Dopo la visita di Kerry in Israele si valutano le conseguenze del collasso dell’ANP

Il dibattito nato dopo la minaccia di Abbas di recedere dagli Accordi di Oslo

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

Dopo la visita di Kerry in Israele si valutano le conseguenze del collasso dell’ANP

Il dibattito nato dopo la minaccia di Abbas di recedere dagli Accordi di Oslo

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kerry netanyahu

Il quotidiano israeliano Haaretz riporta che in questi giorni il governo israeliano è alle prese con la strategia da intraprendere se l’Autorità Nazionale Palestinese dovesse smettere di esistere e se questa è una situazione auspicabile per Israele. Sempre secondo Haaretz la questione sarebbe stata aperta dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu subito dopo l’incontro con il Segretario di Stato USA John Kerry visto che quest’ultimo non è riuscito ad ottenere progressi da parte di Abbas che anzi si prevede stia pianificando nuove mosse unilaterali nelle istituzioni internazionali.

Fra queste ci sono sia la possibilità di portare al Consiglio di Sicurezza ONU o all’Assemblea Generale una risoluzione che richieda protezione internazionale alla popolazione palestinese sia la decisione di revocare il riconoscimento di Israele da parte dell’OLP che significherebbe rendere nulli gli Accordi di Oslo del 1993. Già a Settembre Abbas aveva accennato a quest’ultima opzione dicendo, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che l’Autorità Nazionale Palestinese avrebbe potuto cessare di rispettare i patti con Israele ritenendo che lo Stato ebraico aveva mostrato di non voler più impegnarsi negli stessi. Senza gli Accordi di Oslo l’Autorità Nazionale Palestinese cesserebbe di esistere e ora alcuni Ministri israeliani si chiedono chi possa beneficiare da una tale situazione.

Ad essere contrario è sicuramente tutto l’apparato di sicurezza dello Stato d’Israele: dall’IDF allo Shin Bet sono tutti convinti che lo scenario sarebbe disastroso e che al contrario i rapporti con l’ANP sotto il profilo della cooperazione per la sicurezza sono fondamentali. Senza questa cooperazione l’impegno dei militari in West Bank sarebbe di gran lunga maggiore non potendo contare sulle forze di sicurezza di Abbas per mantenere l’ordine pubblico in zone abitate esclusivamente da palestinesi e su cui Israele non ha mai avanzato nessuna pretesa. L’avvertimento sarebbe rivolto verso alcune componenti politiche del gabinetto di sicurezza che non vorrebbero opporsi allo sgretolamento dell’Autorità Nazionale Palestinese reputata ormai non in grado di controllare la popolazione palestinese se non addirittura istigatrice degli attentati terroristici.

Forse è proprio questa situazione che ha portato John Kerry a definire il momento “centrale” per il conflitto e ad ammonire che un peggioramento porterebbe a conseguenze gravissime. A margine dell’incontro con il Segretario di Stato americano Netanyahu ha rassicurato che Israele impiegherà esclusivamente misure che migliorino le condizioni economiche e di sicurezza dei palestinesi in West Bank a patto che venga ristabilita la calma. Questo lascia pensare che Netanyahu non abbia nessuna intenzione di creare un vuoto di potere in West Bank dove potrebbero avere vita facile elementi jihadisti se non addirittura lo Stato Islamico che da quando è comparso sulla scena internazionale ha dimostrato di aver maggiori probabilità di successo in zone dove la popolazione è lasciata a sé stessa. Inoltre si stima che almeno un centinaio di palestinesi siano andati a combattere in Siria con Daesh e non è chiaro se abbiano la capacità di tornare in West Bank.

Nel frattempo non si ferma l’ondata di attentati terroristici palestinesi con le vittime israeliane che continuano a salire con il passare dei giorni in una serie interminabile di accoltellamenti, attacchi con automobili e sparatorie. Ad oggi sono 24 le persone rimaste uccise nella scia di violenza terroristica iniziata a metà Settembre.

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