Uniti contro Israele: l’inganno funzionale di Hamas e Fatah

L'odio nei confronti di Israele rimane l'unico elemento in comune tra gli eterni nemici, divisi su tutto il resto

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Niram Ferretti
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Medio Oriente

Uniti contro Israele: l’inganno funzionale di Hamas e Fatah

L'odio nei confronti di Israele rimane l'unico elemento in comune tra gli eterni nemici, divisi su tutto il resto

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Si ricompattano vecchi clan dopo lotte intestine durate un decennio, da quando nel 2007 il partito personale di Abu Mazen venne cacciato da Gaza attraverso un golpe ordito dal quello radicale islamico di Hamas. All’epoca, il regolamento di conti fu una discreta mattanza con corredo di fratelli in Allah di Fatah gettati dai tetti con le mani legate dietro la schiena dagli altri fratelli in Allah di Hamas. Ora i tempi sono maturi per una riconciliazione. Ma non si inganni lo sprovveduto, non si tratta certo di afflato ritrovato ma di realpolitik robusta.

E’ successo infatti che Abu Mazen, il perenne padrone-padrino di Ramallah e detentore a vita della carica di presidente dell’Autorità Palestinese, abbia messo in ginocchio la già claudicante Gaza rifiutandosi di continuare a pagare la fornitura elettrica e obbligando la popolazione a un razionamento drastico. Naturalmente, la sempre attiva propaganda araba con numerosi addentellati occidentali, ha fatto credere che la responsabilità dell’emergenza energetica fosse di Israele, il quale sì fornisce l’energia alla Striscia ma con l’accordo che sia l’Autorità Palestinese a gestirla e a saldare le bollette. Dettagli irrilevanti per chi ha nel culto dello stato ebraico che occuperebbe e abuserebbe la popolazione “autoctona”, un feticcio inossidabile.

Di seguito, malgrado una riconciliazione con Teheran per il proprio sostegno economico (merito di un pressoché illimitato flusso di denaro ricevuto dalla Repubblica Islamica in virtù del fiore all’occhiello dell’amministrazione Obama, l’accordo sul nucleare iraniano), Hamas ha capito che conveniva accordarsi con Fatah a ridosso di una crisi umanitaria che nonostante la colpevolizzazione di Israele poteva compromettere ulteriormente la sua già precaria popolarità. Così, i clan con le bandiere, (copyright Anwar al-Sadat), si sono riuniti al Cairo la settimana scorsa e hanno firmato un accordo di pacificazione.

Fratelli nella lucha contro “l’usurpatore sionista”, l’accordo prevede che dal primo di dicembre, l’Autorità Palestinese riprenda il controllo di Gaza. Non è dato tuttavia sapere cosa ne sarà dei venticinquemila uomini armati fino ai denti e seguaci di Allah il Misericordioso uniti nel jihad contro Israele. Perché il problema è questo. Affratellati va bene, ma esattamente secondo quale prospettiva? Quella radicale di Hamas che prevede la liberazione di tutta la Palestina nonostante i piccoli ritocchi cosmetici dati a maggio dal gruppo terrorista all’impianto della Carta Programmatica del 1988, la quale definisce chiaramente la Palestina come waqf islamico, intangibile proprietà dell’Islam, oppure quella più aperturista di Fatah, che sulla carta sarebbe per uno stato palestinese, ma che, dalla proposte di Ehud Barak nel 2000 e da quella Olmert del 2008 è in perenne latitanza? E in realtà c’è al di là di specificità programmatiche diverse una differenza sostanziale tra i due gruppi?

Sia Fatah che Hamas negli anni hanno sempre giocato a rimpiattino sulla questione, apparentemente divisi, ma poi di fatto fondamentalmente coesi sul rigetto di Israele, che Fatah non ha mai riconosciuto nella sua legittimità statale, e sulla sostanza intrinsecamente musulmana di questo rifiuto, essendo la Palestina considerata da buona parte della dirigenza di Fatah esattamente come la considera Hamas, Dār al-Islām.

Nelle parole di Benny Morris pronunciate durante una intervista concessa allo scrivente:

“Fatah, il cosiddetto movimento secolare, finge di volere una soluzione binazionale, Hamas la rifiuta apertamente, Abu Mazen ondeggia qua e là, non è d’accordo su uno stato ebraico affianco a uno stato palestinese ma dice di sì. Tuttavia, quando si arriva a negoziare certamente non firmerà nessun accordo, come non lo ha fatto Arafat e come lo stesso Abu Mazen non lo ha fatto nel 2008, quando gli venne offerto”.

Dunque, assai bene ha fatto Israele per bocca di Benjamin Netanyahu ad avanzare chiare riserve sulla natura dell’accordo, “La riconciliazione tra Fatah e Hamas rende la pace con Israele molto più difficile da raggiungere”. Più oltranzista ma del tutto logica la posizione di Naftali Bennet il quale ha dichiarato che di fatto, l’accordo raggiunto con Hamas fa dell’Autorità Palestinese un’organizzazione terrorista a tutti gli effetti.

Il pragmatismo navigato di Netanyahu gli fa disconoscere l’accordo ma non congelare la cooperazione in Cisgiordania con l’Autorità Palestinese, essendo quest’ultima funzionale agli interessi di Israele e assai a quelli di Abu Mazen, il quale ha fatto di Ramallah il proprio feudo e la cui sopravvivenza è garantita dalla vigilanza dello stato ebraico. Bennet ha tuttavia posto una questione seria. All’accordo non può essere conferita alcuna credibilità fintanto che Hamas non si disarmerà, adotti i principi del documento stilato dal Quartetto per il Medioriente e restituisca a Israele per una degna sepoltura, i resti del sergente Oron Shaul e del tenente Hadar Goldin, morti nell’estate del 2014 durante l’Operazione Margine di Protezione.

Nulla di questo avverrà. Hamas non rinuncerà a sottomettersi all’Autorità Palestinese disarmandosi completamente né disconoscerà il radicalismo del suo impianto programmatico. Ci troviamo infatti ancora una volta al cospetto di un puro effetto illusionistico, di una messinscena unicamente al servizio di interessi contingenti. La vecchia lotta di potere tra Hamas e Fatah per ottenere il basto del comando è solo in una fase di momentanea tregua.

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