Una sana discussione su razzismo e insediamenti

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Mario Del MonteEditor
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Israele

Una sana discussione su razzismo e insediamenti

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Dal momento della sua fondazione (o forse dall’accostamento sionismo-razzismo nato negli anni ’70) lo Stato d’Israele è, ideologicamente parlando, sulla difensiva. Per molti anni i suoi leader, i suoi diplomatici e i suoi sostenitori sparsi per il mondo si sono battuti per difendere il sionismo dall’accusa di razzismo, per dimostrare come le guerre del ’67, ’73 e ’82 siano state puramente difensive, per smentire l’insinuazione che nel 2009 e nel 2014 a Gaza siano stati commessi dei crimini di guerra e, in generale, per demolire l’immagine di Israele come Stato razzista, fascista, nazista, colonialista e imperialista.

Israele è una società libera e una democrazia, i suoi cittadini ebrei e arabi hanno gli stessi diritti e partecipano allo stesso modo alla vita pubblica. Ci sono però dei limiti a ciò che Israele può realizzare e sono dovuti al confinamento su posizioni difensive. E’ proprio questo il grande successo ottenuto dalle ideologie nazionaliste arabe degli anni ’60-’70, dell’OLP, e del radicalismo islamico post rivoluzione khomeinista: tenere Israele sulla difensiva. Per decenni la loro offensiva ha sminuito, agli occhi dell’Occidente, il razzismo implicito nell’atto fondativo dell’OLP del 1968, un documento che se fosse stato reso operativo avrebbe comportato l’espulsione di tutti gli ebrei arrivati in Israele.

Il fatto che Israele è un piccolo paese avverso a tutti i suoi vicini ha sempre distorto l’attenzione degli occidentali dal palese odio antisemita che trasuda dalle pagine dello statuto di Hamas del 1988. Dal 1970, e in modo ancor più evidente dal discorso di Netanyahu di Bar Ilan nel 2009, la comunità internazionale asserisce di continuo che gli insediamenti israeliani nella West Bank sono un ostacolo alla pace. Nessuno però si è mai posto una semplice domanda che potrebbe costituire l’inizio di una possibile controffensiva ideologica israeliana: nel momento in cui sorgerà uno Stato palestinese, è così sbagliato pensare che possa viverci una minoranza ebraica allo stesso modo in cui in Israele vive una minoranza araba?

Con il discorso di Bar Ilan del 2009 il centro-destra israeliano ha abbandonato definitivamente l’idea di annettere la West Bank e il problema degli insediamenti ebraici ha acquisito un significato completamente diverso. Mentre prima molti estremisti religiosi fra i coloni potevano pensare di essere decisivi nel precludere la nascita di uno Stato palestinese, con il discorso di Bar Ilan questo non è più possibile. Sorprende però il fatto che i liberali di tutto il mondo, strenui oppositori delle discriminazioni razziali, non abbiano difeso il diritto di risiedere in Giudea e Samaria degli ebrei. Avrebbero dovuto sostenere che gli insediamenti non sono un ostacolo alla fondazione di uno Stato palestinese perché questo dovrebbe essere uno Stato per tutti i suoi cittadini di qualunque religione. In quest’ottica gli insediamenti costituiscono solo un ostacolo verso uno Stato palestinese che sia razzista e che non conceda nessuno spazio per i suoi cittadini ebrei.

Il successo della lista araba alle ultime elezioni israeliane ci ricorda ancora che gli arabi israeliani hanno pieni diritti politici. Eppure in molti, annebbiati dall’odio, non si sono ancora chiesti perché uno Stato palestinese non debba contemplare la presenza di cittadini ebrei. Perché uno Stato palestinese dovrebbe essere “judenfrei”? E perché questa richiesta non è considerata un esempio di inaccettabile razzismo?

Il rifiuto dell’OLP e dell’ANP di accettare gli ebrei all’interno e al confine della West Bank è un problema liberale: in assenza di un dialogo sincero sul razzismo, l’indignazione del mondo si è concentrata per decenni sui coloni israeliani, diventati così un bersaglio facile per ogni accusa. Con una certa ironia si può notare che lo statuto dell’OLP, un documento in cui è manifestata esplicitamente la volontà di distruggere Israele con le armi, diceva che una volta finita la guerra arabi, cristiani ed ebrei – quelli rimasti in vita si potrebbe aggiungere – avrebbero vissuto pacificamente insieme in un’utopia post-sionista. Una volta nata l’ANP, espressione del potere politico indipendente dei palestinesi, questa visione degli ebrei e degli arabi pacificati ha lasciato il posto alla versione degli ebrei cattivi che vivono illegalmente nella West Bank.

Sarebbe mai permesso a un ebreo di partecipare alle elezioni di uno Stato palestinese? Una volta costituito questo Stato, gli ebrei che vivono nei suoi territori saranno costretti a fuggire per salvarsi la vita così come è successo in tutti i paesi arabi confinanti nel ‘900? Queste sono le domande a cui quelli che amano definirsi antisionisti non rispondono. E, a giudicare dalle ultime dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca, sono le stesse che Obama sembra non essersi mai posto.

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