Guerra in Nagorno-Karabakh: la resa della Armenia rafforza Erdogan e le sue mire espansionistiche

Ugo Volli
Ugo Volli
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Editoriali, Medio Oriente

Guerra in Nagorno-Karabakh: la resa della Armenia rafforza Erdogan e le sue mire espansionistiche

Editoriali, Medio Oriente
Ugo Volli
Ugo Volli

nagorno-karabach-armenia-azerbaijan-erdogan-turchia-progetto-dreyfusPochi se ne sono accorti, in Italia, in Europa, nel mondo. Ma in Medio Oriente (o piuttosto ai suoi confini) nelle scorse settimane c’è stata una guerra. E’ durata quasi due mesi, ha fatto parecchie migliaia di morti e pochi giorni fa è finita con la sconfitta netta di una delle due parti. Dato che si trattava di una guerra d’aggressione subita da un paese piccolo e povero (l’Armenia, 3 milioni di abitanti, 14 miliardi di dollari di Prodotto Nazionale Lordo ) e soprattutto di una sua provincia autonoma (la repubblica dell’ Artsakh, nota anche come Nagorno-Karabakh, 150.000 abitanti) da parte di due stati molto più ricchi e grandi (la Turchia, 80 milioni d’abitanti e 650 miliardi di Pnl e l’Arzebaijan, 10 milioni di abitanti e 50 miliardi circa), i vincitori erano facilmente prevedibili. E in effetti l’Armenia ha perduto, ha dovuto accettare un cessate il fuoco che quasi annulla il piccolo Artsakh e minaccia di rendere impossibile la sua stessa sopravvivenza.

Bisogna dire che l’Armenia non ha voluto questa guerra, ha subito un’aggressione senza preavviso o provocazione da parte di forze molto meglio armate, ha cercato di resistere col coraggio dei suoi combattenti e fidando su un trattato di alleanza che la Russia non ha onorato: essa è rimasta in sostanza assente dalla guerra fino al momento di firmare con la Turchia un accordo di armistizio che è una sconfitta anche per lei, dato che cede alla egemonia turca una teatro geopolitico che aveva conquistato già nel 1805 e poi sempre difeso. L’Armenia forse fidava anche nell’aiuto degli europei e della cristianità nei confronti di un popolo cristiano e di costumi democratici, vittima di un genocidio compiuto proprio da parte dei turchi un secolo fa e mai ammesso, ma anzi poi spesso ritentato. E in effetti anche questa aggressione è una prosecuzione del genocidio iniziato nel 1915, si motiva con lo stesso progetto di eliminazione. Ma gli europei non hanno reagito all’attacco, salvo qualche parola di solidarietà da parte della Francia. La paura dell’isterico dittatore di Ankara ha tacitato i loro spiriti umanitari, così bollenti quando si tratta di condannare Israele con qualunque pretesto.

Israele stesso deve riflettere, perché con la sua tecnologia è stato fra i principali fornitori d’armi dell’Azerbaijan, di cui è ottimo cliente energetico (come del resto anche l’Italia). Ogni discorso sul fatto che la responsabilità delle armi è di chi le usa e non di chi le costruisce è insostenibile, perfino ipocrita. Di fatto i droni israeliani sono finiti in mano ai terroristi dell’Isis, che la Turchia ha usato in questa guerra come mercenari contro l’Armenia. E mentre altri stati, come il Canada, hanno sospeso le forniture all’Azerbaijan durante la guerra, Israele non l’ha fatto. Questa non è solo una pesante responsabilità morale, ma anche la premessa per un grave rischio politico. Ne parlerò dopo.

Ci sono delle lezioni da imparare da questo dramma. La prima è ben nota a Israele, ma vale la pena di richiamarla qui. I piccoli stati, quando si trovano in pericolo mortale, difficilmente vengono aiutati; e anche i trattati non li garantiscono. Israele ha misurato quanto a poco valgano le buone parole e le alleanze di civiltà, oltre a quelle militari, nelle guerra di indipendenza e in quella del Kippur, quando fu lasciato quasi solo a cavarsela, in particolare dall’Europa ma anche dall’America. Le forze di interposizione internazionali si squagliano, spariscono nel migliore dei casi o nel peggiore aiutano i più forti (Così è accaduto a Sebrenica, ma anche ripetutamente ai confini di Israele). Le organizzazioni come l’Onu e l’Unione Europea non fanno nulla se non compiacere i potenti. Gli alleati potenti spesso attendono che i piccoli si indeboliscano prima di aiutarli a non morire del tutto. Con Israele ci provò Kissinger. E’ terribile dirlo, ma in politica internazionale è la forza che fa il diritto, non viceversa. E come sapevano già i romani, vae victis, guai ai vinti.

nagorno-karabakh-armenia-azerbaijan-erdogan-turchia-russia-progetto-dreyfusLa seconda lezione è di geopolitica. Mentre Israele riusciva a costruire un argine contro l’Iran, Erdogan ha guidato la Turchia a cercare con determinazione la sua rivincita storica, il ritorno all’impero che si spingeva fino a Vienna, al Marocco, allo Yemen. Il che significa da un lato impadronirsi del Mediterraneo sud-orientale e ristabilire il dominio ottomano sugli arabi e magari sui Balcani; dall’altro sfondare a Est in direzione dell’Asia centrale, abitata da popoli di etnia turca. In quest’ultima direzione gli ostacoli erano l’Armenia, fisicamente frapposta fra Turchia e Azerbaijan, e l’influenza russa. La vittoria di Erdogan è devastante non solo perché mette fuori gioco il piccolo popolo armeno, ma anche perché mostra che la Russia non vuole o non può farci nulla. E’ chiaro che a questo punto l’Azerbaijan è uno stato satellite della Turchia e le preziosi basi d’ascolto e magari d’azione che Israele vi mantiene contro l’Iran rischiano di non durare a lungo – o comunque di dipendere dal gradimento di Erdogan. Bisognerà vedere come reagiranno a questi sviluppi Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan. E’ possibile che si allineino, portando a Erdogan le loro risorse naturali e le posizioni strategiche. Già la Turchia ha avanzato la proposta di una Nato turca. E’ una riedizione di quelli che nella geopolitica ottocentesca si chiamava “Il grande gioco”.

Rafforzato militarmente e rinfracato nel prestigio, Erdogan si può rivolgere di nuovo a Ovest. Qui gli ostacoli più vicini sulla strada dell’egemonia marittima e del dominio delle coste mediterranee sono la Grecia e Cipro, che ha già subito aggressioni militari turche; e subito dopo Israele e l’Egitto. Un po’ più in là, per chi pensa che sono cose che non ci riguardano, il prossimo ostacolo all’espansione turca è l’Italia – che pure non ha reagito in alcun modo alle aggressioni contro Armenia e Grecia e si è lasciata anche cacciare una nave di esplorazione petrolifera dalle acque territoriali cipriote, dove aveva un regolare permesso, ma non era gradita a Erdogan. Come diceva Don Abbondio, il coraggio uno non se lo può dare da sé.

Israele invece saprà difendersi dalle minacce turche, che non sono certo una novità, a partire almeno dalle intemperanze filo-Hamas della flottiglia. Ma ora rischiano di aprire un nuovo fronte marittimo, che mette a rischio Israele dove si sentiva sicuro: a Ovest, verso il Mediterraneo. Questo fronte sarà più o meno coordinato con quelli a Nord e a Sud controllati dall’Iran attraverso i suoi satelliti Hamas, Hezbollah, Siria, Autorità Palestinese. Ma anche Erdogan cerca da qualche tempo di mettere piede a Gerusalemme e di usare l’Autorità Palestinese ai suoi fini. Ed è presente in Siria. E’ stato previdente Netanyahu a riorganizzare la marina, comprando sottomarini nuovi e navi di superficie ad alta tecnologia – uno dei rimproveri che gli fanno i suoi miopi nemici. Ma la Turchia ha una popolazione dieci volte più grande di quella di Israele, quasi uguale all’Iran. E’ debole economicamente, ma le dittature (e la Turchia in sostanza lo è) sanno estrarre dai loro sudditi quanto basta a finanziare le loro avventure. I successi, come quelli contro l’Armenia, aumentano l’aggressività.

E’ difficile capire se la concorrenza fra Iran e Turchia, che c’è già per esempio in Siria, sfocerà in un conflitto paralizzante per entrambi. Se la Russia troverà le energie per reagire al pericolo del rafforzamento di un nemico storico, quelle che stupidamente non ha voluto spendere per l’Armenia. Se l’Unione Europea cercherà di difendere la Grecia, come vuole Macron, o di allearsi con Erdogan, come sembra progettare la Merkel. Se gli americani vorranno dare una lezione, prima o poi, all’ex alleato traditore – traditore in direzione della Russia, che ora ha umiliato. Se la politica di “tutti nemici” e le linee militari troppo estese non provocheranno prima o poi una sconfitta locale o una crisi logistica. Se la disgregazione etnica e sociale interna saranno ridotte o aumentate dall’attivismo imperialista di Erdogan. Sono dubbi, o se volete speranze. Come Mussolini, anche Erdogan è un debole che corre contro il tempo sparandole sempre più grosse per non crollare. Nel frattempo il prezzo l’hanno pagato gli armeni, i curdi, gli jazidi.

Ma certamente la Turchia è un pericolo attuale per Israele, altrettanto grave oggi dell’Iran. Ed è possibile che qualcuno nel governo israeliano o nelle forze di difesa rimpianga di aver dato una mano alla prima vera vittoria militare di Erdogan. Non solo per le ragioni morali che devono condannare l’aggressione a un piccolo popolo già vittima di un terribile genocidio, ma anche per stringenti considerazioni strategiche. Per aver dato fiato a un nemico che bisognava bloccare subito.

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