“Hamas è in difficoltà, per questo ha aperto al negoziato con Fatah”

Intervista a Ely Karmon esperto di terrorismo

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Clara Salpietro
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Interviste, Medio Oriente

“Hamas è in difficoltà, per questo ha aperto al negoziato con Fatah”

Intervista a Ely Karmon esperto di terrorismo

Entro il 2019 Israele completerà il muro sotterraneo che sta costruendo lungo il confine di Gaza: queste le previsioni che le Forze di difesa (IDF) israeliane hanno comunicato ad agosto ai giornalisti nel corso di una conferenza stampa.

La costruzione della parete eliminerebbe la possibilità che Hamas scavi altri tunnel sotterranei, solitamente utilizzati per far passare armi o per far entrare squadre armate in Israele. Alcuni dettagli su questa costruzione rimangono classificati, comunque si sa che sul muro verranno installati dei sensori elettronici, i quali trasmetteranno avvisi ai centri di controllo militare nel caso in cui vi sia sentore di attività sospette.

Hamas per fermare la costruzione di questa struttura di difesa fa attentati in Israele, tesi che viene confermata dal professore Ely Karmon, Senior Research Scholar all’Istituto Internazionale per il Terrorismo (ICT) e Senior Research Fellow all’Istituto per la Politica e la Strategia (IPS), entrambi gli istituti sono dislocati presso il Centro Interdisciplinare (IDC) di Herzliya, in Israele.

Intervistato da Progetto Dreyfus, il prof. Karmon afferma che

“la maggior parte dei leader di Hamas provano ad attaccare Israele per fermare questa operazione di difesa, ma a mio parere Hamas si trova in una posizione debole, questo non è il momento migliore per una manovra militare”.

In questo periodo Hamas sta infatti attraversando una crisi finanziaria, aggravata anche dal fatto che il Qatar, sotto la pressione degli Stati Uniti, ha diminuito il flusso di denaro verso la Striscia di Gaza. Nonostante ciò, da un lato Hamas aiuterà le cellule terroristiche a diffondersi in Cisgiordania e da qui continueranno gli attacchi contro Israele. Dall’altro lato per uscire da questa congiuntura economica negativa, ha raggiunto un accordo con il governo egiziano. Accordo confermato dall’apertura di un ufficio al Cairo e dalla nomina di Yahya Sinwar in qualità di rappresentante permanente che si occuperà di discutere e affrontare varie questioni tra il movimento islamico palestinese di resistenza e l’Egitto. Tramite proprio alcuni rappresentati del governo egiziano, Hamas sta anche negoziando un’intesa con Al-Fatah. Il movimento che da dieci anni controlla Gaza è intenzionato a sciogliere il comitato amministrativo contestato da Al-Fatah ed è pronto a convocare le elezioni, che non si tengono dal 2006.

“Hamas accetterebbe – sostiene Karmon – la presenza di Mohammed Dahlan (capo dei servizi di sicurezza sotto Yasser Arafat negli anni 90. Fu espulso nel 2011 dai Territori e si rifugiò ad Abu Dhabi, dove tuttora risiede – ndr), il quale è in conflitto con il presidente dell’Anp Abu Mazen. Dahlan sta lavorando con Egitto ed Emirati Arabi per tornare a Gaza, per riavere insieme ad Hamas il controllo di Gaza”.

Sembra che ad aumentare le possibilità di riportare alla ribalta Dahlan sia stato proprio l’attacco al Tempio del Monte di Gerusalemme del 14 luglio scorso.

In merito a quanto accaduto a Gerusalemme a metà luglio alcuni quotidiani italiani  avevano scritto: “c’è un timore che accomuna i servizi d’intelligence d’Israele e quelli di Fatah e dell’Autorità nazionale palestinese: che a cavalcare la “rivolta della Spianata” non sia Hamas ma l’Isis”.

“L’Isis non c’entra niente”, evidenzia il professore israeliano esperto di terrorismo, aggiungendo poi “il responsabile di questo incitamento alla violenza è prima di tutto il Movimento islamico d’Israele”.

“I tre terroristi responsabili dell’attacco al Tempio del Monte – prosegue – sono di Umm al-Fahm (una grande città araba nel centro di Israele – ndr), nota per essere controllata politicamente da questo movimento. Sono stati sepolti in questa città musulmana e saranno considerati dei martiri. Non sappiamo ancora se esiste un collegamento diretto tra questi terroristi e il movimento islamico di Israele, ma si comprende bene che l’incitamento alla violenza del movimento islamico è stato un importante supporto psicologico per queste persone. Anche l’Autorità palestinese, Hamas e soprattutto il leader religioso del Waqf di Gerusalemme (l’ente islamico che controlla e gestisce gli edifici religiosi sul monte del Tempio, tra cui la moschea al-Aqsa e la Cupola della Roccia – ndr) sono responsabili di questo incitamento alla violenza. Hamas già da settembre 2015 sta incitando alla violenza attraverso la sua televisione e via internet, ha prodotto video operativi di incitazione alla violenza e attraverso Facebook aiuta i terroristi ad organizzare l’attacco e manifestazioni violente a Gerusalemme e in alcune città in West Bank”.

“L’ISIS – spiega Karmon – ha fatto propaganda tra i palestinesi in West Bank, tra gli anti-israeliani e tra i palestinesi a Gaza. Ci sono palestinesi che vogliono combattere in Siria e in Iraq, sappiamo che circa 250-260 sono andati a combattere in Iraq ma è un numero esiguo rispetto ai francesi, belgi o tedeschi che sono andati a combattere in Siria e in Iraq. Ci sono stati diversi arresti, circa 30-40 persone tornate dalla Siria sono state arrestate, ma è un piccolo numero in confronto a quanti appartengono ad Hamas, o Al-Fatah o addirittura al numero dei lupi solitari”.

Al momento a Gerusalemme non si temono altri scontri, anche se tra il governo israeliano, l’Autorità palestinese e il governo giordano c’è crisi, ma l’Anp e la Giordania hanno interesse a tenere la situazione calma.

“Il Primo Ministro Netanyahu – osserva il prof. Karmon – non ha affrontato la crisi nel modo migliore possibile, specialmente con la Giordania (con la quale la tensione è salita dopo l’evento drammatico accaduto presso l’ambasciata di Israele in Giordania – ndr). In quei giorni il Primo Ministro Netanyahu era all’estero e ha preso una decisione senza consultarsi”.

Per stabilizzare la situazione e trovare una soluzione soprattutto con il Re di Giordania sono stati fatti tentativi attraverso canali diplomatici.

Israele è anche impegnata a difendere il confine con il Libano e con la Siria dove secondo il governo israeliano si “sta lasciando maggiore spazio agli Hezbollah”. Il premier israeliano ha infatti bocciato l’accordo di cessate il fuoco mediato da Russia, Usa, Turchia e Giordania per la creazione in Siria di “zone di de-escalation” nel quadro di un cessate il fuoco generale.

Abbiamo chiesto infine al professor Karmon se i combattenti stranieri (detti anche foreign fighters) che attualmente si trovano in Siria, sono realmente una minaccia per l’Europa.

“Rappresentano certamente una minaccia – risponde -, queste persone sono addestrate e hanno esperienza nel combattimento, ma rispetto ad un anno fa ci sono condizioni che riducono al minimo questa minaccia. Molti di loro sono stati uccisi in battaglia a Mosul o a Raqqa e molti vengono utilizzati per fare i kamikaze. Bisogna vedere il numero delle persone che riusciranno a fuggire dalla Siria e dall’Iraq e se riescono ad entrare in Turchia, visto che i turchi stanno prendendo misure contro di loro. Inoltre, molti di quelli che sono andati a combattere sono stati identificati dalle forze di sicurezza e di polizia e quando ritornano spero che il controllo sia maggiore rispetto al passato. Anche se abbiamo visto, ad esempio a Parigi o in Germania, che anche quelli che non sono andati a combattere possono prendere una macchina o un camion o le armi necessarie e fare un attacco”.

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