La questione palestinese arriva in Parlamento

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Mario Del MonteEditor
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Domani, 16 Gennaio 2015, la Camera dei Deputati italiana discuterà la mozione, presentata dal partito Sinistra e Libertà, sul riconoscimento italiano dello Stato palestinese. L’ambasciatore Naor Gilon ha rilasciato un‘intervista all’Huffington Post in cui esprime la posizione ufficiale del governo israeliano.

In questo momento riteniamo quindi utile ricordare alcuni punti su cui Progetto Dreyfus si batte da sempre:

Gli accordi di Oslo
Israeliani e palestinesi hanno concordato nel 1993 che i negoziati procedessero solo attraverso accordi bilaterali. Proprio gli accordi di Oslo hanno permesso la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese per dotare le popolazioni arabe di Gaza e West Bank di un organo ufficiale di autogoverno. La violazione di questi patti è una coltellata alle spalle nei confronti di tutti quei governi israeliani che, attraverso trasferimenti di fondi e accordi di cooperazione con l’organizzazione di Abbas, si sono battuti per concedere sempre più autonomia ai palestinesi. Ad ogni azione unilaterale di una delle due parti corrisponderà sempre una reazione dell’altra e questo non può che far allontanare la stipulazione di quel patto equo e condiviso che la comunità internazionale auspica da decenni. Nel secondo round dei negoziati di Oslo l’Europa si fece garante del patto perciò l’appoggio a qualsiasi atto unilaterale sarebbe come rimangiarsi la parola data.

La non affidabilità di Mahmoud Abbas
Il leader di Fatah, oltre a non avere più nessun tipo di autorità su Gaza da qualche anno, è in costante perdita di consensi nella West Bank visto che il suo mandato presidenziale è scaduto da molto tempo. Nel corso dell’ultimo anno Abbas ha formato un governo di unità nazionale con l’organizzazione terroristica Hamas, ha più volte incitato i palestinesi a compiere azioni terroristiche nei confronti di civili israeliani e ha contribuito a diffondere il mito secondo cui gli israeliani vogliono radere al suolo le moschee di Gerusalemme. Le offerte sul tavolo di Mr. Abbas dal 2000 ad oggi sono state almeno tre ma ogni volta ha trovato un motivo per non reputarle accettabili. La sensazione è che Abbas non voglia confrontarsi con il suo elettorato paventando possibili concessioni allo Stato israeliano perciò preferisce usare la strada delle azioni unilaterali che non richiedono alcun tipo di obbligo a carico dei palestinesi. Per dimostrare il grado di poca affidabilità come interlocutore basterebbe ricordare che finanziò il massacro di Monaco del 1972 oppure leggere la sua tesi di laurea conseguita a Mosca dal titolo “l’altro lato: il rapporto segreto fra nazismo e sionismo”.

Il doppio standard
Dopo i tre giorni di sangue di Parigi l’Europa sembra scossa e preoccupata dalla minaccia del terrorismo islamico. Attacchi del genere sono all’ordine del giorno in Israele e tutte le misure che i governi hanno adottato sono sempre state viste come delle limitazioni alla libertà dei palestinesi. La barriera di sicurezza, o muro dell’apartheid per i detrattori di Israele, ha comportato una diminuzione di oltre il 98% degli attacchi terroristici eppure viene biasimata dall’opinione pubblica mondiale. La guerra a Gaza di questa estate nasce a causa del ripetuto e incessante lancio di missili da parte di Hamas su obiettivi civili israeliani che raramente è stato condannato da chi si occupa di diritti umani. Il pregiudizio dilagante nei confronti di Israele scaturisce soprattutto dall’opera di molti organi di informazione che, probabilmente per attirare un numero maggiore di lettori, preferiscono gridare al mostro piuttosto che analizzare le cause del conflitto. Grazie all’opera di questi media, Israele è visto come uno Stato che “uccide i bambini” o “mette in pericolo la pace mondiale” legittimando il lettore medio che non può fare altro che chiedersi: perché l’occidente permette tutto questo?

Inoltre ciò incoraggia e giustifica l’azione di movimenti come il BDS il cui obiettivo è la negazione del diritto ad esistere dello Stato d’Israele. Il fatto che 2000 persone assassinate in Nigeria per mano di Boko Haram meritano un piccolo trafiletto a margine della sezione esteri mentre un solo palestinese, morto dopo aver lanciato una molotov sulle macchine in transito, viene sbattuto in prima pagina con titolone annesso esplica al meglio cosa si intende per “doppio standard”.

Il terrorismo islamico

Isis, Al Qaeda, Boko Haram e Hamas sono tutte facce della stessa medaglia. Il loro obiettivo è l’imposizione della Sharia a livello mondiale e l’eliminazione di ogni infedele gli si pari davanti. E’ innegabile il fatto che una parte della sinistra mondiale da un lato condanna il terrorismo, dall’altro nega la sua componente islamica e trova nelle azioni israeliane la giustificazione per atti barbari come attentati suicidi e lanci di razzi. Bisognerebbe spiegare a questi signori che anche senza la questione palestinese il concetto di Jihad continuerebbe a mietere vittime in ogni luogo raggiunto dalle organizzazioni che la predicano. Solo nel 2014 il fondamentalismo jihadista ha ucciso più di 30,000 persone di cui più dei tre quarti musulmani. L’islam radicale ha creato regimi che violano continuamente i diritti umani, soprattutto quelli di donne e minoranze religiose. Per quanto concerne Israele, Hamas viene visto come un movimento di resistenza popolare e non come è realmente, un’organizzazione terroristica dedita al massacro di civili. A testimoniare la sua natura terroristica c’è lo Statuto fondatore di Hamas che fra le tante cose prevede:

“L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo” (articolo 7)

“Quanto agli obiettivi: combattere il male, schiacciarlo, e vincerlo cosicché la verità possa prevalere; le patrie ritornino ai loro legittimi proprietari; la chiamata alla preghiera si oda dalle moschee, proclamando l’istituzione di uno Stato islamico” (articolo 9)

“Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio? Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio” (articolo 11)

Naturalmente il terrorismo palestinese non è solo Hamas e ha radici ben più profonde: OLP, Fronte Nazionale per la Liberazione della Palestina, Jihad Islamica sono tutte organizzazioni che operano fin dagli anni 60′ e che hanno colpito non solo Israele ma tutto l’occidente.

Chissà cosa deciderà domani la Camera dei Deputati, al momento non è possibile fare pronostici. Il PD sembra spaccato sull’argomento mentre Forza Italia e NCD chiedono un rinvio della questione, gli unici voti favorevoli sicuri sono quelli di SEL e Movimento 5 Stelle. L’Italia deciderà di accodarsi alla decisione dei Parlamenti di Francia, Regno Unito, Spagna, Belgio, Danimarca, Irlanda e Portogallo oppure si allineerà con Stati Uniti e Germania nella ricerca di una soluzione che non calpesti le richieste di Israele e quanto finora fatto per raggiungere la pace?

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