Accordo confine marittimo Israele e Libano: facciamo chiarezza

Ugo Volli
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Israele, Medio Oriente

Accordo confine marittimo Israele e Libano: facciamo chiarezza

Israele, Medio Oriente
Ugo Volli
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Che cos’è l’accordo sul confine marittimo fra Israele e Libano

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Il primo ministro isareliano Yair Lapid in volo sopra la piattaforma di gas naturale di Karish

Un accordo controverso
I giornali hanno parlato di una proposta di accordo fra Israele e Libano, sul confine marittimo fra i due stati,patrocinata dagli Stati Uniti, che risolverebbe una lunga disputa fra loro. Si tratta di un tema complicato sul piano tecnico e controverso su quello politico. Lapid, primo ministro senza maggioranza e in attesa delle elezioni, l’ha definito “storico” e sta cercando di farla approvare solo dal consiglio dei ministri senza passare dalla Knesset (il parlamento israeliano) dove sarebbe probabilmente bocciata; il suo vice Bennett l’ha definita un passo tecnico opportuno, ma certo non storico; tutta l’opposizione guidata da Netanyahu la presentata come una resa di Israele ai terroristi di Hezbollah, pericolosa e sbagliata. La decisione su chi dovrà votare sull’accordo sarà presa dalla Corte Suprema; è possibile che la votazione avvenga comunque prima delle elezioni del 1 Novembre.

Le ragioni del conflitto
Per capire di che cosa si tratta, bisogna partire da alcune premesse. La prima è questa: il Libano è ancora tecnicamente in stato di guerra con Israele, non lo riconosce e non ne accetta i confini, che sono semplicemente linee del cessate il fuoco stabilite a Rodi nel 1949 in un accordo di armistizio. Inoltre è dominato militarmente e politicamente dal più potente gruppo terrorista dipendente dall’Iran, gli Hezbollah che hanno acquisito molta esperienza bellica in Siria e possiedono circa 150 mila missili puntati su Israele, parecchi di precisione. La seconda premessa è giuridica: le frontiere marittime fra due paesi si stabiliscono tracciando la perpendicolare alla linea di costa nel punto di confine. In questo caso però tale punto è un promontorio con varie insenature (Rosh Hanikrà), per cui tale linea non è facilissima da stabilire. Israele l’ha marcata decenni fa con una linea di boe, ma essa non è mai stata riconosciuta dal Libano. Bisogna aggiungere che il mare costiero si divide secondo la legge internazionale in acque territoriali (fino a 12 miglia, poco meno di 20 km dalla costa) e Zona economica esclusiva per altre 188 miglia, fino a circa 300 chilometri dalla costa. La differenza è che la prima è territorio nazionale di piena proprietà degli stati, che possono impedire a chiunque di entrarvi e imporvi la propria legge, mentre la seconda è mare libero al passaggio, ma lo stato di riferimento è il solo ad avere il diritto di sfruttarlo per la pesca, le estrazioni di minerali dal fondale ecc. La terza premessa economica è che negli ultimi decenni nel Mediterraneo orientale sono stati scoperti ricchi giacimenti di gas, di cui alcuni nella zona economica di Israele, altri di Cipro o dell’Egitto. Mentre la delimitazione dei diritti con questi paesi è stata semplice e consensuale, il Libano ha cercato di rivendicare i più settentrionale dei giacimenti israeliani, in particolare quelli chiamati Karish, al largo di Haifa e Kana, più a nord. Bisogna aggiungere che il Libano è stata portato da una dirigenza incompetente e filoterrorista alla bancorotta finanziaria, senza carburante per le macchine e il riscaldamento, per cui ha estrema urgenza di ottenere qualunque vantaggio finanziario.

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Fonte: Corriere della Sera

Il conflitto e la trattativa
La disputa sui confini marittimi, che per decenni era rimasta sulla carta, si è dunque accesa. Il Libano ha rivendicato una linea orientata più verso sud di quella delle boe israeliane, che dunque gli avrebbe trasferito la sovranità un una fetta di mare in più, che comprendeva buona parte di Kana, poi ha proposto una terza linea ancora più meridionale, che gli avrebbe dato il controllo anche di Karish. Israele ha rifiutato queste proposte e allora da un lato gli Usa sono intervenuti come mediatori, dall’altro Hezbollah ha iniziato a minacciare in maniera sempre più violenta una guerra, inviando droni vicino alle piattaforme petrolifere ed esibendo il suo armamento missilistico. Israele ha sospeso le operazioni di estrazione da Karish, già programmate, e poi ha annunciato che le avrebbe riprese, contrastando la propaganda bellica di Hezbollah con contro-minacce. La mediazione americana a questo punto ha abbandonato la linea israeliana e ha smentito anche una vecchia ipotesi di mediazione formulata vent’anni fa dal suo ambasciatore Frederic Hof, per accettare interamente la prima linea del Libano, correggendola anche per assegnargli l’intero deposito di Kana. Lo sfruttamento è assegnato a una compagnia internazionale (si parla di Total) che dovrebbe però anche a Israele delle royalties, in compensazione della rinuncia, mentre Karish resterebbe a Israele. Il Libano ha accettato la proposta, precisando che ciò non significa né il riconoscimento di un confine né quello dello Stato di Israele e che nessuna compensazione verrà da lui a Israele.

La valutazione
Chi in Israele è favorevole all’accordo dice che esso è positivo perché lo sfruttamento di Kana comporterà dei vantaggi economici per entrambi gli stati e inoltre potrebbe diminuire la dipendenza del Libano dall’Iran e l’influenza di Hezbollah. Gli Usa hanno anche offerto garanzie che il flusso finanziario non sarebbe andato a Hezbollah. Il fatto è però che l’ostacolo per Kana era Hezbollah e che l’accordo, come hanno dichiarato gloriandosene sia il movimento terrorista che l’Iran, si è fatto perché soddisfa le sue condizioni. Anche il governo libanese ha ringraziato Hezbollah per il risultato ottenuto. Insomma il governo israeliano ha ceduto una parte del territorio nazionale cedendo al ricatto di un movimento terrorista, anche se in cambio di un certo vantaggio economico, e questo costituisce un precedente molto grave, perché incide sulla deterrenza israeliana e mostra che Israele, minacciato di guerra, cede. Altrettanto grave è il precedente di approvare una cessione territoriale senza passare dalla Knesset o addirittura da un referendum, come esige una legge fondamentale approvata proprio per impedire accordi del genere che non godessero dell’approvazione popolare. Che poi questo avvenga ad opera di un governo di minoranza, che resta in carica solo per l’ordinaria amministrazione e alla vigilia delle elezioni, è davvero una ferita grave per la democrazia israeliana.

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