La realtà e le illusioni. Trump e il conflitto arabo-israeliano

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Niram Ferretti
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Medio Oriente

La realtà e le illusioni. Trump e il conflitto arabo-israeliano

L’incontro tra Donald Trump e Abu Mazen avvenuto ieri alla Casa Bianca, al di là della sua protocollare cordialità (più calorosa di quella riservata a Angela Merkel) pone sul tavolo in tutta la loro irrisolta (irrisolvibile?) complessità politica, i problemi di sempre.

Il conflitto arabo-israeliano declinatosi successivamente in palestinese-israeliano, con il costituirsi, alla fine della Guerra dei Sei Giorni, dell’entità palestinese, dura da quasi cento anni, se si vuole farlo retrocedere agli anni ’30 del secolo scorso. Nessun presidente americano è riuscito a determinarne favorevolmente l’esito, e che possa riuscirci Trump appare estremamente improbabile. Questo non significa che non debba tentare, è nella logica delle cose che lo faccia, tuttavia avrà sicuramente modo di rendersi conto di quanto sia impervio il compito.

L’interlocutore più accreditato per la ripresa dei negoziati è, ovviamente, Abu Mazen, la cui popolarità nella società palestinese è in forte calo da tempo. In realtà, come negoziatore, Abu Mazen può concedere assai poco a Israele, perché a qualsiasi rivendicazione egli rinunciasse, come quella irricevibile per lo Stato ebraico di accogliere gli eredi dei rifugiati arabi del 1948 che ne sancirebbe demograficamente la fine, lo metterebbe nell’angolo rispetto a Hamas e all’ala più oltranzista di Fatah.

Il “moderato” Abu Mazen, con cui bisognerebbe sedersi al tavolo e trattare, è lo stesso che nel 2007, dopo il summit per la pace di Annapolis, dichiarò stentoreamente, “I palestinesi non accettano la formula secondo la quale lo Stato di Israele è uno Stato ebraico…Noi affermiamo che Israele esiste e che in Israele ci sono gli ebrei e coloro che non lo sono”. Ora, questa dichiarazione, che dieci anni dopo non è stata ritrattata, mette in luce chiaramente un punto, il continuo rifiuto da parte dell’OLP e dell’Autorità Palestinese di riconoscere la specificità ebraica di Israele. Si tratta di un chiaro e netto disconoscimento dell’ipotesi dei due stati.
L’ammissione da parte araba di un fatto incontestabile, l’esistenza di Israele, ma, al contempo, il rifiuto della sua natura ebraica, è per Israele il principale ostacolo a qualsiasi negoziato serio, e non si vede come possa essere altrimenti.

Ed è questa radicale indisponibilità a riconoscere Israele, incardinata per esempio nello statuto di Hamas, recentemente rimodellato con piccoli ritocchi, in cui viene ribadito che tutta la Palestina appartiene all’Umma islamica, il punto centrale e tuttora insormontabile che riporta la questione all’origine del conflitto, il rigetto arabo nei confronti di uno Stato ebraico in Palestina.

D’altronde questo rifiuto è radicato nel profondo e non è solo una posizione pregiudiziale delle elites politiche. Secondo un sondaggio realizzato nel 2016 da parte dell’Israel Democracy Institute e dal Palestinian Center for Policy and Survey Research, il 58% dei palestinesi della West Bank sono contrari a uno Stato palestinese. Il sondaggio è successivo a un sondaggio dell’anno precedente realizzato dal Palestine Center for Public Report dal quale è emerso che il 49% dei palestinesi “reclamano tutta la Palestina storica dal fiume al mare” mentre solo il 22% favoriscono la soluzione dei due stati.

In un articolo recente (3 aprile 2017), Daniel Polisar, del Jerusalem’s Shalem Collage, dopo avere preso in esame centinaia di sondaggi è giunto alla conclusione che la maggioranza dei palestinesi rigetta uno Stato palestinese a fianco di uno ebraico con una media di 3 a 1.

Ora, se questi sono i dati, assommati alle continue menzogne di Arafat-il quale per il pubblico occidentale assumeva la fisionomia del conciliatore mentre per il pubblico arabo rivendicava la sovranità su tutta la Palestina-e alle dichiarazioni di Abu Mazen (insieme alla sua debolezza politica), non si vede quale margine concreto abbia Donald Trump per potere modificare radicalmente la situazione.

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