Gli inglesi dicono “Si” alla Palestina: un’analisi storica

Ugo Volli
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Israele

Gli inglesi dicono “Si” alla Palestina: un’analisi storica

Israele
Ugo Volli
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“Questa Camera ritiene che il governo debba riconoscere lo Stato di Palestina accanto allo Stato d’Israele”. Così recita la mozione che la camera dei Comuni ha approvato lunedì: non vincolante per il governo inglese ma con un impatto notevole di relazioni pubbliche.

Poco importa che la “Palestina” non risponda alle condizioni del diritto internazionale per essere uno stato, come stabiliti dalla convenzione di Montevideo del 1933: una popolazione permanente, un territorio definito, un potere di governo esclusivo, la capacità di intrattenere rapporti con altri stati. Almeno i primi tre criteri per la statualità non sono rispettati dall’Autorità Palestinese, che non controlla il suo territorio, che rivendica una popolazione non ben definita (i “profughi”) e certamente non governa in maniera esclusiva né Gaza né la Giudea e Samaria.

Poco importa anche che il voto, nonostante numerosi ammorbidimenti della mozione originale, compresa la menzione dello stato di Israele, sia avvenuto con solo 274 favorevoli (e 12 contrari) sui 650 membri dei Comuni, cioè con meno del 50% dei voti, sulla base di una mozione della minoranza laburista, imposta per disciplina di partito ai suoi membri e con l’astensione della maggioranza. Né che si tratti di una mozione priva del potere di impegnare il governo e ottenere effetti giuridici. E’ chiaro che esso rispecchia un sentimento diffuso non solo nei parlamenti, ma anche nell’opinione pubblica britannica.

Che la Gran Bretagna sia schierata quasi sempre dalla parte degli arabi e contro Israele è un dato storico consolidato da un secolo. Pochi anni dopo la dichiarazione Balfour (sottoscritta per ottenere l’appoggio americano nella Prima Guerra Mondiale), il governo britannico ottenne di sottrarre più
di due terzi del territorio del Mandato di Palestina al suo scopo stabilito dalla Società delle Nazioni (l’Onu del tempo) di costituire una patria per il popolo ebraico, destinandolo a un nuovo regno tutto arabo per il suo protetto Abdallah Al Husayn (avo dell’attuale re di Giordania). Fu l’amministrazione britannica a nominare Amin Al Husseini, futuro collaboratore di Hitler, capo degli arabi del Mandato in quanto Muftì di Gerusalemme; fu sempre il governo britannico a rispondere ai pogrom da lui organizzati rallentando l’immigrazione ebraica e poi bloccandola del tutto proprio negli anni in cui gli ebrei europei cercavano disperatamente di trovare un rifugio in Eretz Israel per sfuggire alla Shoà.

Questa politica, che è certamente costata centinaia di migliaia di morti al popolo ebraico, proseguì ancora dopo la fine della guerra: è nota la vicenda delle navi di reduci dalla Shoà riportate dagli inglesi in Germania, richiudendo di nuovo i fuggitivi nei Lager.

hitler-mufti

Quando il riconoscimento del futuro Stato di Israele fu approvata dall’Onu, la Gran Bretagna fu l’unico stato occidentale a non votarla. Nella “guerra di sterminio” portata dagli stati arabi contro Israele, la Gran Bretagna premette sugli incerti perché partecipassero, armò e coordinò sul terreno gli assalitori, fece insomma tutto il possibile per favorire la distruzione del nuovo stato, ben consapevole che questo avrebbe voluto dire una nuova Shoà. Nei settant’anni che sono seguiti, con rare eccezioni, la Gran Bretagna si è sempre schierata all’Onu dalla parte dei paesi arabi contro
Israele, nell’illusione di salvare i propri domini coloniali prima e poi i propri legami privilegiati con le ex colonie. Qualche anno fa, proprio in Gran Bretagna, alti ufficilali e funzionari israeliani, fra cui Tzipi Livni, sfuggirono all’arresto per “crimini contro l’umanità” solo perché avvertiti in tempo.

Oggi la situazione non è diversa: gli stati arabi sono ancora i principali fornitori di petrolio della Gran Bretagna, il blocco islamico in stretta alleanza con i paesi “terzomondisti” e “socialisti” ha la maggioranza all’Onu e nelle sue agenzie; di più vi sono alcuni milioni di islamici che vivono in Gran Bretagna, spesso combattivi e minacciosi. Il voto della camera dei Comuni esprime questa situazione. Il suo risultato era prevedibile ed è probabile che si cerchi di imitarlo in altri paesi europei, con un esito non diverso. Già qualche giorno fa il capo del nuovo governo svedese di sinistra (di cui fanno parte due ministri già arrestati da Israele, uno per aver partecipato alla flottiglia che cercò di violare il blocco navale di Gaza, l’altro per attività filoterroriste in Giudea e Samaria) ha dichiarato la sua intenzione di riconoscere la “Palestina”.

E’ significativo che tutte queste iniziative, prive di impatto immediato ma chiaramente orientate a rafforzare la guerra diplomatica dell’Autorità Palestinese e di indebolire Israele, vengano tutte da sinistra. Che, nel
pieno di una crisi sanguinosissima che investe tutto il mondo arabo e rischia di arrivare rapidamente in Europa, i movimenti della sinistra europea non si occupino di come difendere la democrazia israeliana minacciata sia dall’islamismo che dal nazionalismo arabo, ma cerchino di delegittimarla in ogni modo, si spiega solo con il fatto che ormai l’antisemitismo è diventato così centrale nell’ideologia “progressista” da travolgere ogni lucidità politica.

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