C’è fra i “progressisti” chi difende l’antisemitismo

Un pericoloso sviluppo dell’ideologia della sinistra

Ugo Volli
Ugo Volli
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Antisemitismo, Editoriali

C’è fra i “progressisti” chi difende l’antisemitismo

Un pericoloso sviluppo dell’ideologia della sinistra

Antisemitismo tra i cosiddetti “progressisti”. Che ci sia una aperta tendenza antisemita nel partito laburista inglese e non tanto nascosta in fondo in buona parte della sinistra europea e americana, e che essa si giustifichi con la “solidarietà antimperialista” con la “lotta del popolo palestinese” è un fatto evidente, confermato da mille episodi recenti. Dopo l’articolo che ho dedicato all’antisemitismo di Corbyn qualche giorno fa sono emersi altri due episodi significativi che riguardano il leader laburista: il suo omaggio ai terroristi che sequestrarono e uccisero dopo orrende torture 11 atleti israeliani, con partecipazione alla preghiera islamica, un discorso in cui paragona Israele al nazismo e la partecipazione al matrimonio di un suo “carissimo amico”, dichiaratamente antisemita e negatore della Shoah. Di Corbyn si parla molto, ma le stesse osservazioni si potrebbero anche fare, se ci fosse una stampa disponibile a investigare, per la maggior parte dei leaders socialdemocratici di paesi come la Svezia, la Norvegia e anche di alcuni tedeschi.

Le giustificazioni sono spesso peggiori del male. Per esempio una candidata laburista protetta da Corbyn ha dichiarato che è solo un’opinione e non un fatto che ammazzare degli atleti israeliani centri con l’antisemitismo. O  ci sono le pietose smentite dello stesso Corbyn e del suo ufficio stampa in cui cerca di far credere che in tutte le occasioni di antisemitismo cui ha partecipato, “se c’era dormiva”. Per esempio, a proposito degli onori ai terroristi di Monaco, ha dichiarato: “ero presente alla deposizione della corona, ma non penso di essere stato coinvolto”. “Non penso di essere stato coinvolto”: Era sonnambulo? Ubriaco? Stava facendo jogging da quelle parti? Mah.

C’è però un atteggiamento più generale e insidioso a questo proposito, che si va diffondendo, soprattutto a partire dagli Stati Uniti, che cerca di giustificare in generale l’antisemitismo. Ne trovate un’analisi qui. In breve, l’idea è che il crimine politico più grave sia il razzismo, e che esso vada definito da due fattori: “discriminazione più potere”. Il potere in sé è male, agli occhi dell’ideologia anarcheggiante che domina il “progressismo” attuale. Quando esso prende di mira un gruppo sociale, diventa “razzismo”. Ma quando un gruppo escluso dal potere ne attacca un altro, anche con argomenti riferiti a identità collettive immaginarie, non c’è nulla di male. Quindi se un bianco (per esempio un poliziotto, per definizione emblema del potere) maltratta un nero (magari anche un criminale), anche se non vi è nessuna relazione coi rispettivi gruppi etnici, secondo queste teorie che sono già diventate pratica politica e giornalistica, ciò dev’essere considerato a priori razzismo. Ma se un nero attacca un bianco, no, e neppure se un non-bianco usa un linguaggio che ai nostri occhi è chiaramente razzista, per attaccare “i bianchi”, dire per esempio che devono tutti morire o che sono esseri inferiori, questo non sarebbe razzismo.

L’esempio più noto è quello di Sarah Jeong, una blogger coreano-americana di argomenti tecnologici, che è stata assunta nello staff editoriale del New York Times. E’ venuto fuori che aveva usato spesso su Twitter espressioni ovviamente razziste, come “White men are b***s***” and “#CancelWhitePeople.” Ma è stata difesa dal giornale, che è il principale organo del progressismo americano, e da ambienti dell’estrema sinistra democratica proprio con gli argomenti che ho detto: dato che i bianchi sono il potere, proporne la cancellazione in blocco non sarebbe razzismo. Così il gruppo di estrema sinistra nera in sospetto di terrorismo “black lives matter” (le vite nere contano) ha rifiutato con scherno la proposta di integrazione “all lives matter” (tutte le vite contano), come “razzista”.

Il problema è che anche gli ebrei sono considerati “bianchi”, anzi un gruppo di “bianchi”particolarmente potente. Dunque diffamare gli ebrei non sarebbe razzismo. E’ ciò che sostengono per esempio a proposito di uno dei più famosi antisemiti neri americani, Louis Farrahkhan Linda Sarsour e Melissa Harris-Perry, leader del femminismo americano più politicizzato all’estrema sinistra. Naturalmente l’idea che gli ebrei siano tutti privilegiati economicamente e dotati di un potere più o meno occulto è uno degli stereotipi antisemiti più pericolosi e persistenti. E dunque l’argomentazione di questi gruppi è di per sé antisemita. Ma essi sono in realtà impermeabili all’accusa e perfino fieri di essa. Quel che conta è “essere dalla parte giusta”: il razzismo contro Trump o gli ebrei va bene per loro, perché lo è. Che poi queste fossero anche le idee di un certo Hitler non ha grande importanza, forse era anche lui “dalla parte giusta”.

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