Perché Israele non va lasciato solo

Alex Zarfati
Alex ZarfatiConsulente media, PR e digital sull'asse Roma-Tel Aviv. Presidente di Progetto Dreyfus.
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Perché Israele non va lasciato solo

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Alex Zarfati
Alex ZarfatiConsulente media, PR e digital sull'asse Roma-Tel Aviv. Presidente di Progetto Dreyfus.

Israele in queste ore è in grande difficoltà. L’appello al martirio di Abu Mazen di Fatah e l’incitamento di Hamas a difendere il Monte del Tempio dagli ‘aggressori sionisti’ stanno funzionando. Poco importa che la spianata delle moschee non sia veramente minacciata – se non da qualche provocazione – e che oggi l’area sia più libera di quanto non lo sia mai stata. Le bugie fanno salire la tensione, l’odio monta e gli episodi di violenza ai danni degli israeliani si moltiplicano: una neonata travolta da un auto, altre persone schiacciate e ferite, nuovi tentativi di strage perpetrati con auto, pietre, coltelli. Molti andati a segno. Ore di terrore dalle quali Israele non può uscire da solo. In Israele abbiamo bisogno di voi, di tutti voi.

Non abbiamo bisogno di aiuto nel difenderci, perché nonostante questi attentati abbiano inflitto e infliggeranno dolore, Israele saprà porvi rimedio. Non abbiamo bisogno di suggerimenti, come gli Stati Uniti pensano di poter dare – tradendo la loro ignoranza nel comprendere le vicende mediorientali e l’incapacità nel ricordare incongruenze e responsabilità di casa propria – . Non abbiamo bisogno di denaro, perché il paese è in salute economica, né di pietà, perché sono decenni che Israele – e millenni gli ebrei – si cura le ferite da solo. Abbiamo bisogno che ci incoraggiate a difenderci con fermezza usando tutti i mezzi di cui le democrazie dispongono, senza cedere a tentazioni giustizialiste.

Perché la vera emergenza non è (solo) quella delle auto lanciate contro le famiglie o le aggressioni ai passanti. Quando sull’autobus il tuo vicino palestinese tenta di accoltellarti, quando un giovane di Nablus al quale hai dato un passaggio ti pugnala a morte, quando l’operaio di Gerusalemme Est con il quale condividi il lavoro investe persone ad una fermata del tram, quando le colleghe universitarie con il velo e i proprietari del ristorante libanese dove mangi l’humus nel weekend manifestano incitando alla rivolta armata contro Israele, tutto si fa più complicato. Mai Israele ha ceduto alla tentazione di trattare i suoi concittadini arabi diversamente. Qualunque accoltellatore arabo o ebreo è stato e sarà sottoposto alla stessa legge e alla stessa giustizia. Ma la tentazione di rifiutarsi di sedere accanto a quel giovane sul bus, di caricare il palestinese autostoppista, di evitare di assumere l’operaio arabo, di preparare un esame con coetanea ebrea, di evitare di parlare di calcio col ristoratore libanese è concreta. Questo ci farebbe fare un salto indietro di tanti anni, questo sì che sarebbe un vero colpo inferto alla pace. Compromettere la convivenza tra israeliani ebrei ed israeliani arabi – l’essenza stessa dello stato ebraico – sarebbe davvero una vittoria per i detrattori d’Israele.

La responsabilità ai nostri occhi è chiara: è la sciagurata dirigenza palestinese che ha pianificato questo disegno, nell’incapacità di abbozzare qualsiasi altra soluzione. Ma allo stesso tempo è responsabilità ben più grande quella di tutti i governanti occidentali che continuano da decenni ad invocare equidistanza e a blaterare come quattro case costruite a Gerusalemme possano minare il processo di pace. Rendetevi conto che parlare di equidistanza senza condannare con fermezza l’incitamento all’odio farà sentire gli israeliani più soli in un momento in cui una fermata dell’autobus smette di essere un luogo di attesa e (ri)torna ad essere un luogo di morte. Gli israeliani costretti ancora una volta a mettere barriere di cemento nei luoghi di attesa per evitare di essere travolti, quando leggono sui giornali stranieri “insediamenti che minacciano la pace” senza leggere una sola parola di condanna ad Hamas – che riceve nuova legittimazione da parte della Mogherini qualche giorno fa – quando si congratula con l’uccisore di una neonata e plaude alle azioni terroristiche millantando la difesa della Moschea di Al-Aqsa, si sentono soli. E a ragione.

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All’Università palestinese di Al Quds, sagome di cartapesta per celebrare l’assassino degli ebrei

Se un pugno di nuove abitazioni possono minare la pace, cosa dire degli accoltellamento e delle stragi perpetrate con le auto?Cosa dire dei razzi lanciati a migliaia quest’estate da Gaza? Cosa dire dei libri per bambini che indicano gli ebrei come traditori e maiali? Cosa dire dei tunnel per il contrabbando e gli attentati costruiti con i fondi europei da Hamas? E dell’incitamento ad uccidere? E della glorificazione degli attentati suicidi? E della mistificazione della storia? Ma perché è così maledettamente difficile sentire una chiara condanna in tal senso? Politici, governi, intellettuali di mezzo mondo, tacendo incoraggiano il martirio dei giovani, la corruzione della dirigenza palestinese, la guerra santa dei disperati che guadagnano sempre più terreno ai danni di Israele e di qualsiasi altro avamposto democratico. E’ tanto ovvio quanto automatico.

Lo ripeteremo fino allo sfinimento, chiunque voglia dare un vero contributo alla pace dovrebbe capire che la battaglia di queste ore, settimane, anni, non è tra Israele e Palestina, non è tra islam ed ebraismo. Ma è tra il radicalismo, l’oltranzismo e l’oscurantismo medievale che vuole prendere il sopravvento in Siria e in Iraq – e che lo ha già preso a Gaza e in Iran – contro tutto ciò che è diverso, moderno, libero. Non bisogna sottrarsi al dovere di aiutare Israele cercando di comprenderne le ragioni e le difficoltà che vive in queste ore. Prendete con fermezza le distanze da chi getta benzina sul fuoco della rivolta condannando senza mezze misure tutta la dirigenza palestinese. Fatelo, e fatelo senza paura di far torto a qualche altro stato islamico dell’area o la paura di infuocare gli animi in qualche periferia d’europa.

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