La storia del Museo ebraico di Berlino e l’antisemitismo ideologico degli intellettuali di sinistra

Ugo Volli
Ugo Volli
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Editoriali

La storia del Museo ebraico di Berlino e l’antisemitismo ideologico degli intellettuali di sinistra

Editoriali
Ugo Volli
Ugo Volli

Quella del Museo ebraico di Berlino è una storia triste e istruttiva. Fu aperto nel 2001 per essere il più grande museo ebraico d’Europa, nel cuore di quella città che era stata il luogo di vita di molti dei più importanti ebrei europei degli ultimi due secoli, da Moses Mendelsohn, che vi arrivò dalla Germania orientale e fu il primo intellettuale ebreo ad affermarsi nella cultura tedesca, a Benjamin, Scholem, Heine, Rathenau, Bloch.

Colpì molto l’architettura di Libeskind, con i suoi spazi disegnati per rendere palpabile l’oppressione e lo sterminio; ebbe 10 milioni di spettatori nei suoi primi anni di vita.

Ma poi, con gli ultimi anni di direzione del fondatore Michael Blumenthal, un reduce della Shoà ed ex diplomatico americano, e la successione nel 2014 di Peter Schäfer, studioso non ebreo di storia dell’ebraismo tardo-antico, il museo è entrato in una fase di polemiche e di crisi. Nel 2013 fece rumore una mostra intitolata “The whole truth” al cui centro vi era un ebreo veroi e vivo messo in mostra in un box di plexiglas; e il segretario generale dell’Unione degli ebrei tedeschi, Stephan J. Kramer chiese “perché non gli danno una banana e un po’ d’acqua da bere e magari lo mettono in mostra nudo”?

Poi fu la volta di una lectio magistralis, grande onore tributato dal museo a Judith Butler, ebrea americana sì, ma portatrice accanita di opinioni antisioniste particolarmente violente , che per esempio ha scritto che “è estremamente importante capire che Hamas e Hezbollah sono movimenti progressisti, di sinistra, parte della sinistra globale” e pertanto vanno appoggiati contro Israele.

Nell’incontro Butler fece appello per l’isolamento e il boicottaggio dello Stato di Israele.

Ancora, a marzo scorso il direttore del museo rese pubblico l’invito all’addetto culturale dell’ambasciata iraniana a Berlino Seyed Ali Moujani, che ha usato l’occasione per teorizzare (come Butler) l’opposizione fra ebraismo e sionismo e per accusare gli ebrei persiani emigrati di aver “saccheggiato” i tesori ebraici dell’Iran.

Poi c’era stata un’altra mostra, intitolata “Welcome to Jerusalem”, che sostanzialmente sottoscriveva l’insostenibile propaganda araba sulla capitale di Israele, che aveva suscitato forti opposizioni.

Non si tratta di episodi isolati ma di una tendenza così pronunciata da indurre lo studioso israeliano Gerald Steinberg, presidente di “Ong Monitor” a proporre di cambiare il nome dell’istituzione da “museo ebraico” in “museo antiebraico”. E’ una preoccupazione condivisa, tanto da indurre il governo israeliano a chiedere a quello tedesco di interrompere il finanziamento del museo (e non è un caso che l’episodio sia riportato con scandalo da un sito violentemente antisraeliano). 

Infine è arrivato l’ultimo incidente. Il direttore del museo Peter Schäfer ha fatto propaganda su Twitter a un appello di un certo numero di docenti estremisti delle università israeliane e americane che protestavano contro la mozione di condanna del boicottaggio di Israele (BDS) approvata dal Parlamento tedesco. IL presidente degli ebrei tedeschi, Joseph Schuster, ha emesso un comunicato in cui diceva che “il museo è completamente fuori controllo; in queste condizioni bisogna chiedersi se ha ancora senso applicargli l’aggettivo ‘ebraico’.”

E a questo punto finalmente Schäfer si è dimesso non perché pentito della sua azione, ma “per evitare ulteriori danni al museo”. 

Una storia triste, un fallimento culturale. Purtroppo non isolato. Una deriva del genere ha colpito anche il Centro Anna Frank in Germania. In particolare Giulio Meotti, osservatore attento e competente su queste cose, ha chiesto la chiusura della Casa di Anna Frank a Amsterdam per “palese antisemitismo” .

Insomma, vi è un forte rischio che istituzioni che dovrebbero tutelare la memoria della Shoà e intellettuali ebrei usino la loro posizione per demonizzare, delegittimare, diffamare Israele e si inoltrino quindi nella più pericolosa forma attuale di antisemitismo che è l’antisionismo.

Le ragioni sono ideologiche: si pensa come Butler che i terroristi islamici facciano parte della sinistra e la democrazia israeliana della destra, e invece di trarne la conclusione che in una sinistra che comprenda i terroristi vi è qualcosa di sbagliato, si appoggia la loro lotta contro Israele.

E’ una posizione che per fortuna in Italia è abbastanza marginale rispetto al mondo ebraico (ma non certo assente). Bisogna prenderne atto e combatterla con decisione.

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