Lettera aperta a chi dice di amare Israele

David Zebuloni
David ZebuloniStudente
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Editoriali

Lettera aperta a chi dice di amare Israele

Editoriali
David Zebuloni
David ZebuloniStudente

JCall Italia ha chiamato. Ci ha chiamati tutti. Proprio così, l’appello non ha risparmiato nessuno, è planato senza troppi indugi, senza alcun preavviso.

“SALVA ISRAELE”, è scritto, in uno stampatello di colore rosso che grida aiuto disperato. Come sottrarsi a tale richiesta? Come ignorare un invito simile? D’un tratto, lo stampatello si fa quasi tridimensionale: “FERMA L’OCCUPAZIONE.” Unisco i pezzi e la frase prende forma. “SALVA ISRAELE, FERMA L’OCCUPAZIONE”, leggo.
La lettera è appassionante e coinvolgente, ci convince che l’unica salvezza possibile per lo Stato Ebraico consiste nella restituzione dei territori occupati. “Se amate Israele, il silenzio non è più un’opzione” e ancora “perché amiamo Israele, non possiamo più tacere.”

Da amanti di Israele quali siamo, i sensi di colpa quasi ci attanagliano. Una sfilza di illustri firme richiamano la nostra attenzione, tra le cinquecento presenti emergono quelle di Amos Oz (lanciatosi in un ultimo tentativo sgomento di aggiudicarsi un Nobel, se per la pace o per la letteratura poco importa ormai), David Grossman e l’impronunciabile Achinoam Nini, fortunatamente nota al grande pubblico come Noa.
Dopo un’attenta lettura ed un espresso doppio, ecco emergere le prime perplessità. Salviamo Israele, sì, perché la pace è una priorità ed una necessità.

Ma qual è il giusto prezzo da pagare?

Secondo la linea tracciata dai grandi della letteratura israeliana, salvare Israele significa sacrificare parte di essa: amputare l’arto malato piuttosto che curarlo, buttare via l’abito strappato piuttosto che provare a ricucirlo.

Per spiegarlo con una semplice equazione matematica, gli insediamenti stanno ad Israele come Hachinoam sta a Noa.
Ovvero, il desiderio di risultare più appetibile ed accessibile ad un pubblico international, ha portato la cantante israeliana a rinunciare a gran parte delle lettere che formano il suo nome. Dall’articolato Hachinoam, all’essenziale Noa. Una soluzione brillante che le ha assicurato un posto comodo nell’Olimpo della musica e del perbenismo, ma che non può risolvere con altrettanta semplicità un conflitto secolare.

Non sono convinto che cedere gli insediamenti israeliani sia tanto efficace quanto rinunciare alle lettere gutturali del proprio nome, non sono certo che basti questo elegante gesto da parte dello Stato Ebraico per ottenere le grazie e conquistare il cuore astioso del mondo occidentale. Un mondo, peraltro, che da sempre attrae gli intellettuali del calibro di Oz e Grossman più di quanto la loro patria abbia mai fatto.

Salviamo Israele, sì, ma non favoriamo la sua distruzione.
JCall Italia ha chiamato. Ci ha chiamati tutti e ci ha dimostrato che, talvolta, i nostri peggiori nemici, siamo proprio noi stessi.

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