La Turchia e “l’antisemitismo di Stato”

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

La Turchia e “l’antisemitismo di Stato”

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Secondo il Ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon i terroristi di Daesh sono finanziati dalla Turchia. I commenti di Ya’alon sono per un certo verso sorprendenti visti i recenti tentativi di riavvicinamento fra i due Stati che ora rischiano di naufragare definitivamente. “Sta alla Turchia e alla sua leadership decidere se prendere parte a una qualsiasi forma di collaborazione per combattere il terrorismo. Finora non è stato questo il caso” ha affermato il Ministro della Difesa in visita ad Atene per incontrare la sua controparte greca. Il supporto turco allo Stato Islamico, secondo Ya’alon, si sarebbe realizzato attraverso il mancato contrasto al contrabbando di petrolio proveniente dalla Siria nelle zone di confine.

Il Medio Oriente è una grande partita a scacchi fra più giocatori ed è probabile che l’ultima mossa del governo israeliano sia mirata a provare alla Russia che Israele è dalla sua parte nel confronto con Erdogan nato dopo l’abbattimento del Sukhoi di Mosca a Novembre. Inoltre non è una casualità che Vladimir Putin pochi giorni fa abbia invitato gli ebrei europei minacciati dall’antisemitismo a trovare rifugio nella Federazione Russa. E’ possibile però interpretare questa decisione come una risposta a quello che si può definire “antisemitismo di Stato”, una pratica sviluppatasi durante la Guerra Fredda in cui i paesi del blocco socialista pagavano gruppi di estrema sinistra per promuovere l’antisemitismo.

Mentre in Europa l’obiettivo era incolpare il diverso per le inefficienze dei partiti comunisti, ed oggi continua sotto le spoglie di movimenti come il BDS che dicono di battersi per i diritti dei palestinesi ma aspirano invece alla sparizione dello Stato Ebraico, per gli Stati arabi l’antisemitismo di Stato è sempre stato uno strumento della battaglia contro Israele, una spina nel loro fianco in termini ideologici (Israele è l’unico Stato non musulmano della regione) e in termini strategici (è un importante sbocco sul Mediterraneo e una delle vie d’accesso per l’Europa), e si è realizzato attraverso l’espulsione e l’espropriazione dei beni delle comunità ebraiche nazionali, la recisione di ogni rapporto diplomatico e una normativa discriminante nei confronti degli ebrei (dove non sono stati espulsi hanno acquisito una cittadinanza di secondo grado che gli impone determinati obblighi). L’Unione Sovietica supportava questa politica un po’ per l’alleanza con i regimi dittatoriali socialisti di Siria, Iraq, Libia, Egitto e Algeria, un po’ per un antisemitismo che ha sempre caratterizzato il paese ben prima dell’arrivo di Lenin. Non bisogna dimenticare infatti che molti ebrei europei hanno origini russe perché i loro antenati fuggirono dall’Est durante il diciannovesimo secolo. Il libro più amato dagli antisemiti di tutti i colori politici è senza dubbio “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, un opera complottistica che accusa gli ebrei di essere dietro qualsiasi evento negativo, è nato proprio nella Russia zarista e lì è stato utilizzato per giustificare i pogrom anti-ebraici prima di essere ripreso dai nazisti per il loro progetto di sterminio.

Negli ultimi anni i due paesi che più hanno sviluppato la pratica dell’antisemitismo di Stato sono indubbiamente l’Iran e la Turchia. Il primo lo fa apertamente minacciando la distruzione dello Stato d’Israele e finanziando il terrorismo internazionale fin dall’instaurazione della Repubblica Islamica nel 1979. Solo pochi mesi fa la Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, annunciava sul suo profilo Twitter che “fra 25 anni il regime sionista non esisterà più”.

Nel caso della Turchia invece siamo di fronte a una questione più complessa. Fino al 2003, anno in cui i partiti islamisti nel paese hanno preso il sopravvento, Israele e Turchia avevano ottimi rapporti. Ora invece la Turchia è uno dei paesi più ostili ad Israele e agli ebrei, una scelta dettata dalla volontà di guidare i Sunniti di tutto il mondo, un concetto simile a quello di panarabismo predicato dal Presidente Egiziano Nasser durante gli anni ’60. Oltre al motivo ideologico c’è quello economico: la Turchia sta progressivamente aumentando la sua aggressività in termini di politica energetica e Israele, affacciandosi sul Mediterraneo, è una via alternativa verso l’Europa che danneggia Ankara dal punto di vista commerciale.

Nel Marzo 2015, circa 100 anni dopo l’uscita dei “Protocolli” in Russia, il canale televisivo turco A Haber, vicino al partito AKP di Erdogan, ha mandato in onda un documentario di due ore intitolato “Ust Akil” in cui gli ebrei vengono accusati di essere le menti dietro carestie, guerre, rivoluzioni e colpi di Stato. La motivazione che spingerebbe gli ebrei a commettere tali crudeltà sarebbe la perdita dell’Arca dell’Alleanza 3500 anni fa. Inoltre identifica in Mosè Maimonide, rabbino e filosofo del Medioevo, Charles Darwin, il padre della teoria dell’evoluzione, e Leo Strauss, politico americano ispiratore del pensiero neocon, i tre ebrei che avrebbero influenzato negativamente il pensiero umano moderno. Sembra strano doverlo spiegare ma Darwin non si avvicinò mai alla religione ebraica e anzi definendo il Vecchio Testamento “falso e inaffidabile” arrivò a mettere in dubbio l’esistenza di Dio. Per gli “esperti” intervistati nel documentario Darwin è ebreo perché avrebbe inculcato nel pensiero mondiale l’idea che gli esseri umani, intesi come non ebrei, siano tutti degli animali. Un vero e proprio sequel del best seller antisemita in cui Israele è raffigurato come una gigantesca piovra che con i suoi tentacoli è in grado di raggiungere e soggiogare qualsiasi nazione al mondo. Compresa la Turchia moderna, la cui leadership rischierebbe un rovesciamento improvviso a causa della sua “indipendenza” dall’esterno. L’aspetto più grave è che al documentario hanno partecipato Yigit Bulut e Etyen Mahcupyan, rispettivamente collaboratori di Erdogan e Davutoglu, il Primo Ministro turco.

Rispetto a 71 anni fa, quando venivano aperti i cancelli di Auschwitz, l’antisemitismo ha preso una direzione decisamente diversa. In Europa ci si lava la coscienza una volta l’anno con la Giornata della Memoria ma si chiudono gli occhi di fronte alle aggressioni che gli ebrei, cittadini dei propri Stati da generazioni, subiscono per aver scelto di portare un simbolo religioso o per aver manifestato il proprio sostegno a Israele, si distoglie lo sguardo dal fatto che all’interno di alcuni Stati che siedono alle Nazioni Unite ci sono individui che predicano di nuovo la scomparsa degli ebrei o che inveiscono contro di loro per una fantomatica volontà di rovesciamento dell’ordine costituito se non addirittura di dominio globale. Dire “mai più” o parlare di “Memoria” diventa futile se non si pone un argine all’antisemitismo sempre più dilagante. Per farlo bisogna fermare l’odio anti-ebraico proprio dove nasce ma questo richiederebbe uno sforzo che l’Occidente non è pronto a fare per motivi ideologici e soprattutto economici.

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