Perché Israele non si libera di Hamas con un’operazione militare?

Le due ragioni che spiegano la cautela dell'esercito israeliano

Ugo Volli
Ugo Volli
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Medio Oriente

Perché Israele non si libera di Hamas con un’operazione militare?

Le due ragioni che spiegano la cautela dell'esercito israeliano

Medio Oriente
Ugo Volli
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L’ondata di attacchi con razzi e mortai che Hamas ha compito contro Israele fra sabato e domenica sembra essersi conclusa in una fragile tregua, ma già sono partiti nuovi proiettili, vi sono stati nuovi lanci di palloni incendiari e Israele ha reagito con contrattacchi dell’aeronautica o di droni. Il capo di Hamas ha minacciato aggressioni “più intense”.

E Netanyahu e Lieberman hanno ammonito che il cessate il fuoco non significa tolleranza per gli attacchi incendiari e che Hamas pagherà il prezzo delle sue azioni.

Israele però in tutta questa faccenda ha mostrato molta moderazione. Non ha cercato di eliminare fisicamente chi lancia palloni e aquiloni incendiari, non ha usato la sua potenza per attaccare davvero Hamas a Gaza e non ha organizzato una spedizione militare su Gaza, anche se ha colpito pesantemente le infrastrutture militari di Hamas. Ci si può chiedere il perché. Perché Israele non si libera di Hamas, dopo tutte le recenti provocazioni, con un’operazione decisa su Gaza?

Premesso che le nostre informazioni sono molto parziali, cioè solo quelle pubbliche, ci sono due ragioni per questa moderazione, una esterna e una interna.

La ragione esterna è la pressione iraniana sulla Siria. L’Iran sta cercando di stabilire le forze sue e dei suoi satelliti Hizbullah al confine di Israele per poterlo attaccare con missili e con i numeri del suo esercito. E’ una minaccia esistenziale per lo stato di Israele. Hizbullah ha almeno centomila missili che può mandare su Israele, alcuni molto più moderni di quelli di Hamas. L’Iran ha 80 milioni di abitanti con un esercito in proporzione, ben organizzato e motivato; dispone di tecnologie avanzate, tanto da lavorare per la bomba atomica. Tenerlo lontano è il problema più urgente di Israele, che usa due metodi: l’aviazione e la pressione diplomatica. Entrambi sono possibili perché c’è una benevolenza di fondo per Israele e contro l’Iran, da parte non solo dell’America, tornata grande alleata con Trump, ma anche della Russia di Putin , che “comprende” le esigenze israeliane di sicurezza, e dei paesi arabi, che condividono l’inquietudine israeliana per le ambizioni imperialiste dell’Iran.

Tutto questo clima favorevole, che ha consentito significative vittorie di Israele si dissiperebbe in seguito a un’operazione a Gaza, che sarebbe dipinta come al solito dalla propaganda antisraeliana come rivolta contro i civili. Questa è la ragione per cui l’Iran vuole che il fronte di Gaza diventi incandescente e Israele ha tutto l’interesse a minimizzare in questo momento lo scontro. Un conflitto a Gaza impegnerebbe Israele su due fronti (e magari su tre, se Hamas riuscisse a mobilitare gli arabi di Giudea e Samaria – o quattro se le provocazioni si estendessero al Libano). L’esercito è in grado di reggere a questo impegno, ma certamente sarebbe una sconfitta politica. Fincé potrà, Netanyahu non farà all’Iran il regalo di invadere Gaza.

La seconda ragione è interna all’operazione. Per prendere Gaza non basta l’aviazione e neanche i carri armati, bisogna andarci con la fanteria, con un costo di vite umane alto  per Israele (e altissimo per gli arabi di Gaza, non solo i militanti di Hamas). Vale la pena di pagare questo prezzo per eliminare razzi mortai e palloni incendiari, che fanno danni, ma molto minori?

E soprattutto: una volta conquistata Gaza, con sangue e dolore, che fa Israele? Mette in prigione i terroristi? Alcune migliaia, magari, ma gli effettivi delle forze terroriste sono decine di migliaia, e sarà difficili prenderli tutti. Chi governerà allora Gaza? Non c’è una forza decente e3 democratica cui affidare la Striscia. L’Autorità Palestinese ovviamente si rifiuterà di intervenire e se lo facesse non saprebbe por termine al terrorismo e sarebbe sopraffatta prima o poi dai residui di Hamas. Se l’esercito israeliano assumesse il controllo di Gaza a tempo indeterminato, è  prevedibile che sarebbe sottoposto allo stillicidio del terrorismo, e Israele si troverebbe di nuovo isolato per l’”occupazione”. Lasciata a se stessa la strisci cadrebbe nell’anarchia dei gruppi terroristi, che hanno armi in abbondanza e competerebbero fra loro sulla base della loro iniziativa terrorista. Insomma, dopo la distruzione completa dell’infrastruttura di governo di Hamas Gaza non scomparirebbe affatto né si calmerebbe, ma resterebbe un problema acuto per Israele, quasi certamente assai più acuto di adesso.

Netanyahu, Lieberman, ma soprattutto lo stato maggiore dell’esercito sanno benissimo queste cose e compiono le loro scelte con il realismo necessario, senza farsi prendere dall’emotività. Certo, che brucino molti campi e boschi del Sud di Israele fa tristezza e rabbia, che Hamas bombardi le stesse zone con razzi e colpi di mortaio preoccupa e indigna, nonostante Iron Dome. Forse prima o poi sarà davvero necessaria un’azione decisa, anche se Israele ha trovato il modo di minimizzare le minacce strategiche dei tunnel e dei missili. Ma la guerra non si fa come nei film western, cercando di ammazzare il maggior numero di nemici al primo scontro. La guerra è strategia, razionalità, capacità di calcolare costi e benefici e nervi freddi per imporre i propri tempi e le proprie priorità.

 

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