Il rapporto del Consiglio dei Diritti Umani non è abbastanza per incriminare i soldati israeliani

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Mario Del MonteEditor
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Il rapporto del Consiglio dei Diritti Umani non è abbastanza per incriminare i soldati israeliani

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Le Nazioni Unite hanno pubblicato il loro resoconto sulla guerra di Gaza dello scorso anno. Ora gli israeliani temono che le accuse contenute nel rapporto possano far decidere alla Corte Penale Internazionale di approfondire il discorso sui presunti crimini di guerra perpetrati dallo Stato ebraico. Il 29 Giugno il Consiglio per i Diritti Umani discuterà il documento a Ginevra e poi deciderà come proseguire.

Nonostante gli israeliani si siano impegnati nel convincere gli alleati a respingere il rapporto, il Consiglio probabilmente emanerà una risoluzione di condanna e la invierà all’Assemblea Generale che a sua volta deciderà se è il caso di implementarla chiedendo una votazione in seno al Consiglio di Sicurezza.

Già nel 2009 il Consiglio per i Diritti Umani aveva emesso una risoluzione di condanna nei confronti di Israele sulla base del rapporto Goldstone. In quell’occasione l’Assemblea Generale accettò la decisione del Consiglio ma l’unica conseguenza fu l’imposizione ad entrambe le parti di condurre “indipendenti e credibili indagini” sui casi di violazioni dei diritti umani.

Per il governo israeliano combattere contro l’ONU è una causa persa: la sensazione è che l’organizzazione non sia solo poco rilevante dal punto di vista concreto ma anche corrotta quando si tratta di giudicare Israele.  La Corte però, nel momento in cui dovrà esprimersi sulla vicenda, non potrà fare affidamento sul rapporto perché è un documento politico e non giuridico, dovrà quindi avviare indagini proprie con la consapevolezza che la commissione d’inchiesta è stata percepita come prevenuta nei confronti di Israele.

Secondo alcuni esperti il rapporto non ha chance di diventare rilevante per un indagine della Corte Penale Internazionale se non sarà supportato da prove evidenti, l’unico utilizzo che possono farne i palestinesi è sostanzialmente politico. A sostegno di questa tesi c’è il fatto che all’interno del resoconto redatto da Mary McGowan Davis non ci sono nomi di individui sospettati ma solo accuse generali all’esercito. Prima che Fatou Bensouda, giudice della CPI, decida di dare il via a un’investigazione completa da parte dell’organo giudiziario si dovranno esaminare tutte le informazioni disponibili: tra queste anche il resoconto sulla guerra fornito dal governo israeliano che spiega esaustivamente il punto di vista di Israele.

A Gerusalemme non hanno ancora deciso se collaborare con le istituzioni ONU. La scorsa settimana lo Stato ebraico ha fatto sapere che sta portando a termine le proprie indagini indipendenti sui presunti illeciti. In questo modo teoricamente la Corte non potrebbe intervenire perché il suo Statuto prevede che essa possa agire solo nel momento in cui il paese indagato si dimostri reticente.

E’ davvero arrivata la resa dei conti che molti aspettavano? Se si vorranno portare i vertici del governo e dell’esercito israeliano di fronte a un giudice internazionale l’accusa dovrà costruire un caso che stia in piedi in un aula di tribunale. La sensazione è che la notizia del resoconto del Consiglio dei Diritti Umani sia buona per i titoli dei giornali e per tenere occupati i funzionari dell’ONU per qualche settimana ma non abbastanza da far aprire un processo all’Aia.

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