Il teatro di Abu Mazen

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Niram Ferretti
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Medio Oriente

Il teatro di Abu Mazen

Chi può interloquire con Israele per un eventuale negoziato che porti alla pace? La risposta è scontata, l’Autorità Palestinese, ovvero Abu Mazen, il presidente, il quale siede abusivamente sulla sua comoda poltrona dal 15 gennaio 2009 (anno di decadenza del suo mandato cominciato nel 2005). Dal 2010, alla scadenza della proroga, si è poi concesso una estensione illimitata. Hic manebimus optime è il suo motto. Si può capirlo. Lo stare bene nella Cisgiordania oKKupata post Accordi di Oslo ha consentito a lui e alla sua famiglia notevoli vantaggi. D’altronde, come scriveva Balzac, “La felicità materiale riposa sempre sulle cifre”. La lotta per la “liberazione” della Palestina ereditata ideologicamente dal comandante Arafat si conduce soprattutto facendo molti buoni affari. E non è il Mossad a rivelare quanto valgono Abu e il suo clan, ma fonti arabe, in testa il quotidiano egiziano Al-Masri Al-Youm e il rivale di Abu Mazen, quel Muhammed Dahlan che avrebbe dovuto succedergli.

In una intervista rilasciata al sito giordano Amon qualche mese fa, Dahlan raccontò di avere trovato lui impiego per i due figli di Abu Mazen presso l’allora primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad, alla discreta somma di 5000 dollari al mese. Briciole in confronto al business controllato oggi dai fratelli Abbas, Yasser e Tareq.

Trattasi di un conglomerato chiamato Falcon, e come l’uccello da cui prende il nome, assai rapace visto che controlla quasi completamente il commercio della Cisgiordania. Diverse compagnie, una per il tabacco e i sigari, una che si occupa di elettricità, una che si occupa di media, una che si occupa di investimenti, una che si occupa di assicurazioni, una che si occupa di progetti e sviluppo. Valore sul mercato? Non meno di 300 milioni di dollari. Tanto frutta la lucha de liberación.

C’è poi chi afferma, come Muhammad Rashid, all’epoca il consigliere economico di Arafat, che Abu Mazen si sia appropriato di almeno 100 milioni di dollari. Che siano maldicenze usate per infangare la reputazione del buon padre di famiglia e tutelatore degli interessi dei palestinesi ? Una cosa è certa, nel feudo di Ramallah, non si muove foglia che Abu non voglia e si può tranquillamente inscenare il solito teatrino della disponibilità a trovare una intesa con Israele, come ha recentemente fatto il presidente con l’inviato in Medioriente dell’Amministrazione Trump, quel Jason Greenblatt che è piaciuto a tutti, ma proprio a tutti, per il suo illuminato ecumenismo.

Proprio alla vigilia del suo arrivo a Ramallah la piazza si è riempita di centinaia di manifestanti che hanno protestato contro Abu Mazen in quella che è stata la più ampia manifestazione degli ultimi anni. I manifestanti, fomentati da Hamas, lo hanno accusato di essere un “agente americano” e un traditore della “lotta”. Nulla di nuovo, naturalmente. Trattasi del solito impasse, quello in cui si trovava anche il suo predecessore, il fratello musulmano, Yasser Arafat. Non che Arafat fosse mai stato disponibile ad alcuna reale soluzione del conflitto, ma sapeva benissimo che nel caso in cui si fosse effettivamente adoperato, si sarebbe scatenata una lotta tribale fratricida fra clan opposti, Hamas e Fatah, come è poi puntualmente accaduto a Gaza tra il 2006 e il 2007 quando i “fratelli” arabi si sono scannati tra di loro lasciando al suolo 600 vittime palestinesi. Tutto ciò è assai chiaro a chi conosce bene le dinamiche, come è il caso di Benny Morris, il quale, l’anno scorso, in una intervista a Gerusalemme con l’autore di questo articolo, ha dichiarato con l’abituale schiettezza:
“Fatah, il cosiddetto movimento secolare, finge di volere una soluzione binazionale, Hamas la rifiuta apertamente, Abu Mazen ondeggia qua e là, non è d’accordo su uno stato ebraico affianco a uno stato palestinese ma dice di sì, tuttavia, quando si arriva a negoziare certamente non firmerà nessun accordo, come non lo ha fatto Arafat e come lo stesso Abu Mazen non lo ha fatto nel 2008, quando gli venne offerto”.

E mentre un sondaggio pubblicato a Ramallah mostra che il 64% dei palestinesi vorrebbe che il loro presidente rassegni le dimissioni, un sorridente Abu Mazen nel congedarsi da Jason Greenbalt ha dichiarato che “Una storica pace con Israele è possibile”. La vecchia e consolidata pièce teatrale costa poco sforzo, molto più impegno è necessario a tutelare i lucrosi affari personali, mentre da Gaza e per procura in Cisgiordania, Hamas viglia senza sosta.

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