Storia del “Cova Tembel”, uno dei primi simboli di Israele

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Elena LattesBlogger, collabora con diverse testate tra le quali Agenzia Radicale e Ebraismo e Dintorni
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Israele, Storia

Storia del “Cova Tembel”, uno dei primi simboli di Israele

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Elena LattesBlogger, collabora con diverse testate tra le quali Agenzia Radicale e Ebraismo e Dintorni

Prima ancora del falafel, del Muro Occidentale (più noto come Muro del pianto) e della Menorah (Candelabro a sette braccia), uno dei simboli più conosciuti di Israele era il “cova tembel”, un cappellino senza tesa a forma vagamente semiovale. La parola “tembel” la cui etimologia è incerta fra una provenienza turca risalente all’occupazione ottomana e un’invenzione ispirata ai templari tedeschi, vuol dire in ebraico, così come anche in arabo, matto o scemo. Sebbene venisse indossato già dai volontari del Palmach (la forza di combattimento regolare prima della rifondazione dello Stato di Israele), a rendere famoso questo oggetto fu la penna di un caricaturista israeliano di origini ungheresi, Kariel Gardosh, soprannominato “Dosh” (che in ungherese vuol dire fumetto, disegno animato), il quale inventò Srulik, icona del pioniere che, in sandali, pantaloncini corti e, appunto cappellino in testa per ripararsi dal sole, lavorava tutto il giorno nei campi aridi del kibbutz.

Nonostante non sia più largamente in uso come un tempo, il cova tembel, in questo periodo è tornato in auge grazie alla sua esposizione al MoMA, il museo di Arte Moderna di New York in una mostra dal titolo “Items: is fashion modern?” insieme ad altri 110 capi di abbigliamento e accessori tra i quali spiccano il Moncler, lo Swatch, le infradito, i Moon Boot, il “little black dress” di Coco Chanel, i jeans 501, la kippà e la kefià.

La mostra, che è aperta fino al 28 gennaio prossimo, è dedicata, infatti, a tutti quegli articoli che hanno fatto la storia e hanno avuto un forte impatto sociale, politico ed economic o sulla moda nei vari Paesi nel mondo nell’ultimo secolo. Come si può facilmente intuire, essa è incentrata sulle molteplici relazioni tra moda e funzionalità, cultura, estetica, identità e tecnologia.

Quando l’israeliana Yaara Keydar, storica del costume che vive a New York, è stata contattata dal curatore dell’evento, gli ha raccontato la storia di ATA, la prima industria di abiti da lavoro aperta nel 1934. Il nome le fu dato dal Premio Nobel per la letteratura S.Y. Agnon ed è l’acronimo dell’ebraico “Arigei totzeret artzenu”, ovvero “tessuti prodotti nel nostro Paese”, assurta a simbolo dei valori socialisti sionisti. Durante la seconda guerra mondiale ATA fu il più grande fornitore di tende, uniformi, biancheria intima e scarpe per le divisioni britanniche in Medio Oriente. E’ stata allora interpellata Yael Schenberger direttore creativo di ATA e insieme hanno scelto il cova tembel da esporre: un esemplare uscito dalla fabbrica tra il 1945 e il 1955.

Niente di più adatto, quindi, per molti, di questo cappello che riassume tre simboli in uno: l’orgoglio del pioniere, la lotta operaia per conservare il proprio posto, e l’abbigliamento da lavoro.

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