Gli intrecci mediorientali nell’era Trump

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Simone Zuccarelli
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Editoriali, Medio Oriente

Gli intrecci mediorientali nell’era Trump

L’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump è stata annunciata da molti come una rottura rispetto alla tradizione della politica estera americana. Durante la campagna elettorale, infatti, numerose affermazioni del futuro Presidente avrebbero potuto fare pensare a un rivolgimento imminente: critiche agli alleati per l’iniqua suddivisione degli oneri del mantenimento del sistema internazionale, strizzate d’occhio alla Russia di Putin, uscita dagli accordi internazionali ritenuti dannosi, volontà di tornare a spendere fortemente nel comparto militare, il muro con il Messico… il concetto di America First, in sostanza. Come emerso sempre più nel corso del 2017 – ed era prevedibile – nella pratica l’amministrazione Trump è stata molto meno di rottura rispetto alle convinzioni dei più. Seppur in contrasto su vari aspetti rispetto a quella precedente – basti pensare all’uscita dall’accordo sul clima e dal TPP –, l’approccio complessivo non si è discostato particolarmente dall’alveo storico della politica estera americana. Come affermato da Elliott Abrams, le continuità – soprattutto e naturalmente con le precedenti amministrazioni repubblicane – sono tali da poter definire l’amministrazione Trump “tradizionalista”.

Le novità rispetto a Barack Obama – e agli ultimi tre decenni –, però, non mancano. Come affermato poche settimane fa dal National Security Advisor McMaster, Trump ha obbligato lui e la comunità strategica statunitense a uscire dalla “comfort zone”, a mettere in dubbio assunti ritenuti quasi intoccabili. Nonostante tutto ciò non sia solo un risultato dell’ascesa di Donald Trump – a prescindere, i trend strutturali spingono gli Stati Uniti a cambiare parzialmente approccio strategico –, indubbiamente l’arrivo del tycoon alla Casa Bianca ha dato una scossa rilevante all’ambiente. In Medio Oriente ciò è stato avvertito con più forza per la particolare enfasi posta dal nuovo Presidente su tre questioni cruciali: Israele, Iran e terrorismo. Su tutte, Trump si è distanziato dalla politica del predecessore: più vicino a Gerusalemme, più lontano da Teheran, più deciso nel contrasto al terrorismo. Proprio sulla Città Santa, recentemente, c’è stato uno smarcamento netto rispetto alle amministrazioni passate. Gli Stati Uniti, infatti, hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e annunciato lo spostamento della propria ambasciata – oggi a Tel Aviv – nella città sede della Knesset, il parlamento israeliano. Comprendere questa decisione è una chiave per la comprensione della più ampia “Dottrina Trump”.

È importante sottolineare, innanzitutto, che la decisione di Trump non ha le radici nella sua presidenza. Nel 1995, infatti, il Congresso statunitense ha varato il Jerusalem Embassy Act, atto nel quale sono presenti molte delle questioni sollevate dal Presidente americano per motivare la sua scelta. Si dice, ad esempio, che:

  • «Ogni nazione sovrana […] può designare la sua capitale»;
  • «Dal 1950 la città di Gerusalemme è stata capitale dello Stato di Israele» e sede delle sue istituzioni. Si ricorda, inoltre, la presenza ebraica nella città per circa tremila anni;
  • Si parla della Città Santa come luogo dove vige il rispetto per tutte le confessioni religiose e i gruppi etnici. Il Congresso, inoltre, la ritiene indivisibile;
  • Viene ricordato come gli Stati Uniti abbiano la loro ambasciata nella città designata come capitale in ogni Paese eccetto Israele, «our democratic friend and strategic ally».

Secondo l’atto lo spostamento dell’ambasciata avrebbe dovuto essere completato entro il 31 marzo 1999. Da quell’anno in avanti, però, Clinton, Bush e Obama – nonostante le promesse elettorali fatte in merito – utilizzeranno il Presidential waiver per rinviare di sei mesi in sei mesi lo spostamento per motivi di sicurezza nazionale. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è stata una promessa anche della campagna di Donald Trump ma, questa volta, alcune variabili hanno consentito la mossa. Innanzitutto, internamente, il team del Presidente è stato molto più deciso in tal senso. Ad esempio, il genero, Jared Kushner, ha fortemente pressato per arrivare al riconoscimento di Gerusalemme come capitale. Anche advisor esterni vicini a Trump si sono espressi a favore della svolta: uno su tutti John Bolton, ex ambasciatore americano alle Nazioni Unite, che ha sostenuto le ragioni di Gerusalemme capitale in una audizione al Congresso e in vari articoli. Infine, la volontà di presentarsi come un Presidente che dà seguito alle sue promesse ha indubbiamente pesato.

Sarebbe profondamente errato, però, spiegare la scelta solo attraverso le variabili interne appena esposte. Al contrario, le variabili esterne hanno pesato allo stesso modo – se non maggiormente – nella scelta. È proprio l’evoluzione in corso nel sistema internazionale, infatti, che ha convinto l’amministrazione della bontà di una simile decisione. L’affermazione di una certa visione della realtà è diretta conseguenza di un mutamento globale che obbliga a riconsiderare i paradigmi del passato. La nuova National Security Strategy americana – uscita lo scorso dicembre – è molto chiara sul punto. Si ritiene giunto il momento, ad esempio, di «ripensare le politiche dei due decenni passati», ossia le politiche basate sulla convinzione dell’inclusione nel sistema liberale come via per trasformare alcuni Paesi poco aperti alle idee occidentali – Cina e Russia sopra tutti – in partner affidabili. Il fallimento di tale idea unita alla redistribuzione della potenza globale a vantaggio di Paesi non simpatetici alla visione liberal-democratica ha spinto gli strateghi della Casa Bianca a un cambio di strategia. Il Medio Oriente non ha fatto eccezione.

Oltre che con Israele, anche la politica adottata nei confronti dell’Iran è cambiata sensibilmente; per capire la scelta di riconoscere Gerusalemme bisogna spostarsi un momento su Teheran e l’accordo sul nucleare firmato nel luglio del 2015. L’Iran Deal è stato, infatti, un frutto della visione del mondo che ha dominato l’approccio statunitense dalla fine della Guerra Fredda. L’amministrazione Obama era convinta della possibilità di far cambiare l’atteggiamento iraniano nel Medio Oriente tramite un’apertura importante come quella del Deal. L’esito, invece, non è stato quello sperato e lo stesso Barack Obama, nella primavera del 2016, se ne è lamentato, arrivando ad accusare l’Iran di violare lo spirito dell’accordo: «[…] the spirit of the agreement involves Iran also sending signals to the world community and businesses that it is not going to be engaging in a range of provocative actions that are going to scare businesses off.[…] When they launch ballistic missiles with slogans calling for the destruction of Israel, that makes businesses nervous». Da quel momento le cose non sono cambiate; in aggiunta l’Iran ha conquistato ulteriore forza dati i successi di Assad ed Hezbollah e il protrarsi della guerra nello Yemen che ha drenato risorse dalle casse dello storico nemico oltre Golfo, l’Arabia Saudita. Donald Trump – che ha corso su una piattaforma di politica estera sostanzialmente in linea con le idee del suo partito – ne ha tratto le conseguenze. Fin dal principio ostile al Deal, il tycoon ha comunque lasciato la porta aperta alla rinegoziazione. Dopo non aver certificato l’accordo a ottobre (passaggio interno che non influisce direttamente sul Deal), Trump ha dato l’ultimo avvertimento in merito: o cambia il Deal – in particolare, cancellando la scadenza temporale delle clausole contenute nello stesso e introducendo misure per limitare gli altri comportamenti iraniani ritenuti pericolosi – oppure gli Stati Uniti sono pronti a uscirne. Spetta agli altri partner – europei sopra tutti –, ora, lavorare per salvare il JCPOA. La mossa, indubbiamente, risulta gradita all’attuale leader israeliano, Benjamin Netanyahu, ed è una chiara manifestazione della volontà di ricostruire una relazione forte tra i due Paesi dopo gli otto anni obamiani.

Per completare l’equazione e comprendere la scelta statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e, in generale, di cambiare parzialmente approccio agli affari della regione è necessario analizzare anche il comportamento degli altri attori del Levante. Se l’Iran – e quanto a esso connesso – è stata una variabile rilevante, l’atteggiamento dell’Arabia Saudita – e del mondo sunnita che le gravita intorno – non è stato da meno. Come espresso anche nella National Security Strategy, infatti, una nuova convinzione sta emergendo: i problemi nell’area non sono dovuti alla presenza di Israele ma al terrorismo, alle azioni destabilizzatrici dell’Iran e all’assenza di sviluppo economico e sociale. In questo scenario «gli altri Stati hanno trovato sempre più un terreno di interesse condiviso con Israele per affrontare minacce comuni» (NSS, p. 49). Arabia Saudita in primis. Ecco che il riconoscimento di Gerusalemme capitale diviene ora possibile: una mossa che vent’anni fa avrebbe, probabilmente, causato un’ondata di proteste – statuali e non – e rivolte di grande magnitudine oggi suscita reazioni blande. Basti pensare a quanto svelato recentemente dal New York Times, ossia il dietro le quinte dei vertici egiziani – poco inclini a prendere una posizione dura in merito –, sauditi – che sembra abbiano proposto ai palestinesi un piano di pace ritenuto irricevibile a Ramallah – e, più in generale, del mondo musulmano – distratto da problemi ritenuti ben più importanti dello status di Gerusalemme.

Se a tutto questo si unisce la percezione della minor capacità della diplomazia e delle Nazioni Unite di risolvere le questioni dirimenti – come sosteneva brillantemente Jakub Grygiel già dieci anni or sono (The Diplomacy Fallacy, The American Interest, maggio/giugno 2008) – la scelta dell’amministrazione Trump diviene molto più comprensibile. Data l’inefficacia della negoziazione negli ultimi anni, la mossa di Gerusalemme vuole essere anche un modo per dare una scossa, una svolta a un dialogo di pace chiuso da anni in un vicolo ceco. Rimuovendo dal tavolo delle trattative una questione attualmente irrisolvibile, l’amministrazione spera di favorire un accordo altrimenti impossibile. Dovesse andare male, potrebbe comunque essere stata una mossa utile a far cadere il velo che distorce una situazione sempre più vittima dell’ideologia e aliena a un’analisi razionale e realista. Allo stesso tempo, la decisione forza la mano all’Arabia Saudita che deve ora scegliere se avvalersi dell’aiuto israeliano per contrastare l’Iran e per avere una cooperazione in ambito tecnologico e di intelligence oppure se continuare sulla strada dell’ostilità verso lo Stato ebraico e a sostegno della causa palestinese. La decisione di Riyadh di posizionare NEOM – la nuova megalopoli progettata per trasformare il Paese in un hub tecnologico e commerciale – vicino a Israele e l’amichevole relazione tra Jared Kushner e Mohammad bin Salman possono essere due segnali forti verso la prima possibilità. Se la “visione” saudita andrà in questa direzione, l’inedito e inaspettato asse tra il Regno e Israele potrebbe essere il nuovo architrave della politica estera americana nel Levante per i prossimi anni. Indubbiamente questo è uno degli obiettivi – se non l’obiettivo ultimo – della politica mediorientale dell’amministrazione Trump.

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