La polveriera Yemen e la lunga mano di Teheran

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Mario Del MonteEditor
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Medio Oriente

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I rebelli Sciiti Houthi sono sul punto di completare il colpo di Stato in Yemen a danno del governo dei Sunniti e il resto dei paesi nella regione non sembrano disposti a intervenire per fermare gli scontri. Probabilmente ciò è dovuto alla pressione interna che gli Stati arabi Sunniti stanno affrontando negli ultimi 2 anni e al maggior senso di pericolo che desta lo Stato Islamico. Anche l’Occidente sembra molto più interessato a ciò che sta accadendo in Siria e Iraq e vede nello Stato costiero della penisola uno scenario marginale rispetto alla minaccia Isis.

Nel frattempo i ribelli Houthi hanno preso il controllo del palazzo presidenziale di Sana’a accusando il Presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi di dirigere un governo corrotto e di non fare nulla per fermare le azioni di Al-Qaeda nel paese. Il timore è che il paese possa scivolare in una guerra civile simile a quella siriana e trascinare con se altri attori regionali come l’Arabia Saudita permettendo la creazione di nuovi avamposti jihadisti che mettono a repentaglio la stabilità già precaria del Medio Oriente. Ma quali sono le motivazioni che stanno portando lo Yemen sull’orlo del collasso? Durante le primavere arabe del 2011 l’ex dittatore Saleh cedette il potere al suo vice Hadi annunciando nuove disposizioni costituzionali e promettendo migliori condizioni economiche per la popolazione yemenita, fra le più povere al mondo nonostante le grandi risorse petrolifere. Hadi ha mantenuto buone relazioni con l’Occidente e gli Stati del Golfo più moderati e ciò ha scatenato un’ondata di attacchi terroristici nel paese da parte di Al-Qaeda.

Il movimento Houthi nasce per denunciare le discriminazioni subite dalla minoranza Sciita nel paese. Nonostante si dichiari un movimento politico che mira all’abbattimento della corruzione del regime, sono noti i suoi forti legami con gli altri attori Sciiti sulla scena Mediorientale: l’Iran degli Ayatollah e la sua milizia operativa in Libano, i terroristi di Hezbollah. Oltre alla fede religiosa condividono un forte odio nei confronti di Israele, testimoniato dalla presenza nel simbolo dei ribelli Houthi delle parole “Morte a Israele”.

Al momento la situazione è ancora incerta, gli Sciiti controllano già la capitale e le maggiori infrastrutture del paese ma non hanno ancora annunciato la cacciata del Presidente. Questo potrebbe significare che un nuovo accordo costituzionale, che magari includa una presenza degli Houthi nella formazione del governo, potrebbe ancora salvare la situazione prima che precipiti definitivamente. Naturalmente a spingere per far si che gli Houthi vadano al potere c’è l’Iran che beneficerebbe di un nuovo alleato alle porte del suo tradizionale rivale, l’Arabia Saudita. Inoltre se questi dovessero ottenere un controllo diretto sulla parte meridionale dello Yemen che si affaccia sul Mar Rosso, l’Iran si sarebbe assicurato una via d’accesso preferenziale per raggiungere Aqaba, Eilat e il Canale di Suez, con conseguenze catastrofiche per la sicurezza di Israele e per i traffici marittimi delle nazioni Sunnite.

Le cose però potrebbero andare diversamente e Al-Qaeda avrebbe l’occasione di agire più liberamente o addirittura di imporsi nel caos yemenita e lanciare così la sua sfida non solo all’Occidente ma anche ai rivali dello Stato Islamico. Gli Houthi potrebbero allora ritrovarsi a un bivio e dover scegliere se combattere il governo di Hadi o i terroristi di Al-Qaeda, Sunniti anche loro ma più pericolosi e meno inclini a un accordo che metta fine ai combattimenti. Inoltre gli Stati Uniti sostengono apertamente il regime di Hadi e fin dall’inizio delle rivolte hanno colto l’occasione per colpire, con il beneplacito del governo, gli uomini di Al-Qaeda attraverso l’utilizzo dei droni.

Mentre l’Iran continua ad armare e finanziare la fazione sciita, l’Arabia Saudita, che proprio oggi ha annunciato la morte del re Abdullah,  guarda con preoccupazione la possibilità di trovarsi a Nord lo Stato Islamico e a Sud un’emanazione diretta di Teheran. Tutto questo mentre all’interno del paese leader del mondo Sunnita si cominciano a levare sempre più forti richieste di maggiori diritti civili e libertà personali.

Il Medio Oriente è in fiamme e molti paesi arabi sembrano impreparati alle sfide che il 2015 gli presenterà. Gli scontri non sono più fra 2 fazioni ben distinte ma una rissa tutti contro tutti, proprio l’obiettivo che i terroristi volevano e che sembra stiano per raggiungere.

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