioni irrinunciabili e ha sempre ricevuto netti rifiuti. Ma senza di essa, è evidente che il conflitto continuerebbe solo con qualche cambiamento tattico ai danni di Israele: la “pace” sarebbe solo un armistizio svantaggioso. Così del resto la presentava Arafat, per esempio in un celebre discorso a Johannesburg, paragonando gli accordi di Oslo a un armistizio fatto da Maometto in condizioni di svantaggio, che poi il profeta ruppe appena lo trovò conveniente (qui trovate il testo e qui la registrazione audio).

C’è poi un altro modo di valutare l’ipotesi dei due stati, cioè l’esperienza. Accade in generale che due popoli in conflitto radicale anche religioso, si riappacifichino una volta separati da un confine? Vi è un esempio celebre e per molti versi simile a quello del conflitto arabo-israeliano, perché ad esso contemporaneo e regolato, in parte provocato dalla stessa potenza coloniale, la Gran Bretagna. Sto parlando di India e Pakistan, fondati con una separazione territoriale nel 1947. La divisione fu una terribile pulizia etnica: città prevalentemente indù come Lahore e tutta la valle dell’Indu, culla della cultura indiana, andarono al Pakistan, mentre l’India tenne territori prevalentemente musulmani, per esempio la stessa capitale Delhi. Nei trasferimenti morirono in milioni. Ma questo costo terribile produsse la pace? Per nulla: vi sono state quattro guerre vere e proprie nel ‘47-48, nel ‘65, nel ‘71, nel ‘99; due conflitti endemici, in Kashmir e sul Siachen, e un’ininterrotta attività terroristica proveniente dal Pakistan, che ha colpito pesantemente anche poche settimane fa. Al confronto, risulta molto più pacifica la relazione interna allo stato indiano fra indù e musulmani (che sono quasi il 15% ovvero 200 milioni). La separazione voluta dagli inglesi e dai musulmani è stata fonte di conflitto, molto meno la convivenza che voleva Gandhi.

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La stessa cosa, fatte le debite proporzioni, si può dire anche di Israele. Durante la guerra d’indipendenza (soprattutto per incoraggiamento degli eserciti degli stati arabi) e poi dopo il ‘67, un po’ meno di un milione di arabi decise per la separazione, abbandonando i territori che formano lo stato di Israele. Alcuni di essi si sono integrati in vari stati, dalla Giordania al Libano, ai paesi del Golfo fino al Sudamerica, cosa che è riuscita loro facile anche perché in buona parte erano immigrati recenti dall’Egitto, dall’Arabia e dalla Siria. Altri hanno vissuto la condizione di profughi e sono stati spesso molto maltrattati (in Libano soprattutto per opera dei cristiani e degli sciiti locali, in Siria a causa della diffidenza del regime degli Assad). Una parte consistente dei loro discendenti oggi vive nei territori amministrati dall’Autorità Palestinese. Questi ultimi sono diventati la massa d’urto usata dagli ex emigrati che dirigono le istituzioni palestiniste. In altri termini, la gran parte del terrorismo arabo contro gli ebrei di Israele viene dai sudditi dell’Autorità Palestinese, separati da Israele. Molto meno , davvero molto meno terrorismo viene dal 17% degli arabi musulmani che non si sono separati e sono rimasti cittadini di Israele, circa un milione e mezzo di persone. Eppure questo numero non è troppo diverso da quello degli arabi che vivono in Giudea e Samaria.

Le cause possono essere diverse, dal contatto personale alla presenza di un sistema di prevenzione e polizia più efficiente. Ma certamente conta l’instancabile propaganda condotta dall’Autorità Palestinese a favore del terrorismo e in prospettiva del genocidio degli ebrei. Non c’è ragione di pensare che se si costituisse un vero stato palestinese le cose cambierebbero. Anzi, la libertà d’azione delle forze di sicurezza antiterrorismo israeliane sarebbe per forza limitato e probabilmente il potere sarebbe prima o poi catturato da Hamas, gruppo esplicitamente terrorista. Insomma, anche se si considerano le cose dal punto di vista dell’esperienza, la soluzione a due stati assomiglia molto di più a una ricetta per la guerra, non per la pace.

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