L’ambasciatore di Israele fra gli Yazidi ci spiega perché molti di loro vogliono unirsi all’esercito israeliano

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Medio Oriente

L’ambasciatore di Israele fra gli Yazidi ci spiega perché molti di loro vogliono unirsi all’esercito israeliano

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Da studente del Master in Storia del Medio Oriente nel 2008, Idan Barir decise di fare una ricerca sugli Yazidi perché “quasi nessun’altro li aveva mai studiati. Erano esotici.”

Solo pochi scritti accademici sono stati pubblicati riguardo alla minoranza curda di lingua araba che vive in Iraq; la segretezza della loro religione, che è una miscela sincretica di zoroastrismo con influenze islamiche ed ebraiche, aveva portato i curdi musulmani e i viaggiatori occidentali a diffamarli come “adoratori del diavolo”.

A sette anni di distanza dall’inizio della sua tesi Barir trascorre molte ore della settimana a comunicare attraverso i social media con i suoi amici Yazidi in Iraq, qualcuno lo ha addirittura scherzosamente soprannominato “l’ambasciatore di Israele fra gli Yazidi.”

“Mi chiedono di aiutarli a venire in Israele. Oppure vorrebbero che Israele mandasse qualcuno ad aiutarli. Mi dicono: fratello, devi aiutarci.” Molti di loro, racconta, hanno espresso il desiderio di arruolarsi fra le fila dell’IDF, l’esercito israeliano.

Ma secondo Barir, che sta completando il dottorato presso la Scuola di Studi Storici dell’Università di Tel Aviv, Israele non starebbe ricambiando questo affetto. Ad Agosto 2014, quando le forze dello Stato Islamico assediarono il Monte Sinjar nel Nord dell’Iraq assassinando circa diecimila Yazidi e sequestrando migliaia di ragazze di età compresa fra i 9 e 25 anni per renderle schiave sessuali, Barir inviò svariate lettere a 40 membri della Knesset. Non ottenne nessuna risposta. Ora, un anno dopo, i politici israeliani si attribuiscono i meriti dell’assorbimento dei rifugiati siriani ma Barir afferma che gli Yazidi sono stati lasciati fuori dalla discussione. “Non voglio sminuire la sofferenza dei siriani che sono profughi di una guerra civile ma gli Yazidi cercano rifugio scappando da un genocidio.”

Le connessioni fra Yazidi e Israele

Nelle fonti della tradizione ebraica ci sono riferimenti a un gruppo di persone chiamate “Amgoshim”. Sono le stesse persone che le fonti cristiane chiamano Magi, i cui tre esponenti più famosi visitarono Gesù dopo la sua nascita, e che gli accademici identificano come sacerdoti zoroastriani. Barir ipotizza che il termine Amgoshim potrebbe riferirsi anche agli Yazidi e che il loro nome è l’origine della parola inglese “magic”, magia, in quanto sia i sacerdoti zoroastriani sia gli Yazidi erano considerati dei maghi.

La maggior parte degli Yazidi, afferma Barir, sente una forte connessione con Israele e con gli ebrei. “Per loro non c’è bisogno di ricordare che siamo fratelli. Questo perché vedono gli ebrei come un popolo originario della Mesopotamia.”

Gli anziani Yazidi hanno memorie di dottori, sarti, e insegnanti ebrei che interagivano con loro prima che centoquarantamila ebrei iracheni partissero per Israele fra il 1948 e il 1951. Inoltre vedono il destino degli ebrei iracheni come un precursore del loro.

“Loro dicono sempre che i pogrom contro gli ebrei a Farhud nel 1941, in cui diverse centinaia furono massacrati, è stato un assaggio di ciò che oggi l’Iraq fa alle sue minoranze. Dicono: Avremmo dovuto imparare la lezione, la terra sta bruciando sotto i nostri piedi.” Barir sottolinea come un altro collegamento con l’ebraismo è quella che lui chiama “Coscienza di Persecuzione”.

Perché gli Yazidi sono così odiati?

Nel corso dei secoli i musulmani e i viaggiatori occidentali in Medio Oriente hanno osservato gli Yazidi senza capire cosa stavano vedendo, racconta Barir. “Vedevano le cerimonie di accensione delle candele, il culto del fuoco e del sole, le danze strane e i sacrifici di animali ma non ne capivano il contesto. Hanno creato le leggende che vedevano gli Yazidi adorare il diavolo e organizzare orge notturne, raccontavano addirittura che se uno di loro disegnasse un cerchio intorno ad un ragazzo questo finiva in coma.”

La conseguenza sono state le persecuzioni da parte sia dello Stato Islamico che dei curdi musulmani. L’omicidio di diecimila Yazidi e lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone da parte dell’ISIS è stato ben pubblicizzato, meno persone sanno che i gli esponenti religiosi musulmani impiegati dal Governo Regionale del Kurdistan nel Nord dell’Iraq chiedono apertamente in TV l’omicidio degli Yazidi.

“I curdi vedono gli Yazidi come un souvenir del passato. E’ allo stesso tempo una cosa romantica e una minaccia perché i musulmani si vedono come un passo in avanti nello sviluppo e questo è un ricordo della loro parte pagana” sottolinea Barir. Li paragona agli ebrei in Germania nel 1930: ” Se incontrassi uno Yazidi e un musulmano curdo in strada non saresti in grado di capire la differenza. Ma quando un curdo vede uno Yazidi vede un primitivo, un eretico, una minaccia.”

Ci sono settecentomila Yazidi in Iraq e centoventimila in Germania di cui ventimila hanno ricevuto asilo lo scorso anno. Un totale di circa settemila Yazidi è scomparso nel 2014, la maggior parte di loro sono donne e bambine. Oggi si stima che siano circa tremilacinquecento le ragazze ancora imprigionate, si sospetta siano usate come schiave sessuali dai membri dello Stato Islamico.

La crisi è così grave che i religiosi Yazidi hanno dovuto modificare la loro legge religiosa per accettare il ritorno delle ragazze dopo gli stupri subiti e hanno eliminato la regola tradizionale che prevede l’uccisione della vittima stessa da parte dei suoi familiari per rimuovere la vergogna sulla famiglia. Barir racconta che recentemente è stato permesso alle ragazze di abortire.

Gli Yazidi sono molto divisi politicamente ma secondo Barir c’è una cosa che li unisce: “il discorso sulla persecuzione. Gli Yazidi si considerano vittime di settantaquattro tentativi di genocidio. Guardano agli ebrei come un modello: la storia traumatica degli ebrei come una nazione che lotta per il riconoscimento in un ambiente che li odia.” Questo spiegherebbe il motivo per cui tanti Yazidi vorrebbero unirsi all’IDF. “Sono ragioni sbagliate” commenta Barir. “Fa parte del loro post-trauma. Odiano i jihadisti islamici. Se ne stanno seduti nei campi profughi e il tema della vendetta diventa sempre più forte.”

Da una vita tranquilla all’orrore

Il 2 Agosto 2014 le forze dello Stato Islamico hanno catturato la città e i dintorni di Sinjar, una zona abitata perlopiù da Yazidi. Ai civili è stato chiesto di convertirsi immediatamente all’Islam altrimenti sarebbero stati uccisi. Migliaia di uomini sono stati uccisi e le loro mogli prese come schiave. Decine di migliaia di altri Yazidi sono fuggiti nelle montagne di Sinjar dove un numero imprecisato è deceduto per mancanza di cibo e acqua. Barir afferma che un totale di quattrocentocinquantamila Yazidi sono sfollati in Iraq e vivono in campi profughi. “Non c’è un futuro per loro. Ottengono il cibo dal Programma Alimentare Mondiale. Non hanno lavoro. L’intera comunità vive di donazioni.” A Sinjar, la principale roccaforte degli Yazidi, molti di loro lavoravano come pastori e contadini ma gli è impossibile tornare lì.

“Nei primi giorni dopo che è successo tutto questo i miei amici mi chiamarono e mi dissero che erano fuggiti dalle loro case, dalle uccisioni. Ho pensato che Israele doveva dire che avrebbe accettato un numero simbolico di Yazidi perché era la cosa umana da fare.” Barir scrisse lettere, tradusse editoriali e fu intervistato in TV e in radio. Ma la sua campagna non decollò.

“Ho contattato quaranta membri della Knesset. Nessuna risposta. Ho una cara amica che lavora al Ministero degli Esteri, ha dato una mia lettera direttamente al Ministro e ha visto che la leggeva ma non c’è stata nessuna risposta.”

Il Times of Israel ha contattato il Ministero degli Esteri per scoprire cosa è stato fatto per aiutare gli Yazidi.

“Siete a conoscenza della discussione pubblica riguardo all’assorbimento dei rifugiati?” è stata la risposta di Alon Lavi portavoce del vice Ministro. “Non è un dibattito di competenza del Ministero degli Esteri. E’ una questione che riguarda il Primo Ministro, il Ministro della Giustizia, il leader dell’opposizione e altre figure. Noi eseguiamo solamente le loro decisioni. Dovete fare questa domanda a chi prende le decisioni.”

Cos’è un rifugiato?

Cosa rende una persona così disperata da voler lasciare la sua patria ancestrale, il sito delle reliquie sacre della sua religione, per una vita incerta in una nuova terra? Secondo Barir la prima fase consiste nello spostamento ma questa non è una condizione sufficiente a far acquisire lo status di rifugiato.

“Anche in Israele, durante la seconda guerra con il Libano, ci sono stati diversi sfollati, persone che hanno lasciato le loro case nel Nord e si sono stabiliti per un mese a Eilat.” Gli israeliani però non sono diventati rifugiati, perché? “La maggior parte degli organi di governo in Israele hanno continuato a funzionare nonostante il paese fosse in guerra.” Questo non si è verificato in Siria dove non c’è alcun sistema funzionante. Qualcuno passa a prendere la spazzatura a Damasco e poco più.

“Una persona diventa un rifugiato quando non esiste una soluzione per mantenersi in vita se non continuare a scappare. E’ un crollo completo di tutti i sistemi di uno Stato contemporaneamente” sottolinea Barir. E’ questa la situazione degli Yazidi? “Loro non possono continuare normalmente la loro vita, neanche fra i loro fratelli curdi che di fatto non si stanno prendendo cura di loro.”

Articolo tradotto dall’originale di Simona Weinglass pubblicato su Times of Israel 

 

 

 

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