La vera causa dell’instabilità del Medio Oriente non è la religione ma l’uso che ne fa la politica

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

La vera causa dell’instabilità del Medio Oriente non è la religione ma l’uso che ne fa la politica

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Negli ultimi decenni il Medio Oriente è sembrato sempre più diviso sul lato religioso che su quello politico. I due grandi blocchi si sono formati intorno ai paesi leader delle maggiori correnti religiose islamiche: gli Sciiti guidati dall’Iran e Sunniti agli ordini dell’Arabia Saudita. La situazione in realtà è molto più complessa della descrizione che viene fornita ogni giorni dai media che appare piuttosto didascalica. La religione è un aspetto chiave nel Medio Oriente ma non è tutto.

La guerra civile in Siria è un ottimo esempio dell’intricato rapporto tra le varie fazioni in lotta nella regione: i gruppi di opposizione e i lealisti sono composti da individui che ragionano non solo in base all’appartenenza religiosa ma anche rispetto a rivendicazioni territoriali e politiche. E’ curioso notare che lo Stato Islamico, che si autodefinisce espressione dell’Islam Sunnita in Siria e Iraq, abbia ucciso più musulmani Sunniti di tutte le fazioni Sciite messe insieme.

Il coinvolgimento della religione nella politica non è una novità in Medio Oriente ma non era mai stato così forte come negli ultimi dieci anni, forse per merito dei nuovi strumenti di comunicazione. Tradizionalmente questo impiego della fede per fini politici è attribuito solo all’Islam radicale, le cose però non stanno proprio così: in questa martoriata regione militari, politici e industrie si servono della religione per raggiungere i loro scopi.

Tutto è iniziato con Gamal Abdul Nasser, il Presidente egiziano che nel 1940 forgiò l’alleanza con i Fratelli Musulmani per cacciare gli inglesi dal paese. In seguito ci furono svariati tentativi da parte degli islamisti di assassinare Nasser che in risposta bandì l’organizzazione Sunnita dal paese e consolidò il suo potere nell’Università di al-Azhar, forse il più grande istituto di teologia del mondo islamico, rendendo la nomina del suo Direttore una prerogativa presidenziale. In questo modo Nasser ha potuto controllare l’Egitto anche grazie all’ideologia fornita dall’Università. Non poteva immaginare che le sue azioni avrebbero lacerato lo Stato egiziano che tutt’ora soffre la competizione per il controllo del potere religioso.

Negli anni ’70 Anwar Sadat commise lo stesso errore di Nasser: si fidò dei Fratelli Musulmani e gli lasciò ampia autonomia culturale in cambio del loro sostegno politico. La pace firmata nel 1979 con Israele però fece di nuovo insorgere gli islamisti che assassinarono Sadat nel 1981. Da quel momento l’organizzazione dei Fratelli Musulmani è il nemico pubblico numero uno in Egitto e la lotta per il potere si è trasformata in una lotta per il controllo dell’Università di al-Azhar, divenuta durante la presidenza Mubarak il vero centro di diffusione della propaganda del regime.

Le insurrezioni del 2011, il colpo di Stato del 2013 e i recenti attentati nella Penisola del Sinai non sono altro che una ripetizione dello stesso ciclo già sperimentato dalle autorità egiziane. I primi passi effettuati da al-Sisi durante questo anno di presidenza sono gli stessi commessi da Nasser, Sadat e Mubarak: repressione del dissenso causato dai Fratelli Musulmani e controllo sull’Università di al-Azhar.

Questo circolo vizioso è stato alimentato da alcuni episodi fondamentali nella storia contemporanea del Medio Oriente tra cui la Rivoluzione Islamica in Iran nel 1979, la sanguinosa guerra tra Iran e Iraq degli anni ’80, l’ascesa del Regno saudita nel 1932 con i suoi spregiudicati giochi di alleanze in ogni conflitto della regione e i disordini soprannominati dall’Occidente “Primavere Arabe”. Tutti questi eventi hanno in comune l’utilizzo della religione per giustificare un atto politico. Il Medio Oriente è sempre stato instabile, le varie potenze hanno solo ricominciato ad usare cinicamente la religione per soddisfare la loro sete di potere.

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