Trattative di pace, gli inganni di Abu Mazen

Messo alle strette, Abbas dimostra ancora una volte di non voler dialogare

Giuseppe Giannotti
Giuseppe GiannottiGiornalista & Esperto di Medio Oriente
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Medio Oriente

Trattative di pace, gli inganni di Abu Mazen

Messo alle strette, Abbas dimostra ancora una volte di non voler dialogare

Medio Oriente
Giuseppe Giannotti
Giuseppe GiannottiGiornalista & Esperto di Medio Oriente

Netanyahu - Abbas Mazen

Nei giorni scorsi, nel corso di un intervista alla giornalista israeliana Ilana Dayan, il leader palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha detto di essere pronto a negoziati con Netanyahu. Da mesi il primo ministro israeliano invita l’Anp a tornare al tavolo delle trattative. Inviti che cadono regolarmente nel vuoto. Informato di questa intervista, Netanuahu ha risposto immediatamente ad Abu Mazen, con una dichiarazione fatta a margine di un incontro con il ministro degli esteri della Repubblica Ceca, Lubomír Zaorálek, in visita in Israele: “Ho liberato la mia agenda per tutta la settimana. Lui (Abu Mazen) è il benvenuto in qualunque giorno a qualunque ora”. E in un successivo tweet, il ministero degli Esteri israeliano ha ribadito, rivolgendosi dl Dipartimento degli Affari per le trattative dell’Anp: “Netanuahu ha liberato la sua agenda per incontrare Abbas. Dov’è lui?”. E ancora, altro tweet rivolto ad Abu Mazen: “Netanyahu la sta invitando a negoziare la pace… La palla è nel suo campo”. La risposta palestinese, arrivata poco dopo, è davvero sorprendente e la citiamo nella sua versione originale, in inglese: “Negotiate what exatly?”, ovvero “negoziare cosa esattamente?”. Dunque l’Autorità nazionale palestinese non sa di che cosa si deve parlare in un incontro con Netanuahu? Pronta è arrivata la contro-replica israeliana ad Abu Mazen: “Allora, questo è un sì, oppure è un’altra scusa per non aprire il dialogo per la pace?”. E di rimando, il capo-negoziatore dell’Anp, Saeb Erekat: “Perché ogni negoziato abbia successo, e un accordo sia firmato, bisogna attuare: fine dell’attività negli insediamenti e rilascio dei prigionieri. Noi diamo il benvenuto agli sforzi per avviare negoziati basati sulla legge internazionale e le risoluzioni dell’Onu”.

Abbiamo riportato tutto questo scambio di tweet e messaggi per mostrare coma da parte palestinese si continui a ripetere la solita litania che dimostra come in realtà, l’Anp non voglia affrontare il nodo della questione, ovvero il riconoscimento dello Stato di Israele, elemento base per la nascita dello Stato palestinese. Sì perché se da parte israeliana si continua a parlare di “due Stati per due popoli”, da parte palestinese in ogni sede internazionale si continua a sostenere “the two State solution”, ovvero semplicemente la soluzione di due Stati. E c’è una differenza non solo lessicale, ma sostanziale, perché nelle richieste palestinesi c’è sempre il diritto di ritorno dei profughi che, dai 700 mila del 1948, secondo loro, sono diventati 5 milioni (ormai si è arrivati alla terza generazione e continuano a definirsi profughi, caso unico al mondo). Dunque la loro idea è di uno Stato palestinese a fianco di un Israele che non sarà mai uno Stato ebraico visto che avrebbe una maggioranza di popolazione palestinese.

Del resto le intenzioni dell’Anp di non riconoscere lo Stato ebraico sono molto evidenti. Basta dare un’occhiata ai libri di testo in uso nelle scuole palestinesi. Libri tra l’altro finanziati dall’Unione europea. Nei libri di geografia, Israele semplicemente non esiste. La superficie della “Palestina” viene indicata come tutto il territorio che comprende Cisgiordania, Striscia di Gaza e l’intero Israele. E la parte che oggi è Israele viene definita comunque “Palestina” e rappresentata come territorio “occupato”. Nelle cartine sono citate Haifa, Acco, Ashdod, descritte però come città arabe appartenenti sempre alla “Palestina”. Mentre Tel Aviv, una metropoli piena di grattacieli, oltre 400 mila abitanti, non è segnata sulle mappe, semplicemente, per l’Anp, non esiste, sono citati sobborghi, Yaffo e Petah Tikva, sempre come cittadine arabe. E nei libri di storia, naturalmente, non viene mai citata la Shoà. E dunque i ragazzi palestinesi non possono capire, ad esempio, che cosa abbia spinto gli ebrei a scappare dall’Europa e dirigersi in Israele, prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Con queste premesse, finché l’Anp non riuscirà a prendere atto che Israele c’è, esiste, ed è un Pese in continuo progresso, lo Stato palestinese non potrà mai nascere. E l’invito di Abu Mazen a tornare al tavolo delle trattative è pura demagogia. E’ un invito falso, smentito dai fatti.

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