Perché non si parla mai della Nakba ebraica?

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

Perché non si parla mai della Nakba ebraica?

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Lunedì 7 Settembre il Van Leer Institute di Gerusalemme presenterà un libro dal titolo “L’Olocausto e la Nakba: memoria, identità nazionale e partnership arabo-ebraica”. Sull’Istituto è piovuta una raffica di critiche ed accuse a causa dell’offensivo e pericoloso collegamento tra il genocidio sistematico e scientifico messo a punto dai nazisti e la partenza di circa settecentomila arabi palestinesi durante la guerra che ha seguito la dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele.

Sovrapporre le parole Nakba e Shoah non solo è fuorviante ma decontestualizza la situazione che hanno vissuto i rifugiati palestinesi: la Nakba è stata imposta dalle leadership arabe dell’epoca che decisero di trascinare la popolazione palestinese in una sconfitta catastrofica contro Israele. Inoltre c’è da chiedersi se il mondo avrebbe versato qualche lacrima nel caso in cui la guerra del 1948, voluta e iniziata dagli arabi, avesse avuto un esito diverso.

Finora però in pochi hanno concentrato la loro attenzione, se non in maniera superficiale, sulla mancanza di una simile narrativa riguardo alla Nakba ebraica, la pulizia etnica subita dagli ebrei che vivevano nei paesi arabi che ha avuto inizio dopo la fondazione di Israele. Nello stesso momento in cui i palestinesi fuggivano dalle loro case in Israele, un numero maggiore di ebrei veniva costretto a lasciare i propri averi e ad emigrare altrove. Gli arabi avranno anche perso la loro guerra contro Israele ma hanno decisamente vinto quella contro i loro stessi cittadini ebrei la cui presenza oggi è quasi del tutto assente.

Il professor Gabriel Motzkin, direttore dell’Istituto Van Leer, ha affermato che “il vero problema della Nakba risiede nell’indisponibilità della società israeliana a capire il trauma che ha forgiato l’identità dell’altra parte”. Ciò che Motzkin ignora, come tanti altri, è il trauma subito dai rifugiati ebrei: torture, detenzioni, arresti arbitrari, omicidi, esecuzioni motivate con l’accusa di spionaggio, espropriazioni ed espulsioni forzate, tutti questi fatti non contano nella lettura selettiva della storia operata da Motzkin.

Gli ebrei dei paesi arabi non solo hanno perso beni mobili e immobili ma anche circa duemilacinquecento anni di storia in quei paesi che li hanno ospitati e dove hanno vissuto pacificamente coesistendo con la maggioranza musulmana. Baghdad, ad esempio, nel giro di una notte perse un terzo della sua popolazione totale, la più grande comunità ebraica del Medio Oriente.

Tutti questi rifugiati hanno scelto di vivere in Israele per non dover più correre il rischio di essere uccisi a causa dell’antisemitismo di matrice islamica. E’ qui che nasce l’accusa di colonialismo nei confronti di Israele la cui popolazione per molti anni è stata per metà proveniente dall’estero.

Più che un confronto fra Shoah e Nakba sarebbe stato più appropriato un parallelismo con la Nakba ebraica: uno scambio di popolazioni che ha avuto luogo, come era comune in quegli anni, nell’ambito di un conflitto armato. Il problema è che nessuno dei paesi arabi ha ancora riconosciuto la violazione de diritti umani subita dagli ebrei nelle loro terre e nessun risarcimento è previsto all’orizzonte. Le risoluzioni ONU che trattano il tema dei rifugiati palestinesi sono un centinaio mentre il numero di quelle relative ai rifugiati ebrei è fermo a zero.

Questo modo di trattare la questione palestinese non fa altro che gettare benzina sul fuoco dell’odio e perpetua l’immagine di vittima dei palestinesi contribuendo a dare loro il monopolio della sofferenza in Medio Oriente.

Ci sarebbe tanto materiale per scrivere un libro dal titolo “L’Olocausto e la Nakba ebraica”: si potrebbe parlare di Amin al-Husseini che, con il pieno sostegno della popolazione palestinese, collaborò con i nazisti e abbracciò il loro piano di distruzione del popolo ebraico; si potrebbe parlare delle violenze subite nel 1941 dagli ebrei iracheni, innescate dalle trasmissioni radiofoniche di propaganda; si potrebbe parlare dei sessanta dignitari arabi che vissero per buona parte della Seconda Guerra Mondiale a Berlino ospiti di Hitler; si potrebbe anche scrivere una storia dei Fratelli Musulmani, l’organizzazione religioso-politica nata durante quegli anni e che oggi è il punto di riferimento per Hamas, l’organizzazione terroristica al potere a Gaza. Dubito però che il Van Leer Institute sia interessato a trattare questi argomenti….

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