Pena di morte e guerra in Medio Oriente, il riformismo del boia Rohani

Carlo Panella
Carlo PanellaGiornalista & Scrittore
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Editoriali

Pena di morte e guerra in Medio Oriente, il riformismo del boia Rohani

Editoriali
Carlo Panella
Carlo PanellaGiornalista & Scrittore

rohani

Rohani è un boia. E non é un’ingiuria. È una constatazione. Un dato di fatto. Così come lo é l’assenza totale, assoluta, di riforme del suo governo. Papa Francesco, Sergio Mattarella e Matteo Renzi dovrebbero tenere ben presenti queste scabrose caratteristiche del presidente iraniano in visita a Roma. Ma non lo faranno. E faranno del male a sé stessi, all’Italia e soprattutto a quella enorme parte del popolo iraniano che geme sotto il regime feroce di cui il pacioso e rotondetto Rohani è la foglia di fico.

Da anni, da quando fu eletto, l’iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per l Pace, urla al mondo queste due verità: “Rohani non è affatto un moderato. La sua storia dice che è un fondamentalista. Con lui nei primi mesi le esecuzioni capitali sono raddoppiate. Hanno giustiziato persone detenute per motivi politici o reati di opinione”.

Le cifre del riformismo di Rohani fornite da “Nessuno tocchi Caino” sono solide e istruttive:  da quando è stato eletto 2277 sono state le condanne a morte eseguite, con una recente impennata “riformista” che ha prodotto 980 esecuzioni nel solo 2015. Ma questi dati, già agghiaccianti, vanno letti politicamente e portano dritti dritti alla definizione di “boia” sopra citata.  610 infatti sono le esecuzioni occultate dal regime, ma appurate senza ombra di dubbio dalle organizzazioni umanitarie. Un fenomeno oscuro ed insieme chiarissimo: sono esecuzioni di prigionieri politici che si sommano a quelle -pochissime- apertamente dichiarate dal regime.

Questo è dunque Rohani, che infatti illumina del proprio riformismo anche la scena regionale: appena eletto ha presieduto ad una sfilata militare in suo onore sotto lo striscione “Marg barg Israel!”, “Morte a Israele”, punto programmatico riformista concretizzato da Rohani il 5 marzo 2014  con l’invio a Gaza della nave Klos C  carica di missili M302. Nave fortunatamente intercettata dalla Marina israeliana. Operazione che però non ha bloccato il flusso di missili iraniani a disposizione di Hamas. Ma il “riformismo” di Rohani si è esercitato su ben altri campi. In Siria, solo la presenza di diecimila Pasdaran iraniani e Hezbollahi libanesi, armati, guidati e finanziati dal governo di questo “riformista” ha permesso al dittatore Beshar al Assad di rimanere al potere al prezzo di 250.000 vittime. Senza il “riformismo iraniano” Assad sarebbe caduto da anni e non sarebbe male se papa Francesco, Mattarella e Renzi chiedessero a Rohani di mettere fine all’assedio che i suoi Pasdaran e Hezbollah impongono a Madaya facendo morire decine e decine di bambini e civili di fame, ridotti come sono a scheletri.

In Yemen, poi, in quello che è il capolavoro “riformista” iraniano, l’amministrazione Rohani ha scatenato una guerra civile che si prepara a fare concorrenza a quella siriana per lutti e devastazione. Nulla peraltro in confronto agli effetti del “riformismo” di Rohani in Iraq, là dove gli emissari del governo di Teheran hanno gestito la guerra settaria degli sciiti contro i sunniti che ha gettato nelle braccia dell’Isis le tribù dell’Anbar.

Un “riformismo” tout azimout, dunque, i cui effetti disastrosi sono occultati in Italia come nel mondo, per una ragione comprensibile ed una incomprensibile. Quella che si può comprendere riguarda il business: l’Iran post sanzioni può essere  un eccellente partner commerciale e contratti per qualche decina di miliardi di dollari costituiscono una massa critica tale da azzittire molte coscienze. La ragione incomprensibile, riguarda invece la narrazione obamiana. Il presidente americano infatti, sin dal 2009, ha sviluppato una demenziale strategia basata sul ruolo stabilizzatore di un accordo tra Washington e Teheran. Smentita dai fatti e da non meno di 300.000 morti, dopo che l’Iran si è fatto promotore esplicito e rivendicato della destabilizzazione più radicale a Gaza, in Libano, in Siria, in Iraq e nello Yemen, questa strategia continua a svilupparsi nel fantastico mondo parallelo di una Amministrazione USA che vive di pane e wishful thinking. Gli ultimi discorsi di Obama, per quanto riguarda il Medio Oriente e la “vittoria certa” nei confronti dell’Isis, così come la strategia politico-militare da lui dispiegata, richiederebbero un urgente esame antidoping. E non è questo un nostro parere, ma la sintesi delle dichiarazioni dell’ex direttore obamiano della Cia Robert Gates, che fa parte del folto gruppo di collaboratori di Obama che diede le dimissioni in polemica contro la sua caparbia volontà di imporre e anteporre la sua visione onirica alla realtà dei fatti.

In queste ore questa visione disneyana di Obama naturalmente avvolge e penetra il giornalismo italiano che si accinge a chinarsi prono al boia-riformista di Teheran. Saranno scene che non vorremo vedere nei nostri stadi. Anche perché avverranno alla vigilia del giorno della Memoria. Ma nessuno, né papa Francesco, né Mattarella, né Renzi chiederà conto a Rohani delle parole riportate  poche settimane fa sull’account ufficiale del suo principale, la Guida della Rivoluzione iraniana Ali Khamenei: “Dopo i negoziati nel regime sionista hanno detto che non hanno più da preoccuparsi dell’Iran per i prossimi 25 anni. Io direi: innanzitutto, non arriverete a 25 anni. Se Dio vuole, entro i prossimi 25 anni non ci sarà più nessun regime sionista. In secondo luogo, fino ad allora, con la lotta, l’eroico spirito jihadista non lascerà neanche un momento di serenità ai sionisti”.

La citazione appare sullo sfondo di una fotografia che mostra il “duce” iraniano che calpesta una bandiera israeliana dipinta su un marciapiede.

Altro esempio preclaro di “riformismo iraniano”……..

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